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Chiara Lambertini - come se le stelle avessero le punte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 06:09

 

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COME SE LE STELLE AVESSERO LE PUNTE

di Chiara Lambertini
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Non ci pensiamo mai. Noi vediamo le stelle come se avessero le punte per un difetto del nostro occhio, per un errore della retina; ma, anche se lo sappiamo, ormai non conta più: la retina passa in quel modo le informazioni al cervello e per noi le stelle hanno le punte, perché è così che le percepiamo e dunque è così che continuiamo pensarle: anche se in realtà sappiamo che non è vero, alla fine è solo questo che conta per noi.

Era un tipo strano Orso, non diceva mai niente. Ascoltava invece, questo sì, ascoltava sempre molto attentamente gli altri, e si limitava ogni tanto a scuotere la testa ridacchiando, o tutt’al più, quando qualcuno lo provocava, bofonchiava lapidario qualcosa come “… tua sorella!”. Quando Giacomo gli presentò sua sorella Stella, all’improvviso smise di dire anche quello e rimase solo lo scuotere la testa. Un mezzo deficiente, insomma.
“Ma insomma, cosa pretendi anche tu? Uno che si fa chiamare Orso come vuoi che sia, espansivo?” le dicevano gli altri. Emiliano, per gli amici Orso, non aveva scelto il suo soprannome (un soprannome mica te lo scegli, ti rimane appiccicato addosso e basta), però lui questo soprannome aveva scelto di accoglierlo, in qualche modo lo sentiva suo, al punto che aveva preso addirittura a firmarsi così: “Saluti e baci, Orso”.

“Ma non lo vedi come ti guarda?” le dicevano tutti. “No, veramente non lo vedo - si seccava Stella - e poi se è tanto innamorato come dite voi potrebbe anche fare lo sforzo di dirmi qualcosa, o no?”
Poi un giorno, era d’estate, Stella era al mare e suo fratello Giacomo decise di fare un salto da lei per il fine settimana. “Ti saluta Orso - le disse, arrivando in spiaggia - ha detto di darti questo. È il suo libro, quello che ha scritto lui.” Stella si ritrovò tra le mani quel dattiloscritto rilegato con la barretta di plastica nera, e boh, ok, grazie, tanto sotto l’ombrellone non c’è molto di meglio da fare. Stella lo aprì distrattamente e cominciò a leggere: “ULTIMA FERMATA - ROMANZO”.
Restò incollata a quelle pagine per quattro giorni senza riuscire a staccarsene finché non fu arrivata alla fine. A mano a mano che si addentrava in quella storia, Stella aveva quasi la sensazione di poter vedere l’anima di Orso, e quell’anima era bella. Leggendo quelle righe poteva capiva ogni cosa di lui, quello che teneva accuratamente nascosto dietro la sua espressione impenetrabile, poteva leggere con chiarezza le emozioni, le paure, le delusioni, perfino la musica che lui sentiva nel suo cervello. Quando, due giorni dopo, tornò a casa aveva deciso di cercarlo, ma non fece in tempo a posare la sua piccola valigia verde che il telefono squillò. “Sono Orso, Giacomo mi ha detto che rientravi oggi.” “Andiamo al ristorante cinese, vuoi?” disse Stella con la voce sicura. “Sono già lì.” Stella posò la cornetta e si sorrise da sola nella stanza. Da quella sera non si erano più lasciati.

Verso di lei, verso il futuro, Orso si era aperto fin da subito, a modo suo, con una intensità straordinaria, inaspettata perfino per lui stesso. La prima volta che lui l’aveva portata a casa sua, Stella non l’avrebbe mai dimenticata. Era entrata con un po’ di imbarazzo nel suo appartamento - “Ecco la mia tana” le aveva detto aprendo la porta con un unico gesto del polso - un monolocale quasi senza mobili, dove tutto era appoggiato dappertutto, sul pavimento: in quel disordine frastornante Stella aveva notato per prima cosa sul comodino - orrore! - tre lattine di birra vuote e un barattolo di acciughe. “Oh Signore, le acciughe… Ma cosa sto facendo qui…” si era detta Stella, pensando con disagio alla possibilità di passare il resto della serata con lui. Invece Orso l’aveva abbracciata con dolcezza e avevano fatto l’amore, in silenzio; poi, guardandola con quei suoi occhi scuri e buoni, all’improvviso le aveva detto “Io ti voglio tanto bene”, così, senza preavviso, senza altri discorsi, quasi volesse intendere “io ti conosco già, ho capito come sei, ti ho osservata tanto a lungo, sono mesi ormai.”

