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Margherita Macciò - un soffio di vita PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 07:29

 

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UN SOFFIO DI VITA

di Margherita Macciò
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




“Questo pure sta sotto il limite”
“E che è? Se son messi tutti a fare li barvi?”
“Ma che ne so...”
“Dai, soffia tu pure ‘mo!”
“Sto ragazzetto come se la passa?”
“Sto qui ce n’ha un pochetto, ma proprio un pochetto..., vabbè dammi la patente che controlliamo...”
Da masi ormai Giulio chiedeva di fare il turno del sabato sera, i controlli della velocità e soprattutto l’etilometro, era il suo piccolo privato modo di dare un senso alla sua vita, per correggere lui da solo, quello che nessuno ormai poteva più correggere, ma lui quello faceva, er vigile.
Anche perché il sabato sera in casa era la solita malinconia, il solito tintinnio di tristezza che nessuno riusciva a lavarsi via di dosso. Allora lui si vestiva con maldestra attenzione, controllava che il gas fosse spento, salutava Francesca e usciva.
Poi li fermava tutti, ma proprio tutti quelli che passavano, li faceva soffiare il quel palloncino e controllava, soffio dopo soffio, BAC (Blood Alcohol Concentration), dopo BAC, ma non serviva, non serviva a nulla, lei restava dove era senza avvicinarsi di più. Sì, alcune volte sembrava ridere di qualcosa, di sciocchezze alla Tv, ma solo per abitudine, per la triste abitudine di vivere nella vita degli altri, provando a gustarne la gioia e le sofferenze e soprattutto l’invidia e la rabbia di non averne una propria.
Quanto tempo era già passato? Più di un anno... Quella sera Giulio era a casa, Francesca era uscita con un paio di amiche, era il compleanno di Anna, non poteva mancare, a Giulio sarebbe piaciuto andarla a prendere, ma quella sera i turni erano inflessibili e il capo non ammetteva eccezioni, il giorno seguente Roma sarebbe stata lo sfondo della maratona, non voleva ci fossero casini per strada.
No, non l’aveva lasciata sola! Davvero non poteva stare con lei, ma dove era il problema? Era con le amiche e sarebbe rientrata con loro, serata tranquilla chiacchiere tra donne. Spesso le amiche si interessavano alla vita di Francesca, al suo viaggiare curioso, tra esperti di mille cose diverse, in mezzo ad argomenti poco comuni, battagliando tra le parole d’altri senza poterle far diventare le proprie, ma era così lo sapeva: più un’intervista è fedele all’originale più le sembrava spigolosa, ossuta, mentre lei l’avrebbe caricata di qualcosa in più che le sembrava sempre mancare nelle parole degli altri. Odiava intervistare altre donne, parlano troppo veloce, pensava, hanno una voce simile alla mia, non voglio confondermi. Lei cercava di spiegare che quel lavoro era fantastico e che le aveva riempito la vita, anche se era uguale a quello di Serena, che lavorava in un piccolo ufficio di consulenza informatica, o di Stefania che insegnava latino al liceo, ma in realtà anche lei non sapeva come tornare indietro, quel lavoro la mordeva, l’allettava verso mete lontane per restituirle una grande tristezza ogni sera, lontana da casa, davanti al pc che non sapeva più in che lingua parlare confuso da tutte quelle disordinate trasferte, ma che era sincero compagno di tante nottate. Le sembrava che scrivere tutte quelle frasi, tutti quegli argomenti per conto d’altri riempissero il silenzio che era nei sui pensieri, che era il suo stesso pensiero. Ma era il suo lavoro, chi può dirlo, con il tempo potrei trovare il modo di scrivere da casa in un giornale della mia città e poi... che sogno, scrivere libri!
Comunque non rientrarono tardi, la strada era libera e arrivarono in venti minuti a piazzale Appio. “Lasciami qui, non preoccuparti” disse velocemente a Manuela, che stava guidando la sua nuova Ypsilon amaranto, “Ma che! Dai un minuto e sei sotto casa”.
Solo la scia veloce dei fari, come in quelle foto d’autore con i tempi di posa lunghissimi, mentre brevissimo fu l’attimo dell’urto e poi solo stupore.
“Che cazzo fa ‘sto deficiente!”
“Senti, ma tu come stai?”
“Non è nulla, è più la botta che altro, vado a vedere come sta ? sto qui, ma mi tremano le gambe!”
“Lascia, vado io, ma mi sembra che non stia malissimo”
....
“Senti Fra, quello parlotta, puzza un tantinello di mohito, ma sta benino, chiami tu il 118?”
“Ok”
Francesca abbassò lo sguardo, guardò attenta per cercare di vedere quello che solo lei sapeva di poter vedere, ma nulla, non capiva se c’era ancora o no, passò le mani sulla pancia, provò a uscire dalla macchina, ma il dolore iniziava ad aumentare.
Si svegliò in reparto, confusa su tutto, ma certa che il soffio era uscito e svanito, che quel soffio di vita che stava turbinando nella sua pancia ora era fuori ed era rimasto solo un soffio. Giulio era lì, le parlava di tutto e di nulla, meglio così, tanto lei non poteva rispondere, ma sapeva che i suoi occhi erano rossi come quelli di lui.
Come un soffio in un lampo, come una porta che si spalanca per la corrente e fa volare via quel che trova senza attenzione, così quella pallina che era in lei cui neppure aveva già dato un’immagine l’aveva lasciata, li aveva lasciati, perché anche Giulio era a pezzi.
Stava bene, tutti i parametri in ordine, ebeti parametri che non capivano un cazzo di come stesse Francesca veramente...
E che rimasero nella norma per tutti i mesi seguenti in cui nulla era più nella norma. Francesca non parlò più e Giulio smise di mandarle messaggi che rimanevano sospesi. Francesca iniziò ad avere strane fobie, era terrorizzata dalle finestre aperte, dal phon, dal caminetto, da tutti i soffi di vita che avvertiva.
Già due volte era passato il compleanno di Giulio, una volta il suo e Natale e le feste, ma non c’era nulla da festeggiare. Infatti quella sera Giulio tornò a casa senza un regalo per lei, le aveva preso un orologio già un paio di settimane prima, ma proporle un attimo di gioia ormai lo metteva a disagio, la risposta era sempre la stessa: una lacrima le usciva spontanea come un alito di tristezza, sempre.
Ma ci avrebbe provato, sì oggi ci avrebbe provato di nuovo: Francesca stava meglio, reagiva a una cura sperimentale di non so dove e aveva iniziato a scrivere di nuovo, da mesi ormai riusciva a parlare senza piangere e aveva ripreso a uscire da sola di quando in quando.
Infilò le chiavi nella toppa, ma trovò la casa buia e capì che non era ancora il momento della normalità, in un lampo la cucina si accese, Giulio entrò e Francesca era seduta in cucina, un pigiama azzurro polvere, ma a lui sembrò radiosa, forse per via di quelle fioche luci su... su cosa? Francesca aveva preso una torta e disposto semplicemente la tavola.
“A Giu’ è il momento di esprimere un desiderio, che dici?”
“Certo amore, soffia, soffia forte!”

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:57 )
 

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