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Pietro Tartamella - gocce sul parabrezza PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 07:58

 

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GOCCE SUL PARABREZZA

di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Si chiamava “Brurone”, nome che aveva trovato Ajdi quando aveva quattro anni.
Ajdi aveva un talento speciale per i nomi e i suoni delle parole. Le sue bambole avevano tutte un nome, uno più curioso dell’altro. Anche i soldatini e i puffetti che trovava nelle uova di Pasqua avevano un nome. Perfino i suoi compagni dell’asilo. Così quando suo padre si presentò con la Cinquecento Fiat Giardinetta di terza mano, lavata e stirata, con le macchie di ruggine che sembravano patacche decorative e medaglie al valore, e la mostrò con orgoglio sotto l’ombra estiva del platano che sorgeva in Piazza Carrara di fronte alla finestra dove Ajdi e Nagi e Anna stavano in attesa affacciate con trepidazione, e aveva detto Ajdi, dài, trova un nome per la macchina, Ajdi, che aveva appena fatto un bagno caldo nella vasca con tutti i suoi giocattoli e se ne stava appoggiata con i gomiti sul davanzale i capelli neri sparati e diritti come punte di lancia che andavano al soffitto aveva risposto con la sua vocina sicura: “Brurone”.
Nagi, la sorella di 6 anni, aveva aggiunto: “Sì, Brurone!”.
Anche la madre aveva esultato.
Fu così che la cinquecento giardinetta ebbe un nome.
Brurone chiamarono anche il camper che acquistarono molti anni dopo nel 2002. In verità chiamarono Brurone tutte le auto e i furgoni che successivamente comprarono e demolirono negli anni sino alla vecchiaia.
Chiamarono Brurone 1 la Renault 4 con il cambio sul cruscotto.
Brurone 2 il furgone Fiat 850 finestrato e verdolino.
Brurone 3 il furgone Iveco Diesel camperizzato con le proprie mani con tanto di posti letto per tutta la famigliola.
Brurone 4 la Panda rossa.
Brurone 5 la Punto bianca.
Brurone 6 la 127 di seconda mano acquistata dal fabbro.
Brurone era arrivato al numero 17.
Il fascino di quel nome continuava a resistere alle demolizioni.
Quell’anno, dopo essere stata battezzata con un palloncino celeste pieno d’acqua che Ajdi dalla finestra aveva lanciato sul parabrezza con uno schizzo che aveva quasi accecato gli occhi del padre e bagnato tutta la sua barba rossa, la cinquecento giardinetta Fiat partì per un viaggio sugli Appennini della Toscana carica di libri che il padre aveva scritto e stampato e che avrebbe venduto per le strade.

