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Maria Luisa Ramasso - incantesimo al tramonto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 07:05

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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INCANTESIMO AL TRAMONTO

di Maria Luisa Ramasso
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Era il sole cocente del meriggio.
Con la schiena semiscottata dalla calura Riccardo passeggiava sul terreno sabbioso e cocente della spiaggia.
Il suo corpo sottile, esile, il corpo di una personcina che attraversa quella fase evolutiva che non ha più i lineamenti infantili, ma non è neppure ancora entrato in quella goffaggine adolescenziale, ecco, quel corpo era avvolto dai raggi del sole come in un mantello luminoso e sulla sabbia camminava distesa l’ombra di un giovinetto dall’aria malinconica.
Si sentiva solo. Ah, quanto avrebbe voluto che uno di quei ragazzi là che giocavano a “mondo” gli tendesse la mano sorridente dicendogli “Vuoi giocare?”
E invece ne ricevette in cambio una zolla di sabbia  sulla schiena.
“Vai via, fifone, mollusco!” lo schernì uno di quei “bellimbusti”.
“Lascialo stare” disse un altro “Non sa neppure difendersi. È un coniglio!”
Perché tanto disprezzo per questi poveri teneri animaletti d’allevamento?
Riccardo amava i conigli. Nel cascinale del nonno nella bassa Val di Susa ce n’erano tanti e lui ci giocava insieme. Erano tutti i suoi amici. Tanto che quando era il momento di tirargli il collo erano seri piagnistei e crisi nervose.
Riccardo non aveva amici della sua età. Era molto timido. Forse troppo per essere un maschio. I ragazzi delle cascine intorno gli avevano dato l’appellativo di “signorina”. Perciò i suoi genitori avevano deciso di comperare un alloggetto a Pietra Ligure per fargli trascorrere la stagione estiva al mare.
Riccardo era un ottimo nuotatore. A dieci anni aveva partecipato a una gara di nuoto nazionale vincendo il primo premio.
E poi amava infilarsi la maschera e le pinne e andare a esplorare i fondali marini.
Ma tutto questo da solo. Senza amici della sua età.
Diede le spalle ai ragazzi che giocavano sulla spiaggia appena in tempo perché subito dopo due lacrimoni gli rigarono le tenere gote.
Si spostò sul bagnasciuga e continuò la sua passeggiata.
Vide poco più avanti due bambine di circa dieci anni che giocavano coi loro secchielli: li riempivano di sabbia e poi li rovesciavano sul terreno sabbioso lasciandone la forma capovolta, vi mettevano intorno altra sabbia formando delle specie di torte e poi… ciascuna con la propria manina ne toglieva una parte dopo l’altra.
“Posso giocare con voi?” chiese timidamente Riccardo.
“Ma tu sei un maschio e noi giochiamo a far da mangiare. Sistemati qui accanto a noi piuttosto e fa’ un bel castello di sabbia. Quello sì che è un gioco da maschi”.
Lieto di essere stato accolto, Riccardo prese il posto indicatogli dalle ragazzine e cominciò la sua opera: fece prima le torri, poi tutto il porticato col ponte levatoio, poi le mura. Spesse perché i nemici non vi entrassero.
Nel frattempo il sole cominciò a calare.
Mamma era li accanto a lui che gli carezzava la guancia.
“Richi, tesoro, sei qui tutto solo soletto. Vieni con me e papà!”
“Non è solo” disse una delle bambine “È con noi. Solo che non può giocare al nostro gioco perché è un gioco da femmine”.
Mamma rise di cuore “Assì?” disse “Sono contenta. Allora, Richi, io torno da papà. Mi raccomando quando le tue amiche vanno via, vieni”.
“Non ti preoccupare. È qui con noi” la rassicurò l’altra bambina.
Mamma si allontanò. Riccardo quasi non s’era accorto del dialogo tra mamma e le bambine, tanto era immerso nella sua opera.
Ora nel suo castello c’erano tanti cavalieri che giostravano. E dame che facevano la corte. Donavano il loro nastri ai cavalieri giostranti. Ma…..
Chi era quel cavaliere che galoppava come il vento disarcionando tutti gli altri cavalieri? Lancilloto del lago. E c’è anche il giovane re Artù, quello della spada nella roccia.
Meraviglia delle meraviglie! Riccardo, quando ci si metteva, era un vero artista!
Peccato davvero che non riusciva a fare amicizia coi coetanei!
A scuola era molto bravo, il primo della classe. Ma i suoi compagni gli avevano dato l’appellativo di “lecchino”. Solo nell’ora di disegno lo venivano a cercare. Perché lui era più bravo degli altri e allora per farsi degli amici talvolta soleva far loro i disegni da mostrare all’insegnante.
Il castello ora era tutto terminato.
“Oh, che meraviglia!” esclamarono le due fanciulle “Ma lo sai che sei proprio bravo?”
“Di educazione artistica ho sempre degli ottimi voti” disse Riccardo con orgoglio.
“Hai fatto la storia di Artù e i cavalieri della tavola rotonda!”
A quelle parole un’onda giunse a riva e se ne ripartì portandosi dietro un frammento del castello.
Con gli occhi lucidi una delle bambine disse “Oh, s’è fatto tardi. È meglio che ci incamminiamo dai nostri genitori”.
“No, stiamo ancora qui. Adesso viene il bello”.
“Non posso vedere il tuo castello distruggersi” disse la bimba.
“Ma il bello del castello” disse Riccardo “non è tanto il costruirlo quanto il vederlo distruggere dal mare. Rientrare a far parte della natura”.
“Vi propongo un gioco nuovo. Un gioco che possono fare maschi e femmine insieme: osservare un castello di sabbia distrutto a poco a poco dal mare”.
E si sedettero sulla riva a osservare l’acqua marina entrare, ora fra le torri, ora nelle mura. Ora si porta via il ponte levatoio. E poi Lancillotto, Artù e tutti i cavalieri della tavola rotonda. E via piano piano, fino a lasciare la riva piana. Come prima.
Intanto nello specchio dell’acqua all’orizzonte, si vide un luccichio rosso fuoco.
Riccardo mise un braccio intorno alle spalle della ragazzina che gli stava seduta accanto invitandola ad alzarsi.
“S’è fatto tardi. Andiamo, ragazze. Torniamo dai nostri genitori”.
Abbracciati i tre fanciulli si incamminarono a passi svelti sulla rena.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 08:57 )
 

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