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Claudia Avitabile Macciò - con i soldi nelle calze PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 06:14

 

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CON I SOLDI NELLE CALZE

di Claudia Avitabile Macciò
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Mentre riempiva la valigia posata sul letto Bodana non riusciva a pensare a nulla se non agli ebrei. Aveva sentito in qualche documentario che quando venivano inviati nei campi di concentramento era concesso loro di portare con sé solo una piccola valigia e, a scanso di equivoci, veniva loro imposto anche il peso, dieci, dodici, quindici chili, lei non ricordava mentre viveva lo stesso strazio.
Pensare al cuore e portare con sé lettere e fotografie o essere più pragmatici e mettere in valigia due paia di mutande in più? Nel documentario aveva anche visto che qualcuno nascondeva oro e brillanti negli orli delle gonne o sotto la fodera dei cappotti, ma questo problema lei non lo aveva; i suoi ori, l’anello della nonna, un paio di orecchini della zia morta bambina e l’orologio che le avevano regalato per il diploma, li portava sempre addosso e certo non li avrebbe né lasciati a casa né messi in valigia. La scelta degli abiti era davvero un rompicapo, non perché ne avesse tanti, ma perché erano così diversi da quelli della donne di quel paese lontano che aveva visto in televisione. Le avevano anche raccontato che là faceva caldo, il terreno mica gelava tutto l’inverno come nel suo orto, ma la gente che aveva la pelliccia era più numerosa che al suo paese, chissà perché? Alla fine optò per qualcosa di più leggero in valigia e di più pesante addosso e poi forse si sarebbe fatta spedire dell’altra roba o magari lei, abituata ad adattarsi all’abito e ai gusti di altri avrebbe potuto comperarne uno tutto suo, secondo il suo gusto, avrebbe anche provato la gioia di staccare un cartellino e poi nel segreto della sua camera avrebbe passeggiato davanti allo specchio dinoccolandosi come le modelle in televisione. Nella sua camera, già! Come sarebbe stata? e soprattutto avrebbe avuto una camera per sé?