La cinquecento si stava arrampicando sulla salita tutta curve del monte Amiata.
Era estate. Bella giornata con il sole che splendeva sull’erba e sulle mucche.
Pietro al volante fischiettando una canzone. Le streghe in agguato.
Negli Appennini e nelle Alpi circolano tante di quelle storie strane di streghe,  elfi, coboldi, gnomi, cognomi.
Pietro interruppe di colpo il fischiettio della sua canzone tenimmuci accussì anema e core quando un improvviso “pluf” si riversò sul parabrezza.
Una goccia gigante si era spiaccicata sul vetro.
Eppure il cielo era sereno.
Forse un piccione viaggiatore proprio in quel momento era passato sopra di lui come un aereo in picchiata.
Ma la grande goccia che scivolava sul parabrezza non aveva il colore grigio e appiccicoso della merda dei piccioni viaggiatori.
Aveva un colore trasparente, come di cristallo.
Pietro, dopo la prima perplessità, arricciandosi con le dita la barba rossa, rimase imperturbarbile.
Una soluzione ce l’aveva perbacco: il tergìparo! Sì, insomma, il tergicristallo!
Come dice il nome “tergicristallo” è qualcosa che serve a togliere dal parabrezza le gocce di pioggia che sono lucide e sembrano di cristallo.
Se “tergicristallo” avesse voluto dire “attrezzo che serve a pulire il parabrezza” si sarebbe chiamato “tergiparabrezza”. Un po’ troppo lungo è vero.
Una soluzione poteva essere quella di togliere “brezza”. Farlo diventare “tergipàra”, stando il “para” a significare, come un diminutivo, il “para-brezza”.
Trasformata in sdrucciola e al maschile la parola “tergìparo”, che è quasi onomatopeica, suggerisce quel suono tipico e raschiato  che produce il tergicristallo quando si mette in funzione col vetro asciutto.
Pietro azionò il tergicristallo che si mise a raschiare lasciando una striscia semicircolare sull’alto del parabrezza. Le carognette secche delle centinaia di moscerini spacciati sul vetro rimasero al loro posto a puntinare tutta la superficie.
Brurone sembrava patire quel raschiamento che sembrava un gesso fatto stridere sulla lavagna. La batteria quasi si accapponò. Brurone emise uno sbuffo dalla marmitta.
Una vespa comparve improvvisa. Il muso appiccicato sul vetro.
Il vento la teneva schiacciata e la scuoteva come un tempo usavano alcuni adulti scuotere i bambini rompicoglioni presi per un orecchio, o i polipi sbattuti sulla roccia.
La vespa si dibatteva con le ali incollate al vetro e torceva e ritorceva il muso in mille smorfie con gli occhi di fuori come defecati in un vespasiano finché lo stesso vento non la sollevò scagliandola oltre la capote a morire sull’asfalto.
Pietro col pollice premette a ripetizione sul gommino per pisciare l’acqua insaponata sul parabrezza.
Il tergicristallo raschiò di meno e il vetro si fece un po’ pulito.
Una farfalla dalle ali azzurre finì meschinella sotto le grinfie del tergìparo che la fece prigioniera trascinandola sino alla fine della corsa sulla parte bassa del parabrezza e lì restò immobile e a vista come un volantino.
Ecco una seconda goccia.
Grande e cristallina come la prima spiaccicarsi davanti al suo naso.
Gli impediva un po’ la visuale sulle curve dell’Amiata.
La sua canzone fischiettata tenimmuci aveva cominciato a sentirsi a spizzichi interrotta accussì da altre gocce anema e core che cadevano a lunghi intervalli regolari.
Il cielo sempre di un serenissimo veneziano.
Né colombi, né piccioni, né mucche sorvolavano il cielo azzurro.
Quale gnomo bizzarro si aggirava invisibile su quelle curve dell’Amiata a beffeggiare Pietro e Brurone quel giorno?
Quando la cinquecento raggiunse la cima del monte, il cielo era di un cupo così tetro che persino Brurone ne rimase stupito. Non un temporale si sarebbe abbattuto da lì a poco, ma un tifone di proporzioni appenniniche.
Pietro e Brurone, oltre il passo, imboccarono la strada in discesa con grinta, quasi a voler raggiungere la pianura d’un fiato per poter sfuggire al tifone. Ma in realtà procedevano verso il cuore del tifone che si faceva sempre più cupo e tumultuoso. Il vento si era alzato altro che in piedi! Sulle loro capote soffiava con polmoni adirati tanto all’ora.
Sul versante in salita dunque le grandi gocce di prima erano di temporale portate dal vento a una a una!
Le mucche sui prati cominciarono a muggire come ungulati.
Persino i libri stipati nel retro della cinquecento sembravano essersi fatti uno più dappresso all’altro, quasi a farsi coraggio le pagine e le copertine le une con le altre. L’acqua sarebbe potuta entrare dalle macchie rosse di ruggine e dai buchi di terza mano che sicuramente abitavano non visti la carrozzeria di Brurone.
