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Antonella Filippi - Chandler Cat, detective zen PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 09:05

 

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CHANDLER CAT, DETECTIVE ZEN

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 9 aprile 2006




Mi chiamo Chandler, Chandler Cat, e sono un investigatore privato.
Dopo anni di lavoro come vigilante ai magazzini lungo i moli ne avevo abbastanza di camminare avanti e indietro per sventare furti e assalti armato solo dei miei artigli e dei denti; l’ho fatto presente più di una volta al boss, gli ho detto “Capo, sono stufo di fare tutto da solo”, ma mi dice sempre “Chandler, tu sei un gatto in zampa, non c’è nessuno migliore di te, sei un esempio per tutti i pivelli, che invidiano le tue cicatrici,..” e così via, fino a quando mi metto a fare le fusa e nel momento in cui smetto mi rendo conto che mi ha fregato per l’ennesima volta.
È vero che i pivelli mi guardano con rispetto e, quando mi vedono tirare fuori dal sacchetto l’erba gatta, prenderne una presa, masticarla con gusto e vomitarla sul pavimento, spalancano gli occhi perché sanno che può essere l’inizio di qualcosa di imprevisto.
Vedo che cercano di imitarmi, l’occhio un po’ sornione, ammiccante, che piace tanto alle gatte, l’anca molle, le spalle tese, le orecchie dritte, il muso duro, ma la classe non è latte!
Ne avrei di storie da raccontare, come quella della mafia dei topi, o quella del sindacato dei piccioni, o ancora quella del gatto che voleva cambiare vita, ma non è questo il momento.
Tre anni fa ho incontrato Bella Miao e ho subito capito che era una gatta di prim’ordine, fine, col pelo lungo e occhi assassini. L’ho tirata fuori da un impiccio di cui non intendo parlarvi…anche se non sembra sono un gentilgatto.
Lei era attratta dal rischio, ma non si riesce sempre a calcolare tutto, così le avevo dato una zampa e lei mi aveva dimostrato la sua gratitudine, se capite cosa intendo dire…
Visto che il suo amore per il rischio non era calato anche dopo la brutta avventura, le avevo chiesto di diventare la mia assistente, quando avevo deciso di aprire l’agenzia investigativa, e lei aveva accettato; mi aveva fatto piacere, anche perché, ma lo negherei se lo diceste in giro, almeno potevo tenerla d’occhio e impedirle di cacciarsi in guai peggiori… La nostra relazione? Sono affari nostri, pivelli, tenete la bocca chiusa se volete che vada avanti!..
Vi racconterò il caso del collare scomparso, il primo di cui mi sia occupato come investigatore.
Avevo aperto l’agenzia da pochi giorni, nel sottoscala del magazzino n. 1. Non avendo molto da impegnare, come potete immaginare la liquidazione di un vigilante non è granché, avevo dovuto arrangiarmi per l’arredamento: una scrivania sgangherata, un “baffo” per ricevere le comunicazioni (che in realtà sembra più una coppia di orecchie di coniglio), una torcia elettrica che ammiccava come un topo orbo e infine una cassetta di legno con una vecchia coperta cui ero legato per fattori sentimentali e poco altro. In effetti l’ufficio era diventato anche la mia casa e nella cassetta a volte mi raggomitolavo per pensare e meditare.
Avevo organizzato una serie di pivelli in modo che andassero in giro a raccogliere notizie, ascoltare molto e parlare poco; li pagavo con lische di pesce, che volete, la vita è dura per tutti ed era bene che lo capissero subito.
Un bel giorno uno di questi era tornato dicendo che c’era stato un furto clamoroso a casa della ricca gatta Van Salmon. Con un guizzo d’ingegno, notevole in uno alle prime armi, si era fatto avanti e aveva presentato in termini lusinghieri la mia agenzia alla derubata, che gli aveva detto di farmi andare da lei immediatamente, per risolvere quella che aveva definito testualmente “una brutta gatta da pelare”.
Un colpo di fortuna per me, davvero: chi non conosceva la Van Salmon, in città? Faceva parte dell’alta società e non era facile entrare da lei, la sua gattaiola non era aperta a tutti… si mormorava che da giovane fosse stata un’attrice, altri dicevano che avesse fatto la vita, che aveva navigato con un marinaio, comunque da quando si era accasata con Van Salmon non c’erano più state voci su di lei, le ostriche che Van Salmon aveva sparso generosamente in giro avevano chiuso la bocca alle malelingue e agli invidiosi.
