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Edoardo Burlini - come un soffio PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 06:23

 

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COME UN SOFFIO

di Edoardo Burlini
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




“Come un soffio”… di vento, no? Certo, un soffio di vento. E che altro, sennò? Eppure no, non era quello. Maledizione! Come sfuggono le parole, a volte! Non alla lingua, no: alla mente. Un minuto, un istante fa lo sapevo: sapevo che cos’era quel soffio. Era un soffio come di… come di…. non me lo ricordo più. Ma non era vento, no, di questo sono sicuro. Era di qualcos’altro.
E forse che quel giorno il vento non c’era? Mamma mia, altrochè, se c’era! Un vento che ti viene da dire che così non l’hai mai provato prima. Non è vero - naturalmente - non può essere vero. Io sono di Trieste, mica pizza e fichi! Mi sento figlio dell’intera rosa dei venti e ne vado orgoglioso. La Bora: provatela voi, la Bora… poi vediamo chi resta in piedi! Io il vento ce l’ho nel sangue, da quando sono nato.
Eppure quel giorno il vento c’era, anche se non ero a Trieste, ed era un’altra cosa, proprio tutta un’altra cosa. Una cosa che ti fa proprio dire che un vento così non l’avevi mai provato prima. Ma non è il suo, il soffio che manca al mio ricordo.
Era novembre, come adesso. Solo, molti anni fa. Eravamo partiti di mattina presto, perché c’era parecchia strada da fare. Era pure domenica, giorno di riposo: si sarebbe potuti stare tutti in albergo, anziché stringersi in quella macchina scassatissima. Ma eravamo curiosi. E l’unico che probabilmente curioso non lo era affatto, l’autista, l’avevamo pagato lautamente, di tasca nostra.
Così eravamo partiti. Con un soffio di speranza, forse.
Sì, sì, magari è vero: ma non mi posso prendere in giro da solo. Non è questa la parola che sto cercando. Ma se vi piace, se vi fa provare un autentico-senso-di-vera-poesia, diciamo pure che siamo partiti con un soffio di speranza.
I primi cento chilometri li conoscevamo già, e sapevamo esattamente cosa aspettarci: niente. Cento chilometri di niente, ciascuno con i propri pensieri. Veramente, di cosa pensassero gli altri mi importava piuttosto poco: diciamo pure che il mio sentire nei loro confronti si armonizzava bene con il niente del paesaggio. Eravamo compagni occasionali: sia di lavoro che di quell’avventura, e la curiosità di ognuno aveva caratteristiche individuali e indipendenti da quella degli altri. La mia, di curiosità, era a carattere assolutamente morboso. Di che origine fosse quella degli altri, non me ne poteva fregare di meno. Se avessi dovuto fare quella gita da solo, l’avrei fatto? Di corsa! Alle curiosità morbose è bene non resistere.
I secondi cento chilometri costituivano l’avvicinamento vero e proprio. La zona di esplorazione, vergine. Superata la “Città delle Pompe”, come l’avevo soprannominata io la settimana precedente, ci stavamo ormai inoltrando in territorio sconosciuto. Fuori doveva fare un freddo cane, anche se non ho mai capito il legame tra le temperature rigide e il cosiddetto migliore amico dell’uomo. Per convenzione sociale, ci saremmo comunque trovati d’accordo nel definire la temperatura “freddo cane”, anche se dell’aria esterna non stavamo avendo esperienza diretta da più di un’ora. Finestrini sigillati, riscaldamento al massimo. Sudavamo tutti come capre.
A destra e a sinistra, campi. Qualche arbusto, più o meno piegato dal vento. Dopo un po’, nei campi a destra e in quelli a sinistra, pozze d’acqua. Me ne avevano parlato, di quelle pozze d’acqua. Mi avevano detto che spuntavano in una notte, e dopo qualche giorno sparivano, o a volte no. Ce n’erano anche nella Città delle Pompe - mi avevano detto - ma lì non ne avevo viste.
Era domenica, ma non per questo era giorno di festa. Era giorno di riposo per noi, ma non di festa. Per questo era strano, anzi molto strano, incrociare solo quattro macchine in un’ora, nei secondi cento chilometri (quelli di avvicinamento). E non trovare nessuno, assolutamente nessuno, da superare o che ci superasse. Colpa del freddo cane? Forse. Colpa del vento? Forse. Colpa delle pozze d’acqua? Non lo sapevo ancora. Ora so la risposta, che è sì.
Così alla fine arrivammo. C’erano stati dei segnali, prima di arrivare, che ci avevano elettrizzato. A uno di questi segnali, un grande monumento di cemento, eravamo persino scesi dalla macchina, e ci eravamo messi in posa per la foto di rito. Faceva veramente un freddo cane, tirava veramente un vento della madonna, e io non mi tenevo più dalla curiosità.
Oltrepassammo l’aeroporto, ci inoltrammo nel centro abitato. Abitato? Disabitato!
Ci inoltrammo nel centro disabitato. L’omino piccolo e buffo che assomigliava tanto a Dersu Uzala (e che come il cacciatore siberiano sapeva risolvere praticamente ogni situazione) comandò all’autista: “A sinistra!”. L’auto girò su per una stradina e arrivò al secondo monumento di cemento della giornata.
Scendemmo dall’auto. L’omino si sedette sul basamento del monumento, nel frastuono del vento (altro che soffio!) e disse: “Da qui, nel 1967, feci un bel tuffo”.
Io mi guardai intorno, e se mai c’era stato un soffio di speranza, quella mattina, ora si stava trasformando in una mano ghiacciata che cercava di strizzarmi il cuore. Nessuno disse niente, dopo che tutti ci eravamo guardati intorno.
Risalimmo in macchina, e andammo verso la Fabbrica. Questa era aperta, ed entrammo. Gli operai ci guardavano come si possono guardare degli struzzi che entrano in un bar, o come degli idioti che in vita loro non hanno niente da fare. Dopo pochi minuti, uscimmo.
Passammo davanti al mercato. Secondo una mia stima personale, dovevano esserci circa 200 gradi sotto zero, e difatti in tutto il mercato c’erano quattro - diconsi quattro - baracchini aperti. Il sosia di Dersu Uzala disse: “Un posto il cui mercato di domenica è vuoto, è un posto morto”. Per una volta, non avevamo bisogno del suo parere: eravamo giunti alla stessa conclusione da soli.
Poco più avanti, il vento ci portò un altro soffio: questa volta di sabbia. La sabbia ci impediva di vedere e di respirare. Così ci voltammo, e cominciammo a camminare all’indietro. La donna che era tra noi, ipocondriaca, chiedeva a gran voce: “Ma non ci farà male?”. “Certo”, era la risposta. Ma noi mica vivevamo lì. Ancora pochi minuti, e ce ne saremmo andati. Non come i proprietari dei quattro baracchini del mercato. Non come gli operai della fabbrica. Non come i loro familiari nelle case.
Così officiammo l’ultimo rito: quello famoso nel mondo, quello di cui si ciancia ovunque, quello di cui esistono foto dappertutto, quello che fa levare alti lai alle matrone ingioiellate e scuotere il capo di compunto sdegno alle cene del Rotary.
E lì, in piedi sulla tolda, mi raggiunse come un soffio…
Adesso lo so, adesso mi ricordo. Mi è tornata in mente la parola, e così la sensazione.
Ancora un attimo di pazienza, e ve lo dico. Ma prima fatemi finire il racconto.

