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Marco Protti - ultimo. disubbidienza. fiore PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 07:10

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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ULTIMO. DISUBBIDIENZA. FIORE

di Marco Protti
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Sagunto, Spagna, teatro romano.
In scena a destra una stanza, nella stanza un trono. A sinistra il Coro.

Una lotta violenta tra due uomini, un giovane e un vecchio. Urla di rabbia e di dolore e colpi a mani nude e basta! Basta! Un colpo più forte e la lotta si fa a terra tra le ombre, i corpi stretti, le dita un cappio rabbioso. I denti bianchi. Grida quasi umane e preghiera e l’uomo fugge, carponi, si alza, fugge e piange.
Il vecchio si leva da terra e torna a sedersi sul trono.

Coro: stai fuggendo!
Uomo: non guardate le ferite, non sono mie, non mi dolgono le braccia, anche se forse questa notte non abbraccerò nessuno.
C: stai fuggendo al tuo sovrano come un misero che crede di poter sfuggire a se stesso, così hai rapito l’attenzione ed elemosinato la pietà.
U: non è successo nulla, non volevo la vostra attenzione e la vostra pietà, non ho disobbedito ed egli non mi ha cacciato, non mi ha percosso.
C: in ginocchio!
U: (nulla, guarda il coro senza capire)

Compaiono i bastoni e l’uomo si inginocchia. Guarda ancora il coro.

C: non levare il capo
U: ancora grida di rabbia! Non sono l’ultimo perchè volete darmi alle prigioni? Perché le cinghie? Non voglio essere l’ultimo come l’istante che mi state concedendo, non vedo ancora sopraggiungere l’ultimo respiro che mi solleverà dalla terra. Sono vivo! Tanti passi sono stati sbagli ma vivo così. Sto ancora cercando.
C: il tempo finisce!
U: no, no, il tempo non finisce: nelle terre che ho attraversato le stagioni non hanno fine, nell’inverno il Sole si ritrae ma continua a scaldare e il fiume corre basso nel suo letto e cambia voce nel mormorare parole più sommesse, i semi dormono così che maturi il prossimo respiro e tutto questo non abbia mai fine. E ora guardate i miei passi: non conosco stanchezza, continuo a camminare. Volete che non inciampi. Non inciampare, non perderti. Non so dire quanto sarà lungo ancora il mio viaggio, no ho ancora trovato nulla.
C: allora fermati con noi.
U: ma per cosa?
C: scambia con noi pace. L’uomo che trova il termine del proprio cammino è un saggio. Felicità e saggezza sono tra noi perché il nostro re è saggio e caritatevole. Nessuno rifiuta la bontà e la rettitudine che sono le fondamenta del tuo stesso vivere. Non provi sentimenti per i tuoi simili? Non vuoi amare gli uomini in fratellanza?
U: sto ancora cercando.
C: la tua ricerca è finita. (alzano ancora i bastoni)
U: ho trovato l’amore dei bastoni!

Il Coro si avvicina. Urla di rabbia e di dolore e colpi con i bastoni e basta! Basta! Un colpo più forte e la lotta si fa a terra, nell’ombra, i corpi stretti le dita un cappio rabbioso. Grida quasi umane e preghiera.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:57 )
 

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