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Laura Cafici - l'orso e la stella PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 07:00

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


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possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Cascina Macondo
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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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L’ORSO E LA STELLA

di Laura Cafici
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Aspettava sempre il crepuscolo con ansia. Ogni giorno. E poi ogni sera era lì.
Contemplava la grande distesa blu sopra di lui cercando disperatamente, senza tregua, in mezzo a quell’incredibile affollamento scintillante.
Apparentemente potevano sembrare tutte uguali, puntini brillanti come piccoli diamanti su gioielli, belli e preziosi.
Ma per lui no, lui l’aveva riconosciuta subito, lo sapeva da sempre che era sua e che l’avrebbe amata.
In qualche modo lo aveva turbato.
Lei... così timida e timorosa, piccola ancella del padrone “cielo”, silenziosa ape operaia di quel sistema universo al quale era debitrice e per il quale ogni sera sprigionava inconsapevole luce ed energia, per illuminare quei ghiacci freddi e inospitali immaginava.
E dopo tanto cercare, appena la riconosceva, lui la guardava estasiato dalla sua bellezza e incantato, poggiava il dolce sguardo sull’immaginario viso di lei, quasi accarezzandola, senza potersi addormentare, perchè sapeva che altrimenti la mattina seguente non l’avrebbe più trovata. Non sapeva spiegarsi quale fosse il motivo, ma era consapevole che sarebbe stato così e quindi doveva cogliere ogni attimo che gli veniva concesso.
Le sue notti passavano così insonni e senza pace si tormentava e si chiedeva perchè lei fosse tanto distante, fredda e insensibile e perchè non rispondesse ai suoi richiami.
Più e più volte avrebbe voluto raggiungerla, lì in alto, lì dove da solo non poteva arrivare e si diceva “forse se potessi volare...” ma subito si guardava e riconoscendo le sue fattezze, angosciato rinunciava, pensando che tanto lei non si sarebbe mai neppure accorta della sua esistenza.
Ma quanto si sbagliava Orso! Stella soffriva e soffriva tanto.
Lei lo osservava tutto il giorno, vegliava su di lui e si chiedeva perchè durante la giornata non la degnasse di uno sguardo, non si voltasse almeno una volta nella sua direzione. Ma non sapeva che per Orso non era la stessa cosa, che lui non la poteva vedere da laggiù, perchè di giorno la sua bella Stella era offuscata dalla luce del sole.
Così Stella cercava disperatamente un modo per comunicare con Orso, ma la natura, seppur nella sua perfezione, era stata aspra e avversa nei loro confronti e non vi era modo perchè i due riuscissero ad avvicinarsi.
Orso costretto alla vita terrena, così legato ai ghiacci polari, al freddo e alla solitudine.
Stella appesa ad un filo, sospesa a mezz’aria, tra milioni di gemelle, nel suo eterno viaggio immobile.
Due vite troppo diverse come viaggiare su due strade parallele in direzioni opposte.
Lui aveva il dono delle zampe, poteva camminare, lei no. Lei in qualche modo poteva “volare”, ma lui no.
Lei lo accompagnava con lo sguardo per tutta la giornata, lui invece ne aveva percezione soltanto all’imbrunire.
E passarono gli anni finché, una sera come tante, Orso pianse perchè aveva dovuto abbandonare ogni speranza anche di poter passare solo un minuto con lei, perchè aveva capito che nulla avrebbe potuto permettergli di realizzare il suo sogno.
Stella vedendolo si commosse a sua volta e una sua lacrima raggiunse gli occhi di Orso.
D’improvviso un fascio di luce e Stella si sentì cadere, finalmente vicina a Orso. Per la prima volta avevano potuto penetrare l’uno nell’anima dell’altro, il loro sguardo parlò da solo e il silenzio fu più eloquente di un fiume di parole.
Stella si avvicinò e lo baciò, ma Orso si bruciò perchè Stella non era altro che un batuffolo di fuoco in realtà, e in quel preciso istante capirono che non avrebbero potuto mai stare insieme.
Da quel giorno Orso non ebbe più il cuore di guardare le stelle, il dolore lo avrebbe lacerato, passò così la sua vita nella più completa solitudine.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 22 Luglio 2011 07:05 )
 

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