Come potete immaginare avevo corso a quattro zampe ed ero stato introdotto nei suoi quartieri da un maggiordomo come se ne trovano solo nei romanzi: pelo nero, petto e parte finale delle zampe bianchi, con un’aria di dignità offesa per il mio pelo scarruffato e l’occhio in tralice. E si chiamava pure Jeeves, come nei migliori e più fasulli racconti polizieschi. Chi li scrive il più delle volte non conosce la vita e gli esseri gatteschi più di un pesce o un canarino.
Lasciamo perdere le considerazioni filosofiche, in breve mi ero trovato davanti alla Van Salmon, che mi aveva accolto con una serie di miagolii di disperazione. Le avevano rubato un collare di diamanti, ma mentre lei raccontava io mi rendevo conto che stavo perdendo la concentrazione: quella gatta era dannatamente bella, faceva arricciare i baffi! Da come si muoveva si capiva che non era di primo pelo, mi guardava di sottecchi, mi ronzava attorno, ogni tanto faceva le fusa con la sua voce roca e sensuale e io mi sentivo un micetto.
Poi mi ero riscosso, che diamine! era il mio primo caso e io sono Chandler Cat, non un investigatore qualsiasi!
Mi ero schiarito la gola e le avevo fatto tutta la consueta serie di domande: dove teneva di solito il collare, quando l’aveva visto l’ultima volta, chi aveva accesso a dove lo teneva, da dove era entrato il ladro…
Aveva lasciato passare un lungo momento, prima di rispondere, squadrandomi dai baffi alle zampe, poi con un sospiro si era sdraiata sul divano, lisciandosi con cura la coda.
“Il collare di solito è in gattaforte” aveva detto, con il tono educato che si usa con i micetti tonti “Ma ieri sera abbiamo dato una festa e l’avevo indossato per l’occasione. La casa era piena dei nostri invitati, può immaginare… no, non credo che possa, comunque faccia uno sforzo e immagini cosa vuol dire una festa a casa nostra: musica romantica, cibo raffinato, piacevoli conversazioni, languide movenze, corteggiamenti discreti, esibizione di collari e pettorine,… Alla fine della festa ero troppo stanca per rimettere il collare in gattaforte, così l’ho lasciato di fianco alla mia cesta. Quando mi sono svegliata, questa mattina, non c’era più. Ho pensato, dapprima, che Jeeves l’avesse preso e rimesso a posto, ma non si era allontanato dalla cucina e la cuoca poteva testimoniarlo. Van Salmon dormiva ancora, ma non avrebbe avuto alcun motivo per farlo sparire… La nostra situazione finanziaria è solida, non perda tempo in quella direzione. Come ha fatto il ladro a entrare? È un mistero. Nella mia stanza ci sono due finestre, ma non sono state forzate, e poi è al primo piano e non ci sono alberi davanti… Jeeves? No, è assolutamente fidato, l’abbiamo tolto dalla strada, sa, non avrebbe motivo…”
Diverse ipotesi mi ronzavano tra le orecchie. Se era stato qualcuno venuto da fuori si era dimostrato maledettamente in zampa! E se era qualcuno della casa… Comunque, il mio baffo sinistro tirava, è il modo in cui il sesto senso mi avverte che c’è qualcosa che non va: in questo caso mi diceva che la Van Salmon stava probabilmente tralasciando qualche particolare.
Avevo chiesto di vedere la sua stanza e Jeeves mi aveva preceduto lungo le scale fino a una gattaiola in una grande porta. Ero entrato, trovando una baraonda indescrivibile: la Van Salmon aveva proprio rivoltato ogni cosa!
Avevo tralasciato quel caos per concentrarmi sulle finestre, ma avevo dovuto ricredermi: in effetti non c’era neppure una siepe, da quella parte, e poi le finestre non erano state forzate; avevo anche controllato il mastice dei vetri, che era vecchio e secco come Matusagattolemme.