Brurone si mise a ruggire nella discesa, quasi a gridare “presto andiamo via di qui” e faceva del suo meglio per affrontare le curve con rigore seguendo ogni comando del suo cavaliere a suon battuto cercando di non sbagliare. Perfino il clacson echeggiava nel silenzio delle nere nuvole che si facevano sempre più basse e limacciose.
Ecco un’altra goccia sul parabrezza.
Una sorta di schianto aggressivo e poi uno sciogliersi lento, quasi piangente, un colare a picco e scomparire disfatta verso il cofano.
Un’altra goccia.
Il rumore della goccia che si spiaccicava sul vetro sembrava prima una voce, poi un lamento. La goccia sembrava voler tenacemente resistere intatta, ma il vento, la velocità, la forza di gravità, cominciavano a comprimerla, a spiaccicarla, a dilatarla e, piano piano, non resistendo più, la goccia si sfaldava e scivolava via verso il basso, verso il cofano che sembrava un catafalco. Proprio in quel momento, nel momento in cui si dilatavano e scivolavano in basso compresse da tutte quelle forze le voci delle gocce sembravano tramutarsi in grido e lamento.
Un’altra goccia nitida e chiara su un altro lato del parabrezza richiamò l’attenzione. Anche quella goccia dissolvendosi sembrava emettere un lamento d’acqua morente.
Pietro guardava le gocce spostando gli occhi ora qui ora là su ogni angolo del parabrezza. Brurone con i giri del motore sembrava dicesse pietoso che non aveva nessun potere di arrestare il disfacimento di quelle gocce sempre più piangenti.
Lo spazio del vetro sembrò presto un lenzuolo di cinematografo.
Pietro aveva l’impressione di vedere un film dove le gocce protagoniste si spiaccicavano una dopo l’altra sul vetro e poi scomparivano in un piccolo rivolo come cadute dalle nuvole.
Ora si facevano più fitte. Il ritmo delle loro voci incalzava facendosi sempre più ravvicinato. L’orecchio, ascoltando, prevedeva il ritmo forsennato che da lì a poco avrebbero emesso.
Sul tetto di lamiera il suono di Brurone all’impatto era come di grandine.
Gli uccelli volavano impazziti e disordinati, tagliavano la strada raso terra, sfrecciavano intorno, ricadevano in picchiata, circondavano, sorpassavano, entravano e uscivano dallo schermo in continuazione.
Anche a Brurone girava la testa.
Una folata di vento sollevò da terra un nuvolone di sabbia e staccò dagli alberi lungo la strada una miriade di foglie che si mescolarono con le gocce sul parabrezza. Il film si riempì di mille protagonisti gocce e foglie come soldati nelle trincee a combattere con la baionetta ammassati corpo a corpo le nuvole sullo sfondo e i fulmini che attraversavano il cielo come cerniere lampo. Unici assenti in quel film erano gli esseri umani scomparsi come nel nulla. La strada deserta sino in fondo alla valle. Un silenzio di uomini senza anima viva.
Da un filo sottilissimo del finestrino rimasto aperto il vento soffiava nell’orecchio sinistro un sibilo continuo che sollevava tutte le carte nell’abitacolo muggendo tra i pacchetti vuoti di sigarette ammassati sul cruscotto e i tagliandini dell’assicurazione e il disco orario che sembrava girasse da solo.
“Parabrezza” è una parola impropria, riduttiva. Quella superficie di vetro, cristallo, plexiglass, o altro materiale trasparente che si mette nella parte anteriore delle auto di fronte al guidatore non serve solo a riparare dalla brezza, ma anche dal vento, dagli insetti, dalle foglie, dalla pioggia, dalla grandine, dai sassi lanciati dai cavalcavia, dal tifone che rumoreggia sulle montagne.
Pietro dovette mettere in movimento il tergicristallo per poter avere una visuale sulle curve. Non lo aveva ancora attivato del tutto, perché voleva osservare e sentire meglio le gocce che cadevano. Ora anche il tergicristallo era un personaggio del film: avanti e in dietro a togliere acqua e foglie e sabbia e vento dal parabrezza crrracchiando.
In un momento che la strada procedeva in rettilineo Pietro tenne con una sola mano il volante e con l’altra svitò il tappo a una bottiglia di plastica tenendola stretta tra le cosce. Bevve un sorso d’acqua.
Tutte quelle gocce gli avevano messo una gran sete.
Con la testa leggermente alzata nell’atto di bere, gli occhi di sbieco a guardare la strada, continuava seduto sulla poltrona della sua cinquecento a vedere il film all’aperto con i fulmini sullo sfondo.
