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Florian Lasne - nulla vedo con gli occhi PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 06:38

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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NULLA VEDO CON GLI OCCHI

di Florian Lasne
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




No, mi sono stufato. Ogni volta che vado in giro, questi mi seguono. Poi quando torno a casa ché voglio riposarmi, essere tranquillo, non so, leggere, o qualcosa del genere, questi mi ripassano tutta la giornata.

“Ti ricordi quella ragazza che abbiamo incrociato all’angolo di via Mira e di via dell’Osservatorio, che bella!… poi, sul belvedere i bambini che giocavano a nascondino… o ancora il finocchio della signora Strabichetta… e i quadri en trompe-l’oeil al museo dei tempi in vista…”

“Basta, basta, non ce la faccio più, voglio silenzio!”

Ma non c’è verso, perché poi litigano. L’occhio destro dice:

“L’ho visto per primo, è mio”


E l’occhio sinistro:

“Ma io l’ho visto per più tempo”

“Sì, però non vale”

“Come no?”


E come sempre, io, per calmarli, devo ficcare il naso in mezzo.

“Marm’occhi, stop, io voglio stare tranquillo, tanto tutto ciò che avete visto non è concreto, è solo immagine, dunque non appartiene a nessuno, è ricordo, è di tutti. Allora basta, azzerate tutto ciò che avete anche solo vagamente visto e dormite un po’, così anch’io mi riposo.”
Ma niente da fare, gli occhi, una volta che hanno visto, non possono più tacere e ripetono giorno e notte l’inventario delle cose osservate: tre ore di televisione, spot pubblicitari, migliaia di corpi, visi, pubblicità intraviste nella metropolitana, prodotti del supermercato, macchine sulla strada, pubblicità, cani, alberi, piante al parco, bambini a scuola, pubblicità, pietre, uccelli, formiche, api, pubblicità…
Insomma, come vuoi riposare con tutto questo chiasso in testa, e poi in stereo.
Ma non in stereo che ti dicono la stessa storia a due voci, no, ciascuno racconta contemporaneamente la sua versione dei fatti visti.
Allora ho deciso una cosa. La minaccia:

“Se non cessate subito vi strappo”

“Non ce la farai, hai bisogno di noi, non ce la farai, uuuuu..”


In due tempi tre movimenti, plof, plof, mi son tolto queste due sfere infernali e le ho ficcate nelle mie tasche…
Ah finalmente un po’ di tranquillità. Bene.
Mi sono messo a letto, ho chiuso in un lampo le cerniere delle tasche, in caso i miei occhi volessero scappare, e ho dormito.
Svegliandomi, come sempre, vado al bagno, però, non lo trovo. Allora cerco l’interruttore per vedere meglio, cammino con cautela per non cadere, accendo, niente. Sarà un nuovo black-out causato da un incidente in Germania, non lo so, ma l’elettricità non c’era, tutto buio. Va bene, mi prendo una torcia… non funziona. Decido di andare al bagno a tastoni dicendomi che dopo un po’ mi abituerò all’oscurità.
Fatto tutto ciò che dovevo fare, esco dal bagno, torno sul letto. Non ci vedevo ancora una pippa. Però sentivo qualche risatina lontana. I vicini forse, o qualcuno in strada. “Aspetterò che venga il giorno, poi darò un’occhiata al contatore”.
Altre risate, più vicine però.

“C’è qualcuno?”

Sembrava che qualcuno ridesse della mia situazione. Vado brancolando fino alla porta, guardo nell’occhio di bue, ma anche là tutto buio. Strano. Grandi risate.

“Mi state prendendo in giro, basta o vi faccio il malocchio”

Crisi d’ilarità.

“Provaci pure!”


“Ma chi mi parla da così vicino, dove siete, voi mi vedete?”

“Ma certo caro”

“Dove siete, chi siete, mi conoscete?”

“Eh sì, ti conosciamo come le tue tasche, dacci un’occhiata se puoi.”


“Ma dove siete?”

“Nella tua giacca, stupido, ci hai sbattuto dentro prima di dormire, facci uscire e risolveremo i tuoi problemi.”

Adesso mi ricordavo e, benché non proprio contento, li ho liberati.
Dovevo ammettere che senza di loro era un bel casino, perché nulla vedo con gli occhi, in tasca.


 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:00 )
 

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