Avevo dato un’occhiata in giro, ma, per quello che potevo vedere, a parte il disordine sembrava che la stanza non venisse pulita da un po’: c’erano persino delle macchie sulla moquette!
Ero tornato di sotto e avevo domandato alla Van Salmon se era disponibile un disegno o una riproduzione del collare e per fortuna c’era, così me l’ero fatto dare, dicendole che ne avrei preparata una copia per ognuno dei pivelli che lavoravano per la mia agenzia, che avrebbero iniziato a battere le piste di tutti i ricettatori della città.
La Van Salmon era sembrata sollevata e la cosa mi aveva fatto piacere per due motivi: primo, se l’avesse fatto sparire lei, magari per un debito o un ricatto, non avrebbe avuto quell’aria; secondo, voleva dire che il mio muso le dava fiducia.
Me n’ero andato pieno di baldanza, le avevo assicurato che avrebbe avuto mie notizie ogni giorno; mentre stavo per uscire mi aveva scoccato un’occhiata languida, piena di promesse,… quando sono uscito mi sentivo un altro gatto!
Accidenti, non avevamo parlato di compenso! Ero tornato indietro e Jeeves mi aveva fatto rientrare, con un’aria un po’ sorpresa e scocciata, neanche fossi una pantegana. Avevo detto alla Van Salmon che, se le avessi fatto riavere il collare, avrebbe dovuto sborsare tre chili di ostriche. L’avevo vista impallidire, ma alla fine aveva fatto buon muso a cattivo gioco e mi aveva detto che non si sarebbe dimostrata ingrata… l’aveva detto in un modo, però, da cui si capiva che avrebbe preferito pagare in natura, se mi intendete, ma un investigatore deve mangiare come gli altri e, se può, anche meglio.
Quando ero tornato in ufficio Bella Miao stava mettendo ordine in archivio, che per il momento era pieno solo dei ricordi del mio passato di vigilante.
Le avevo detto che ci era arrivato il primo caso da risolvere, avevo descritto la Van Salmon e qualcosa di quello che dicevo le aveva fatto rizzare la coda e capire le sensazioni che mi agitavano… Con la sufficienza della gatta giovane, Bella Miao aveva ribattuto che la Van Salmon era una mangia-gatti e che mi avrebbe fatto dannare, se avevo in mente di affrontare il caso senza la lucidità necessaria.
“Pallina” le avevo detto “non è ancora nata la gatta che mi può…” ma lei non mi aveva neppure lasciato finire, aveva fatto uno sbuffo di sufficienza e mi aveva girato le spalle, ricominciando a sistemare l’archivio. Lo sapete anche voi come sono le gatte, non riuscirete mai ad avere l’ultima parola…
Mi ero messo subito al lavoro: avevo fatto un buon numero di copie del disegno del collare, aggiungendo di mia zampa una descrizione particolareggiata e i dati essenziali.
Avevo spedito un paio di pivelli dai soliti ricettatori: Joe Fermacane, un grosso soriano senza un orecchio, perso appunto cercando di fermare un cane poliziotto che voleva ficcare il naso nei suoi affari; Mamma Tabby, una vecchia siamese che cercava in questo modo di mantenere tutti i suoi figli, che avevo visto aumentare di anno in anno; Tom il Nero, detto Tom il Pirata per la benda che gli copriva un occhio, perso in una rissa da taverna quando era, come al solito, ubriaco di crema di baccalà al latte; Don Spugna, un ex-certosino che era finito in gattabuia più di una volta perché adulterava il latte con acqua e calce e serviva nasello dicendo che era branzino.
I miei aiutanti erano tornati con un niente di fatto.
Nessuno aveva visto il collare, nessuno aveva cercato di piazzarlo.
Mi sentivo in un vicolo cieco.
Se il ladro non aveva intenzione di vendere i diamanti, cosa pensava di farne?
Mi rendevo conto che qualcosa mi stava sfuggendo.
Allora mi ero dedicato ai preliminari per la meditazione: avevo iniziato a leccarmi le zampe, le spalle, e giù fino alla coda, rilassandomi lentamente, senza pensieri.
Poi, quasi in stato di trance, mi ero acciambellato sulla vecchia coperta nella cassetta di legno, avevo chiuso gli occhi e iniziato a meditare.
