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Elena Remogna - lettera a dio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 06:29

 

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LETTERA A DIO

di Elena Remogna
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Una busta nella buca delle lettere. Una busta che non è pubblicità, non è della banca e nemmeno una bolletta da pagare. Una busta, bianca, normale. Con l’indirizzo scritto a mano, in bella calligrafia. A guardarlo bene, parrebbe addirittura scritto con una penna stilografica e l’inchiostro di china nero.
Nessuno manda più lettere, così come nessuno chiama più sul telefono fisso. C’è la e-mail, e soprattutto c’è il cellulare. Per trovarti sempre e ovunque, qualunque cosa tu stia facendo e per comunicarti qualcosa di semplice, breve e rapido. Qualcosa che anche la tua limitata soglia di attenzione sia in grado di comprendere.
Una busta di quel tipo fa pensare a una lettera. Magari scritta a mano, con tutte le difficoltà di decifrare la calligrafia, magari anche lunga, scritta su carta sottile, come quella che la mamma usava per ricopiare in bella la lettera da spedire alla sua amica che si era dovuta trasferire lontano per lavoro, tanti anni fa, quando per comunicare c’erano solo la posta e il telefono, ma la teleselezione era cara... Teleselezione... un concetto superato. Oggi che tu stia chiamando uno che è davanti al tuo citofono col dito pronto a pigiare il campanello di casa tua o qualcuno che è a mille chilometri quasi sul punto di varcare i confini patrii non cambia nulla.

Queste riflessioni avevano impegnato il tempo per arrivare all’ascensore, prenotarlo, salire al piano ed entrare in casa. Il cane era ovviamente dietro alla porta e la accolse con le consuete feste e l’immancabile desiderio urgente di essere portato fuori. La lettera dovrà aspettare.
La tuta da ginnastica prese rapidamente il posto del tailleur grigio scuro. Via i tacchi. I capelli legati in una coda, il guinzaglio, l’osso portasacchettini, la pallina... c’è’ tutto. Pronti per la corsa serale. Vivere con un cane ha i suoi vantaggi: per esempio ti mantieni in forma portandolo fuori e per di più sei in compagnia quando corri, e non hai nessuna scusa per non farlo ogni sera, con qualunque temperatura e qualunque condizione climatica... beh, questo forse non è del tutto un vantaggio!
Dopo, tornati a casa, c’è una ciotola (e un piatto) da riempire.
E poi, finalmente, c’è del tempo per questa misteriosa lettera. No, non è la carta sottile che usava la mamma. È carta spessa, ordinaria.
È... una fotocopia?!
Fotocopia, proprio così. Una e-mail stampata e fotocopiata, neanche troppo bene, per un invito a una festa coi compagni di scuola a vent’anni dal diploma. E in fondo poche righe scritte a mano, la stessa che ha scritto l’indirizzo.

Ciao, “dio”,
spero tu abiti ancora a questo indirizzo. Non ho trovato da nessuna parte la tua e-mail! È incredibile, ma se cerco su internet il tuo nome non trovo indizi utili a rintracciarti!
Ci vediamo alla festa, spero.

Nessuno ha più usato quel nomignolo da vent’anni. Nemmeno lei. Beh, ci va del coraggio a inserire “dio” come nick per iscriversi a un forum o a crearsi una casella di posta Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. . È imbarazzante ... Solo i compagni di scuola la chiamavano così, era uno scherzo nato per via di un compito di matematica terribilmente difficile da cui era uscita con una lode.
Sarà divertente rivederli tutti.


 



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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:00 )
 

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