Tornammo a rotta di collo alla macchina, semi-congelati. L’autista - che non era curioso - ci stava aspettando col motore acceso, riscaldando l’abitacolo ad una temperatura che secondo un’altra mia stima personale doveva essere di circa 200 gradi sopra lo zero. Girammo la macchina e tornammo indietro.
Per tutto il viaggio (altri 200 chilometri) nessuno disse una sola parola.
Tornati in albergo, ciascuno andò in camera propria. Ci saremmo rivisti l’indomani, per lavorare.
Quella sera ero seduto in poltrona, fumando una sigaretta via l’altra, e ripensavo a quello che avevo visto quel giorno. Meglio, a quello che non avevo visto quel giorno.
Com’ero stato ingenuo! “Fesso”, si può dire tranquillamente. Ero un fesso. E che cappero mi ero aspettato di vedere? Quattrocento chilometri per non vedere niente. Ovvio per tutti (innanzitutto per l’autista) tranne che per me e i miei due compagni di viaggio (Dersu Uzala non contava: lui sapeva, ma era stato gentile con noi, e ci aveva accompagnato).
Solo per un istante, sulla tolda della nave, avevo creduto di sentire… avevo pensato di sentire… avevo sperato di sentire, come un soffio di mare.
Proprio così, come un soffio di mare. Nel vento, tra la sabbia, sulla coperta della nave da pesca, avevo sentito come un soffio di mare. E difatti quella mattina ero partito per questo: per vedere il mare. Solo che il mare non c’era. Non c’era alcun soffio di mare, ma solo un come.

Da Nukus, la capitale del Karakalpakstan (Repubblica semi indipendente dell’Uzbekistan), ci sono circa cento chilometri verso nord per Kungrad. A Kungrad c’è una stazione di pompaggio del gas naturale, che porta fino alla Russia. Il rumore a bassa frequenza delle pompe che spingono il gas per un tratto dei 3500 chilometri del gasdotto fanno tremare il terreno per molti chilometri all’intorno. L’edificio della stazione di pompaggio è un “coso” lungo circa 300 metri.
Da Kungrad - che per questo ho soprannominato la città delle pompe - parte la “strada delle pozze”, che va anch’essa a nord. Arriva a Muynak, un tempo ridente cittadina di pescatori.
A Muynak ci sono i due monumenti di cui ho parlato: il primo è il monumento al pescatore, e segna l’ingresso in città, il secondo è quello ai caduti di guerra, e sta sulla collina. Da lì “Dersu Uzala” - che in realtà è un sociologo kazako a nome Sukrat - nel 1967 si era tuffato in acqua.
Solo che oggi l’acqua non c’è più.
Muynak era un porto di pesca sul Lago d’Aral (che i russi sovietici chiamavano “mare”, e infatti è salato). Solo che oggi le sponde del lago stanno a 80 chilometri. Cioè ogni traccia d’acqua è a 80 chilometri dal porto di Muynak.
Le navi sono ancora nel porto, ossia nel deserto, e ci si può salire.
È da lì che - preda di un delirio - devo aver sentito come un soffio di mare.

Tutti i riferimenti a persone, cose e situazioni di questo racconto non sono per niente casuali. Fatevi un giro su internet, e lo scoprirete anche voi.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:00 )
 

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