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Bianca Brandi - il pianeta delle parole PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 18 Settembre 2011 09:14

 

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IL PIANETA DELLE PAROLE

di Bianca Brandi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006




Una bella giornata oggi; è giovedì e Serge Rebus si appresta a partire con il razzo interplanetario delle 9:00 per passare una rilassante giornata di festa su Giove. Si sa, il Giovedì su Giove è una festa di colori e di sapori: le usanze dei locali, i Gioviali, sono speciali, è un popolo socievole e scherzoso, sempre disponibile con i turisti e i forestieri. Niente a che vedere con i Martedì su Marte, dove i Marziali sono sempre nervosi e attaccabrighe, o i Venerdì su Venere, con tutti quei Vanesi che si specchiano e rimirano la loro bellezza. È vero, sono feste anche quelle, ma solo i Gioviali sanno davvero come divertirsi e far divertire. Così il signor Rebus, emerito sconosciuto che non ha un lavoro di prestigio e non veste firmato, se ne va a passare un po’ di tempo sereno, sfruttando la comodità della fermata del razzo interplanetario sotto casa.
Eccolo seduto al suo posto, con la cintura di sicurezza allacciata e il suo bel bicchierone di Cucurbita Marziana a portata di mano (come tutti sanno la Cucurbita Marziana è buona, economica, disseta e non arreca altri benefici, proprio come la storica e ormai dimenticata Acqua Terrestre).
“Siamo spiacenti di annunciare ai signori cosmonauti che l’aereorazzo ha subito un’avaria a causa dei soliti piccioni siderali che hanno sporcato il parabrezza, motivo per cui faremo una sosta sul primo Pianeta per provvedere a liberare il parabrezza dai 60 kg di guano stellare che i simpatici pennuti ci hanno scaricato addosso. Potete scendere e visitare il pianeta, ma solo per 26 minuti 56 secondi e 3 decimi, il tempo necessario a rimettere in sesto l’aereorazzo. Ci scusiamo per il disagio arrecato, ma… STIAMO LAVORANDO PER VOI!”
E va bene, Serge non ci sta a farsi prendere dal nervosismo per un contrattempo così piccolo e decide di scendere a fare un giro su questo pianeta, qualunque sia, tanto per sgranchirsi un po’ le rotelle e allungare le antenne in giro, magari si trova un posto simpatico per la prossima gita… Guarda fuori dall’oblò e scopre che l’atterraggio è avvenuto perfettamente sul Pianeta delle Parole.
Ma che posto è? Serge non c’è mai stato prima; sa solo vagamente cosa siano le Parole, roba preistorica, che si usava nel 2000 o giù di lì, prima che venisse inventata e diffusa la lettura del pensiero e che tutta la comunicazione si svolgesse attraverso i messaggi subliminali. Andiamo un po’ a vedere, va’. All’aerostazione lo accoglie una musica trapanante con una voce che continua a ripetere cantando: “Parole, soltanto Parole, Parole fra noi…”. Potrebbe essere già un segnale sufficiente per tornare a bordo, ma Rebus non raccoglie e continua la sua passeggiata a rotelle. Ecco che si trova nel mezzo di una via principale piena di cartelli coloratissimi che impongono: “Bevi questo, Vesti quello, Mangia l’altro” e così via. Una serie di ordini perentori e inquietanti che Serge non riesce a comprendere. Infatti, perché qualcuno dovrebbe dirgli cosa mangiare o bere quando solo lui stesso è in grado di capire e di comprendere le necessità del suo corpo?
E che cosa è questo rumore di sottofondo che sente? Sembra un chiacchiericcio, un bisbigliare sommesso che cresce di intensità a mano a mano che ci si avvicina alla piazza. Spinto dalla curiosità Serge si avvicina e assiste al più raccapricciante spettacolo che possa mai concepire la sua mente.
Su una pedana ci sono alcuni individui, ognuno con una camicia di colore diverso, che litigano atrocemente: gli Azzurri, che sorridono tutti a 32 mentre dicono cose tremende sul conto di tutti; i Rossi, seri e compresi nel loro ruolo di contraltare dell’insulto; i Verdi, che trattano malissimo quelli che sono diversi da loro, anche solo per il colore della pelle; e i Neri, che… beh, il colore che hanno scelto parla da solo.
Ognuno di questi individui è preso a dire qualcosa, a difendere una sua opinione, un suo punto di vista, un suo programma. Ma quanti milioni di parole volano nell’aria? Sono talmente tante che non si riesce neanche a capirle bene, sono tutte urlate. Perché non aspettano che uno finisca di esprimersi per cominciare a esporre i propri concetti? E perché tanti insulti e paroloni grossi del cui significato Serge non è perfettamente certo? Ma che strani abitanti, rispecchiano proprio il loro nome, i Parolai. Dopo un po’ Serge ha una convinzione: deve essere in corso una qualche competizione e bisogna che ognuno convinca gli altri di essere il migliore e di avere ragione, senza ascoltare minimamente gli altri, preoccupandosi solo di insultarli e basta. Ne ha visto abbastanza, Serge, e decide di tornare al razzo, anche perché gli sta montando un grosso senso di disagio in tutta quella confusione: ha l’impressione che tutti siano poco sinceri e nessuno si fidi degli altri. Inoltre, gli individui sulla pedana non ottengono l’effetto desiderato, infatti nessuno più li ascolta, i loro spettatori sono troppo impegnati a urlarsi altre parole e altri gesti, parlando e parlando senza mai ascoltare. Allontanandosi fa ancora in tempo a vedere qualcuno che chiede aiuto, ma non urla abbastanza per farsi sentire dai Parolai; e due giovani, che si scambiano secrezioni salivari in pubblico senza ritegno, quasi ostentando il loro enterico modo di fare.
Dal finestrino Serge dà un’ultima occhiata fuori e vede due distinti signori di mezza età che si guardano negli occhi e si mormorano “ ti amo”, ma l’intensità di quella parola magica è tale che anche Serge la capisce, leggendola nel labiale e gli sembra un urlo che riesce a imporsi sul resto.
Sta ancora pensando ai due innamorati mentre il razzo parte e con una veloce occhiata al cartello di località si accorge che sotto la altisonante scritta Pianeta delle Parole si riesce ancora a leggere il vecchio nome di quel posto: “Terra”.


 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Settembre 2011 07:45 )
 

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