Il rimbombare dei tuoni era così ravvicinato che non aveva dubbi di trovarsi proprio nel cuore del temporale che si faceva sempre più furibondo.
Le gocce cominciarono a riversarsi sul parabrezza con vera furia.
Ora non erano più gocce, ma acqua piovana a rivoli continui.
Vide la corrente  strappare e portarsi via il volantino azzurro di farfalla.
Il tergicristallo arrancava nel tentativo di aprire spiragli di visibilità. La pioggia si fece così battente e fitta che il tergicristallo, pur inserita la velocità più alta, non riusciva a star dietro a quel ritmo forsennato e a quel fragore di pioggia.
Il vetro dalla parte interna si appannò. Visibilità zero.
Con il dorso della mano Pietro strofinò il parabrezza per togliere la patina di vapore. Usò anche il fazzoletto. Le curve si alternavano velocemente. In una mano la sigaretta accesa per guidare con più concentrazione e stare più attento alla strada e alle curve. Se cadeva la cenere sui pantaloni sapeva restare immobile. Aveva imparato a trattenere il gesto istintivo di spazzolarli con la mano. Aveva imparato a guardare la strada, a pensare solo alla guida in mezzo alla cenere.
La cenere era per terra ovunque. Il ripiano del cruscotto ingombrato da decine di pacchetti vuoti di sigaretta che continuava ad accatastare insieme alle loro carte di stagnola appallottolate. Un centimetro di polvere scura, un misto di sabbia e smog e resina di alberi ricopriva la carrozzeria di Brurone. Pietro non aveva mai portato a lavare una sua auto. Solo una volta si decise, spinto dalla moglie, a portare anni dopo il camper in un autolavaggio il giorno in cui finì talmente nel fango che se non lo avesse lavato sarebbe rimasto schizzato per sempre.
Eppure restava incantato come un bambino quando, fermandosi a fare benzina, scorgeva un’auto entrare nell’autolavaggio avvolta da quei grandi spazzoloni cilindrici, due laterali e uno che scende dall’alto, con setole giganti azzurre e rosse che girano e girano e lambiscono lentamente l’auto sino a nasconderla del tutto come inghiottita in quella selva di setole con l’acqua che schizza.
Tanto disordine, polvere, cenere nelle sue auto erano dovuti, è vero, alla molta pigrizia, ma anche servivano da antifurto. Nell’arco di molti anni, nell’arco di 17 Bruroni, solo una volta i ladri gli rubarono Brurone 8, che ritrovò quindici giorni dopo senza ruote in una via poco lontano da Piazza Carrara.
Più volte per le forti spinte del vento la cinquecento sbandò sino ai bordi della strada senza colonnine e palizzate di protezione.
Le ruote erano così lisce che sembravano appena uscite dal barbiere.
Il fondo della cinquecento era ormai più che umido. L’acqua era entrata come un vandalo a riempire le suole dei sandali e la cenere.
Senza parole i libri se ne stavano in silenzio negli scatoloni.
Un vecchio albergo con muri di pietra, abbandonato da chissà quanto tempo, comparve all’improvviso dietro una curva. La scritta sulla lamiera penzolante era slabbrata e fatiscente, illeggibile. Le travi diroccate. Sotto una tettoia malmessa c’era uno spazio d’erba. Fu Brurone a decidere.
Slittando sull’asfalto sbandò per qualche metro  andando a finire proprio in quello spazio d’erba al coperto sotto la tettoia. Uno spazio che sembrava fatto apposta per lui. Restarono lì una mezz’oretta a guardare il temporale che sferzava ogni cosa col suo vento.
L’insegna penzolante sopra le loro teste sbatteva contro il muro.
A ogni raffica produceva un suono di lamiera arrugginita che il vento si portava via e disperdeva come un ululato nelle gole delle montagne.
Quando smise di piovere le nuvole nere si dileguarono dal cielo in un baleno.
Il sole tornò a splendere. Anche il vento cessò.
Il verde dei pascoli bagnati dalla pioggia ora era di un colore verde intenso, come se il temporale gli avesse passato sopra una seconda mano di vernice.
Vicino alla gomma di Brurone una lumaca spuntò su un filo d’erba.
Dalla tettoia di legno alcuni strascichi di gocce cadevano sul parabrezza.
Avevano il sapore delizioso del palloncino azzurro e delle dita.
Il palloncino azzurro pieno d’acqua che le piccole dita di Ajdi avevano lanciato sul parabrezza della cinquecento a battezzare col nome di Brurone l’auto nuova di suo padre.
Imbacuccato un uomo in quel momento passava dinanzi a loro sulla strada dell’Amiata, in bicicletta.


 



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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:55 )
 

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