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Iris Grassi - un giallo di nome Stefano PDF Stampa E-mail
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Scritto da Super Amministratore   
Venerdì 22 Luglio 2011 09:34

 

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UN GIALLO DI NOME STEFANO

di Iris Grassi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006




Mi chiamo Francesca e ormai sono vecchia e sento che la mia vita si stia spegnendo lentamente come un’antica fiamma che smette di ardere.
Ma in realtà il mio fuoco ha smesso di ardere da tempo, dalla mia lontana adolescenza.
Era chiamato Giallo per i suoi capelli biondi. Il suo vero nome era Stefano, ma odiava essere chiamato così persino dai suoi genitori. Si narrava in giro che molti non conoscevano neppure il suo vero nome e facevano ipotesi paradossali. Era capo di una banda famosa in città; si vestiva attillato, sempre con il suo cappellino giallo.
Oggi mi sembra ancora di vederlo, là, sotto casa mia, con la sua sigaretta in bocca, mentre guardava la sua immagine riflessa nello specchietto dell’auto di mio padre. Era sempre lì, con l’aria smarrita che aspettava il suo migliore amico Lollo, un ragazzo allegro e sorridente con due tenerissime fossette sulle guance grasse. Giallo era il fratello della mia migliore amica. Lei lo odiava; diceva che era un egoista, un egocentrico, una persona impossibile da amare.
Eppure con me era diverso. Riusciva a essere addirittura gentile. A me piaceva! Mi piacevano quella sua testa bionda, quei suoi occhi blu notte, quell’espressione imbronciata e quel suo modo di essere. Lo conoscevo praticamente da sempre. Eravamo inseparabili da piccoli, lui era il mio Stefano e io la sua Francesca. Ma crescendo lui si era allontanato da me. Aveva cominciato a farsi chiamare Giallo e a prendere quel suo atteggiamento da bulletto.
Lo sapeva benissimo che a me non piaceva per niente quel suo nuovo modo di essere e aveva quindi iniziato a prendere le dovute distanze da me, trasformando i sorrisi in smorfie e cambiando la sua amicizia nei miei confronti in indifferenza totale.
Per tutti era “Giallo”, quello delle gare in moto, quello del fumo buono, quello che picchia... Ma per me Giallo era rimasto Stefano, il mio Stefano, il bambino cui dicevo tutto, con cui giocavo e facevo la lotta. Quel bambino che mi è sempre piaciuto, cui volevo bene. Ma mi ero arresa all’evidenza che forse Stefano era sparito per lasciar spazio a Giallo e quel bimbo non sarebbe mai più tornato.
Ogni volta che lo incontravo i suoi occhi blu mi gelavano l'anima. Ghiaccio puro. Antartide. Freddo. Ogni suo sguardo valeva più di un discorso, ogni sua espressione mi faceva rabbrividire. Ora che ho 72 anni capisco cosa provavo: amore.
Amore delle fiabe. Amore che solo una sedicenne può provare. Amore senza pretese. Amore che non ha bisogno di essere ricambiato. Amore incondizionato. Amore infantile. Amore innocente. Amore unico.
Ma non avrei mai potuto dirglielo. No, lui era chiuso in se stesso e tutte le volte mi evitava. Ero arrivata a pensare che mi odiasse.
Fino a quel giorno. Era il 14 dicembre e nevicava. Tutta la città era bloccata e io ero in ritardo assurdo per le lezioni. Lui mi aveva vista infreddolita, era arrivato sulla sua moto e mi aveva fatto salire senza dire una parola.
Ero dietro di lui, vicina a lui, mi sembrava di toccare il cielo con un dito e non riuscivo a pensare a qualcosa di triste. In vita mia non ero mai stata così felice. Avevamo passato tutta la giornata insieme come ai vecchi tempi. Non era più Giallo, era Stefano! mi aveva riportato a casa e mi aveva baciata teneramente. Non sapevo cosa pensare, con me era diverso, non era il ragazzo di cui tutti avevano timore. Non aveva detto una parola dopo il bacio. Mi sorrise solo. Cosa voleva dimostrare? Non capivo, mi aveva mostrato sicuramente qualcosa, ma non ne afferravo il senso.
La sera stessa era squillato il telefono. Era la mia migliore amica, nonché la sorella di Giallo. Non avevo capito cosa aveva detto, avevo udito solo la parola ospedale.
Correvo verso l’edificio. In seguito mi avevano detto che Giallo era ancora cosciente dopo l’incidente. Doveva essere stata una delle sue gare illegali… Maledette moto, maledetta velocità. Lui era stato sull’asfalto gelido per ore con la sua moto sopra.
Quando arrivarono i soccorsi non faceva altro che ripetere Francesca.
Francesca... Era il mio nome...
Ero arrivata alla stanza dove era ricoverato. Stava sul letto. Silenzio. Ero entrata.
Udivo piccoli singhiozzi che galleggiavano nell’aria come piccole piume che un angelo stava spargendo senza controllo. Ero davanti al suo letto. La mia mente era stata svuotata all'improvviso. Lui era sdraiato livido e ferito. Il mio cuore aveva smesso di battere. Sentivo ogni mio respiro affannoso e un peso enorme sullo stomaco.
I suoi occhi blu... Erano diversi. Per la prima volta erano lucidi, arrendevoli, deboli e stanchi. Non avevo provato il solito brivido vedendoli. Ma un senso di tristezza e rassegnazione.
Camminavo verso di lui. I miei occhi avevano preso a bruciare e la mia vista si era appannata. Non dovevo piangere. Ma mi invase la paura che non l’avrei più rivisto, non avrei mai più visto il suo ghigno, la sua bocca con una Marlboro rossa appena accesa, i suoi capelli biondi…
“Francesca” aveva sussurrato con poca energia. Lì avevo compreso cosa stava per accadere. Lui stava morendo. Gli avevo afferrato la mano ferita. Era ghiacciata. “Giallo” gli avevo detto. Avrei voluto dirgli tutto ciò che provavo per lui, ma quando le parole sono troppe da dire non riesci mai a tirarle fuori. Lui mi guardava coraggioso. In quella stanza sembrava quello con meno paura... Forse aveva solo paura di perdere se stesso.... Ma non l’aveva mai trovato il suo vero io...
Quindi non aveva niente da perdere. Avevo inghiottito il nulla, poiché la mia gola era asciutta e la mia lingua arsa. “No” mi disse poi con tutta la voce che riusciva a far risuonare dalla sua cassa toracica fratturata. “No” aveva detto “Ti prego, chiamami Stefano...” chiuse quei suoi occhi blu per sempre. Non ricordo cosa provai, l’avevo ritrovato, quel bambino che tanto amavo, ma l’avevo di nuovo perduto e questa volta definitivamente.
Non avevo partecipato al funerale perché faceva troppo male.
Ma ora comprendo che non l’ho mai perduto veramente... presto lo incontrerò di nuovo e finalmente capirò chi fosse veramente, Stefano, il mio Giallo irrisolto.



 



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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:53 )
 

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