Non siete spiritosi, è una battuta vecchia! non mi sono messo a dormire!
La meditazione mi ha sempre schiarito la mente e le idee, mettendo ordine nei pensieri confusi, portando distacco dai problemi quotidiani, facendomi sentire, dopo, calmo e concentrato.
In quello stato quasi gattartico mi erano tornate in mente alcune immagini: in breve avevo capito come era stato compiuto il furto e, senza perdere tempo, ero tornata a casa della Van Salmon.
Quando Jeeves aveva aperto non gli avevo dato neanche il tempo di spalancare le fauci per la sorpresa. Gli avevo fatto un paio di domande e visto un lampo di comprensione balenare nei suoi occhi, di solito pieni di sussiegosa compostezza.
Avevo esaminato la gattaiola, poi ero corso al piano di sopra e verificato anche quella della camera della Van Salmon, trovando le stesse tracce.
Olio! Le due gattaiole erano unte d’olio ed erano d’olio anche le macchie che avevo visto sulla moquette.
Il ladro si era cosparso il pelo d’olio! Una scelta inconsueta, in effetti: di solito i ladri usavano pancetta, burro o margarina…
Stavo iniziando a capire che il furto aveva richiesto destrezza e studio, un certo impiego di capitali e una buona dose di fortuna.
Il ladro aveva saputo cogliere il momento giusto, aveva dimostrato inventiva e sangue freddo, oltre che uno sfacciato coraggio.
A poco a poco la sua figura usciva dall’ombra e si delineava: adesso ero certo che i diamanti erano ancora nelle sue zampe, molto probabilmente ancora attaccati al collare.
Con questi pensieri ero tornato in ufficio, cercando di mettermi nel pelo del ladro, provando a immaginare un movente, uno scopo…
Bella Miao mi aveva accolto con un miagolio dispettoso: “Non ce la fai proprio a stare lontano da lei! Almeno hai scoperto qualcosa?”
Avevo iniziato a farle un resoconto di quanto avevo visto, poi mi ero fermato.
Una cosa che lei aveva detto aveva fatto scattare una molla nel mio cervello: e se il ladro avesse rubato per motivi sentimentali?
Senza emettere un miagolio ero uscito dall’ufficio, lasciando Bella Miao per una volta senza nulla da dire.
Ero tornato a casa Van Salmon e avevo iniziato a interrogare Jeeves.
“Sì” aveva confermato “C’è qualcuno che corrisponde alla sua descrizione. In effetti, me lo lasci miagolare, è uno sfigatto che gironzola da un po’ attorno a questa casa, ricopre la signora di doni, la subissa di serenate, ma viene regolarmente snobbato di fronte ad altri gatti apparentemente più sicuri, aggressivi, sfacciati, dalla battuta pronta… mi consenta, alle gatte piace il gatto macho; questo è un intellettuale, con l’aggravante di essere povero, fa jogging tutte le mattine, ama solo i cibi sani, disdegna la lotta a graffi e morsi...”
Dentro di me pensavo che non avrei mai potuto fare a meno di pesci marci e croste di formaggio, se avessi dovuto rassegnarmi a topi magri o latte scremato neanche la meditazione avrebbe potuto salvarmi dalla depressione…
Jeeves aveva detto ancora: “La signora ogni tanto approfitta della sua devozione per fargli fare alcune commissioni o chiedergli qualche favore: ad esempio, per la festa dell’altro giorno gli ha chiesto di sostituire uno dei camerieri…”
Ecco come aveva fatto! Ecco perché l’olio! Ecco il motivo per cui nessuno aveva visto i diamanti, dopo il furto! Aveva colto l’occasione, individuato il momento giusto, aveva improvvisato e rischiato ed era riuscito nel suo scopo.
Mi ero fatto dare la sua descrizione ed ero tornato in ufficio con la certezza di aver colto nel segno.
“È lui il nostro gatto, mi ci gioco il baffo sinistro!” avevo detto a Bella Miao, dopo averla messa al corrente “Attirare l’attenzione della Van Salmon era il premio che desiderava, non i diamanti: voleva dimostrarle di essere in zampa, ardito, il ladro gentilgatto affascina sempre le signore…”
“O magari ha rubato e tenuto il collare per fingere di essere quello che risolve il caso: se lo ritrova e glielo consegna è certo di fare colpo sulla Van Salmon, dimostrandole nello stesso tempo che il cervello vale più dei muscoli” mi aveva interrotto Bella Miao, cinica come sempre.