Ormai da anni era la prassi: il terzo venerdì del mese partiva un pullman carico di donne, donne vigorose, ma non giovanissime; nelle famiglie erano le madri a partire, ma nel suo nucleo familiare toccava a lei, come era sempre toccato a lei lavare, stirare, cucinare, badare ai fratelli da quando sua mamma era morta per quel male che nessuno osava nominare e che si erano tirati dentro con la nube venuta da lontano, dicevano in paese, da una centrale che si era rotta, ma rotta tanto che non ci si poteva fare nulla e che forse anche in futuro avrebbe potuto portar guai.
Sua mamma era deperita lentamente, quando poi cominciò ad avere forti dolori la portarono via con un’ambulanza su cui era scritto in un’altra lingua, perché nel paese d’origine nessuno usava più mezzi così obsoleti, ma da loro era l’unica alternativa. Per un po’ il padre di Bodana aveva potuto comperare tutti i farmaci della lista che il medico dell’ospedale dava loro ogni mattina, ma a un certo punto era stata la mamma stessa a decidere di tornare a casa.
Ora Bodana, diventata donna per necessità, partiva sulla parola di una vicina di casa che le aveva fatto sperare in un lavoro. Sapeva che di lei poteva fidarsi, ma di tanto in tanto le venivano in mente anche alcune ragazze che sì avevano trovato un lavoro, ma molto, molto particolare… e poi quelle non si erano appoggiate a una vicina, ma erano fuggite con degli uomini e poi … e poi, che diamine, dovevano forse toccare sempre a lei?
L’ultima cosa che preparò fu una mazzettina di soldi sul comodino, l’indomani l’avrebbe infilata nelle calze, la sua personale cassaforte, per averla sempre sotto controllo, al sicuro, ma al tempo stesso disponibile per sopire i sospetti di qualche  poliziotto di confine che si fosse domandato cosa mai andassero a fare in Italia tante donne con il visto turistico.
Aveva sempre sognato viaggiare, ma non così! Quaranta ore di pullman, scandite da qualche sosta, circondata da gente che parlava quando lei avrebbe voluto dormire e che dormiva quando lei avrebbe voluto scambiare due parole. Gli ebrei di quel documentario tornarono alla sua mente: ci voleva un bel coraggio a lamentarsi per il suo viaggio, quei poveretti sì che nei vagoni piombati stavano male per davvero.
Passò un giorno, una notte e ancora un giorno e parte della notte, passarono le dogane di quattro stati, salirono altre donne, con valige simili alla sua, che parlavano lingue diverse, ma portavano in testa un fazzoletto e calzavano stivaletti come lei, quando d’improvviso vide le montagne, alte, maestose e blu nella luce di una luna piena che risplendeva in un cielo terso e senza nuvole. Le piacque subito questo paese, più di quando lo aveva visto in televisione: le piacevano le casette sulle pendici dei monti, le chiese che segnalavano di tanto in tanto la loro presenza con un rintocco e soprattutto i campi, di girasoli, di granturco, di alberi da frutto così ben lavorati e ricchi, così diversi dalle distese di terreno incolto, sterili di frutto e ricche di erbacce, che aveva lasciato. E questo paese le piacque ancor di più quando vide il grande lago dalla superficie increspata e le pianure e le città in lontananza e da ultimo il mare.
Era arrivata al mattino presto e appena scesa si era sentita a casa. Il pullman era circondato da tante donne: alcune con la valigia, ma più bella e grande della sua, e con gli occhi di sposa innamorata, altre più meste con scatoloni e pacchi. Il pullman sembrava diventato una macchina che lavora esseri umani: Bodana e le altre rapidamente scaricate insieme alle loro povere valigie, i portelloni aperti perché le donne meste potessero riporvi le loro cose, le gioiose quasi spinte dentro. Gli autisti che a turno erano spariti per prendere qualcosa di caldo al bar, si erano muniti di bilancia e borsello trasformandosi in esattori per le une e le altre.
Il cambio di umanità durò circa un’ora e poi via, di nuovo a casa.
Bodana aveva caldo e si sentiva a disagio, un dolore al basso ventre e un forte bruciore le facevano desiderare più di ogni altra cosa un bagno e pensò che, visto che nelle calze le erano rimasti degli euro, avrebbe potuto prendersi un tè caldo e usufruire dei servizi del bar.
Mentre prendeva la prima decisione della nuova vita, le corse incontro la sua vicina; era stata di parola, era venuta come promesso e meno male perché, a ben pensarci, come avrebbe potuto chiedere un tè e il permesso di andare in bagno? forse in un francese rispolverato dagli studi scolastici, ma l’avrebbero capita? in questo paese, lo sapeva bene, non si parla francese, ma una lingua simile e il francese lo si capisce un po’ sì e un po’ no, come loro il russo.
La vicina Roxana, madre di tre figli maschi, moglie di un uomo invalido, brusca, ma buona, la catechizzò “In questo paese si fa così, si fa cosà, ma ricordati che la cosa più importante è che trovi lavoro subito e dei padroni buoni, perché c’è una legge che se loro pagano e fanno finta che lavori con loro già da due mesi, governo dà permesso”.