Non so perché, ma credo che non si fidi dei gatti (escluso chi vi parla, ma non so se è un complimento per me).
Avevo chiamato il più sveglio dei pivelli che lavoravano per me, un vero genio dei travestimenti, tanto furbo da essere soprannominato “Il gatto con gli stivali”. Gli avevo dato l’identikat del nostro sospettato, dicendogli di cominciare dalla Biblioteca e dal Museo.
Dopo tre giorni era tornato con buone notizie: aveva identificato il sospettato, un certo Dorigo West, e l’aveva seguito fino a casa. Abitava in un palazzo del centro storico, in cui divideva due fredde stanze con un piccione. D’altra parte, cosa ci si poteva aspettare da un gatto vegetariano?
Ero andato ad appostarmi sotto la sua casa.
L’avevo aspettato per quasi tutto il giorno, ma non era uscito.
Non avevo più molto tempo da perdere, perciò avevo deciso di giocare il tutto per tutto: ero salito lungo le scale (odio gli ascensori, specialmente dopo il caso del pipistrello zoppo) e avevo bussato alla sua porta.
Era venuto ad aprire il piccione e gli ero saltato addosso senza dargli il tempo di pigolare, puntandogli un artiglio alla gola.
L’avevo spinto verso l’unica stanza illuminata, dove il sospettato stava leggendo. Appena ci aveva visti era impallidito, deglutendo a vuoto.
Gli avevo detto, calcando un po’ la zampa: “Adesso tu prendi quello che sai e vieni con me, se non vuoi che il pollo travestito mi serva da cena”.
Aveva cercato di tergiversare, poi aveva visto l’artiglio luccicante diventare nervoso, e aveva capitolato. Aveva aperto una scatola sulla scrivania e ne aveva tolto il collare di diamanti.
Confesso che in quel momento mi era quasi caduta la mascella, per la bellezza e la lucentezza del collare e avevo capito quanto poco valore avesse per lui, se non per il fatto di rappresentare un legame con quella gatta.
“Come mi ha trovato? Come ha capito che ero stato io?” mi aveva chiesto mentre scendevamo le scale, dopo aver lasciato il piccione a ritrovare la voce e rallentare il tremito delle zampe.
Non mi ero preso il disturbo di rispondergli e l’avevo trascinato a casa Van Salmon. Ormai Jeeves non si scomponeva più vedendomi, e ci aveva accompagnati al piano di sopra, nella stanza della Van Salmon. Lei era languidamente sdraiata nella cesta, avvolta in uno scialle di pizzo di Sangatto.
Riconoscendomi, si era alzata a metà, poi aveva visto lo sfigatto e nel suo sguardo era passato un interrogativo, seguito da un lampo di comprensione quando aveva visto il collare.
Le avevo spiegato in poche parole quello che era successo, calcando un po’ la zampa sulle mie capacità deduttive e sulla rapidità con cui avevo risolto il caso.
La Van Salmon non aveva avuto la reazione che mi aspettavo.
Aveva socchiuso gli occhi, poi aveva fatto qualche passo verso di noi.
Si vedeva che era turbata: dapprima incredula, poi affascinata, infine conquistata e sognante, aveva preso il ladro sotto zampa, in un modo amichevole e intimo che mi aveva fatto capire che intendeva appartarsi con lui.
Da sopra la spalla aveva detto a Jeeves di pagarmi il dovuto e se n’era andata, mentre il sottoscritto si afflosciava: avevo sperato almeno in un po’ di ammirazione per il mio acume!
Avevo intascato le ostriche, poi ero uscito da quella casa.
Stava anche piovendo, porca gallina!
Avevo smaltito la delusione con una pinta di latte, nella latteria del vecchio Jim Pesce.
Volevo solo ubriacarmi, ma si vede che sto invecchiando, erano bastate due olive…
La delusione mi brucia ancora…va bene, animo, domani è un altro giorno. Adesso basta, pivelli, andatevene e lasciatemi solo: devo iniziare le indagini per un altro caso!


 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:55 )
 

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