Invece di ottenere l’effetto incoraggiamento, quelle parole su Bodana ebbero l’effetto doccia scozzese; realizzò improvvisamente di non conoscere nessuno, di non essere in grado di parlare se non attraverso Roxana e soprattutto di doversi procurare in massimo venti ore un posto dove passare la notte.
“No, piangere, no - la scosse la saggia vicina - Oggi ci vediamo a Messa con nostro prete e tutte amiche che lavorano qui, parliamo di te e sentiamo se qualcuna sa che signora cerca badante”. Bodana riprese fiducia in quella donna, in fondo a qualcuno doveva pur credere, il pullman era ripartito, i soldi nella calza molto ridotti e nel borsellino un visto per motivi turistici al quale un eventuale controllore avrebbe potuto solo far finta di credere.
Bodana continuava a guardare il suo orologio e le sembrava galoppasse: dieci Messa, dodici pranzo, tredici passeggiata, quindici chiacchiere, sedici vetrine, belle anche con saracinesche chiuse … sì, ma la notte? dove avrebbe passato la notte?
Quando il sole cominciò a declinare anche Roxana avvertì il problema notte e così, non dando importanza alla cosa come chi informa senza voler suscitare riconoscenza, disse: “Mia signora buona e mio letto molto grande, io ti porto da me, stasera di nascosto e poi domani io dico e vedrai che lei ti lascia, scio!”.
Il pensiero letto era sistemato, ma il lavoro? come trovarlo? e per mangiar: fino a quando sarebbero durati i soldi nella calza?
“Ah, ora tu ti chiami Anna, come io mi chiamo Maria, vecchie signore hanno paura di straniere e con nome diverso più facile trovare lavoro”. Roxana si era calata al cento per cento nel ruolo di guida esperta e in virtù di questa esperienza aveva preso a decidere anche per Bodana, più per dovere che per autorità, lei sapeva e la giovane no.
Rientrarono a casa della vecchia signora in modo molto diverso, Roxana-Maria aprì rumorosamente la porta, ma non la richiuse, salutò ad alta voce la vecchia signora per tranquillizzarla e senza togliersi la giacca entrò in camera, Bodana-Anna scivolò in casa quatta quatta, ma il suo cuore batteva così forte da far più rumore dei suoi stivaletti, accostò la porta e fece scattare la serratura proprio mentre Maria faceva scorrere l’acqua in bagno, così da coprirne il rumore e subito entrò nella camera appena a destra dell’ingresso, secondo le istruzioni dell’amica. Aveva fame, ma doveva aspettare; Maria era sicura che anche stasera la vecchia signora avrebbe lasciato quasi tutto il cibo che la figlia ogni sera le portava per cena e allora Maria, invece di mangiarlo lei, avrebbe potuto portarlo ad Anna e si sarebbe cucinato qualcosa di fresco, come voleva la figlia.
Allora c’era anche una figlia! Per essere entrata in una casa non sua ingannando la vecchia signora Anna già un verme, ma la figlia si sarebbe accorta di lei e allora…. trasalì all’idea.
Nell’atmosfera rarefatta di quella bella casa che aveva conosciuto le risa dei giorni di festa, le liti di famiglia e i pianti del lutto, tutto filava secondo copione la cena, gli avanzi, la sua cena, e lei aveva conquistato anche il bagno e si era cambiata con movimenti circospetti e cauti e quando era ritornata in camere in camicia da notte, quella che aveva scorto nello specchio più che la sua immagine le era sembrato un fantasma.
Era già a letto quando Maria scese a portar via la spazzatura e perciò non si insospettì quando sentì nuovamente aprire la porta.
“Mamma! sono io. Hai mangiato?”.
La figlia! e lei con la luce accesa sul comodino. L’avrebbe vista e spegnere avrebbe attirato l’attenzione. Anna non decise di non far niente, semplicemente non riusciva né a fare, né a pensare niente, quando la porta si aprì di nuovo ed entrò Maria. Dovevano essersi evitate veramente per un soffio, forse una era salita a piedi e l’altra in ascensore.
Maria, vista la figlia, si mosse in modo molto professionale. 
“Signora, dato medicine a mamma oggi? Stasera mangiato quasi niente”.
“Non so più cosa cucinarle e dire che la sogliola di stasera sembrava buona, ma..” 
“buona, buona” pensava Anna mentre ancora assaporava quel gusto inconsueto per lei. “Non sembra cattiva questa figlia; le amiche mi avevano raccontato che in questo paese tutti i figli o chiudono vecchi in ospizio o abbandonano con badante e invece questa viene… ma perché proprio stasera?”
“Maria entro un attimo in camera tua per prendere la misura della finestra e farti le tende nuove…”
“No signora, prendo io domani”  arginò Maria, ma troppo tardi.
“…e tu chi sei?” esclamò la figlia vedendo Anna nel letto.
Anna non capiva le parole, ma il tono sì e sentiva che non tirava aria buona. Maria invece entrò sicura e con tono pacato raccontò tutto.
La figlia le elencò con poca convinzione i possibili problemi legati alla presenza dell’inaspettata ospite:
“Noi conosciamo te e non lei. È clandestina, lo sai, se la beccano vado nelle rogne anch’io, già che ho dovuto dichiarare il falso per mettere in regola te… e poi come fate a dormire in due in un letto? e cosa fa?…”, ma a poco a poco si sciolse “Va be’, falle qualcosa da mangiare e non farti accorgere da mia madre se no si agita, domani gliene parlo io”. Poi riprese il tono duro di chi ha paura.
“E fa’ che si trovi presto un lavoro, che qui non può restare tanto. Ma non c’era un’altra soluzione?”.
Maria rispose sicura e rispettosa con la sua voce da cosacco.
“Sì, strada!”.
La figlia abbozzò e uscì.
Quella notte fu ben diversa dalle precedenti; il letto era comodo e la presenza di un’altra persona di conforto e non di disturbo. Anna ebbe qualche sogno inquietante, nel dormiveglia rivedeva le montagne, i paesini, il lago e gli occhi delle donne gioiose e le loro belle valige, sì, un giorno anche lei sarebbe tornata gioiosa con una bella valigia e con un vestito suo.
La vita della badante prevede notte insonne se l’anziano è malato, due o tre alzate per notte quando l’anziano è solo anziano. Alla mattina invece il risveglio non ha un’ora prestabilita: o quando ti svegli da sola o quando si sveglia l’anziano o quando devi essere pronta perché arriva il medico. Quella mattina la vecchia signora riposava ancora e le due amiche stavano recuperando i risvegli notturni quando il cellulare di Maria iniziò a vibrare sul comodino. Il tam tam delle amiche aveva funzionato e già una chiamava per segnalare che c’era una famiglia in cerca di aiuto. Maria, col fare di chi la sa lunga, prese nota del numero di telefono, piegando i caratteri con i quali aveva imparato a scrivere da bambina alle lettere e alle cifre del nuovo paese.
La figlia arrivò poco dopo e fu di parola: approfittando della bella giornata di sole e di un apprezzamento della madre per il lavoro di Maria, le raccontò tutto, calcando molto sulla povera ragazza che se non avrebbe dormito in strada.
La vecchia signora era donna burbera, ma generosa, provata dalla vita e molto sensibile all’altrui bisogno e senza neppure replicare alla figlia, chiamò in camera Maria.
“Chiamami la tua amica”.
“Non si preoccupi. Ha già una proposta, oggi pomeriggio va in stazione per vedere un signore che cerca badante per cugina”.
“Porta qui la tua amica” scandì la vecchia signora seduta sul letto come su un trono di cuscini.
Quando Anna entrò nella stanza capì improvvisamente cosa era venuta a fare: a obbedire alle bizze di un anziano egoista e prepotente, a temere dei figli padroni della lingua e ben informati sui loro diritti, ad accudire in ogni necessità una persona alla quale ti lega il bisogno e non l’affetto. D’improvviso la valigia bella non le sembrò così importante, non per sé sarebbe rimasta, ma per suo padre che ormai con lo stipendio si pagava sì e no le sigarette e per i suoi fratelli, che, orfani va bene, ma anche poveri non potevano restare. Dopo tanti sogni toccava una realtà che non le piaceva affatto, ma forse quella mattina esagerava un po’ nelle tinte fosche.
“E come si chiama questo signore?”.
“Non lo so, non ce l’ha detto”.
“Ah, dammi il numero e - rivolta alla figlia - tu chiama e fa finta di aver sbagliato e fatti dire il nome”. La figlia obbedì e divertita fece l’indagine.
“Arrigone”.
“Arrigone? non conosco nessuno che si chiami così! Prendi l’elenco e controlla il numero”.
“Arrigone… Arrigone dott. comm. Paolo, corso D’Oria 31”.
“Caspita! deve essere un buon posto! Ma tu non sei mica la figlia di nessuno, non puoi incontrare un signore sconosciuto in una stazione e poi come gli parli?”.
Anna non rispose per il semplice fatto che non capiva, ma Maria ribatté sicura
“Vado io con lei”.
“E no, voi non vi muovete, ditegli di venire lui qui, così lo vedo, gli dico che Maria è onesta e lavora tanto e lui ti prende”. E brava la vecchia signora! altro che averne paura.
Quando scese nuovamente la sera Anna e Maria cenarono insieme in cucina rompendo l’aria rarefatta della bella casa con il suono severo e nostalgico di una lingua nuova, la vecchia signora rifiutò ancora i manicaretti preparati dalla figlia, sazia e soddisfatta della sua prodezza, perché ancora una volta li aveva spiazzati tutti e si assopì col sorriso furbastro della bimba birichina.
Roxana si addormentò pensando ai suoi tre figli, pregando il Cielo perché qualcuno fosse buono con loro come lei lo era stata con Bodana e Bodana si addormentò pensando che se già nel primo giorno tante idee sbagliate, tante paure, tanti pregiudizi erano svaniti, qualcosa di buono si poteva costruire. Sì, quello era davvero un nuovo inizio!




Anche se questo racconto
è in gran parte frutto di immaginazione
lo dedico

al signor Ivan,
che in diverse lettere mi raccontò dei guai
causati dalla centrale tanto rotta,

alla vera Anna-Bodana,
che ha vissuto nella nostra famiglia
e l’ha considerata “casa”,

a sua sorella Roxana,
che ha patito l’ansia del clandestino,

ma soprattutto a mia madre,
una vecchia signora
dal sorriso furbastro di bimba birichina.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:01 )
 

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