Orso però non desiderava raccontarle nulla di sé, non tanto del suo passato, quanto dei suoi pensieri più intimi, del suo dolore racchiuso. “È un equilibrio fragile il mio, lo so, ma per me funziona. Io adesso sto bene così.” “Ti do tutto me stesso - era come se dicesse - tutto quello che posso, il mio presente, la mia casa, il mio corpo, ma non i miei pensieri, ti prego, non il mio dolore.” Il mio castello è tuo, diceva Barbablù alla sua giovane sposa, ma lì, dietro quella porta, non ti è permesso entrare. Mai.
Lo aveva segnato profondamente - le raccontò una volta - la fine del matrimonio dei suoi genitori, avvenuta nel modo più traumatico che si possa immaginare: prima di decidersi per il divorzio, avevano trascorso quasi vent’anni separati in casa, vent’anni di agonia quotidiana passati giorno dopo giorno a non dirsi quello che tutti sapevano, affondando la faccia nel piatto per non guardarsi negli occhi. “… e poi dice che uno diventa un orso…” Quella era stata l’unica volta che ne aveva parlato un po’ a lungo, per qualche minuto forse, denudandosi di fronte a lei con i suoi ricordi, come una sposa pudica in un matrimonio combinato toglie per la prima volta la camicia da notte davanti al marito più perché sa che deve che non perché vuole.

Ma Stella aveva le punte, le sue piccole punte di astro giocattolo di plastica fosforescente, proprio dove Orso aveva i suoi lividi e non era possibile per loro stare insieme senza farsi del male a vicenda. Stella non riusciva a non sentirsi ferita, esclusa, chiusa fuori dai silenzi interminabili di Orso: “Non posso stare con una persona di cui non riesco a leggere lo sguardo.” Orso non rispondeva mai alle sue critiche, alle lacrime, alle accuse come alle richieste disperate. Si limitava a chiudersi sempre più in se stesso, impotente, paralizzato, accerchiato.
Se Stella solo avesse saputo, se avesse capito in tempo che le sue stesse punte non erano altro che un difetto dello sguardo, queste istantaneamente sarebbero scomparse, e lei avrebbe potuto abbracciare Orso senza fargli del male, senza che ogni abbraccio contenesse una richiesta di cambiamento e si trasformasse perciò in una stretta mortale. “Perché fai così, Orso? Perché ti difendi anche da me? Non sono io che ti ha fatto del male! Io ti amo!” “Appunto. - rispose Orso - Tu sei quella che mi arriva più vicino, sei tu la più pericolosa.”

Dice un proverbio cinese: “Con i suoi occhi un uomo può vedere le stelle del cielo, ma non riesce a vedere le sue stesse ciglia.” I proverbi cinesi di solito a Stella davano sui nervi, per quella sottile irritazione che ci provoca lo star a sentire qualcuno che ha ragione. Così, giorno dopo giorno, Stella cominciò a incupirsi, a negare se stessa nascondendo il proprio corpo dentro a lunghi vestiti informi, poi si tagliò a spazzola i lunghi capelli biondi e un giorno, quasi senza accorgersene, cominciò a parlare di se stessa al maschile, sono stanco diceva, mi sento solo. Orso vedeva tutto, ascoltava tutto, capiva tutto, come sempre, ma non diceva niente, non poteva dirle niente. Amava Stella come il primo giorno, ma non era in grado di aiutarla in nessun modo. E da troppo tempo, ormai, non scriveva più.

Quando non riuscì più a dormire accanto a Orso, perché le faceva troppo male vedere quella schiena al posto delle lunghe ciglia che le sfioravano la punta del naso quando nei primi mesi dormivano sempre abbracciati, Stella capì che doveva smettere di odiarlo e doveva prendersi cura di sé. Una notte, al culmine dell’angoscia, decise che se ne sarebbe andata, non c’era altra via. Si alzò a sedere sul letto, accese la luce, parlò, spiegò, pianse per quattro ore, poi, sfinita, si addormentò. Per tutto il tempo Orso non disse nulla, non una sola sillaba, niente. Non disse niente neanche quando Stella, la mattina dopo, uscì di casa portandosi dietro la sua piccola valigia verde. “Vado via Emilio, vado via perché non posso fare altro. Non posso cambiarti la testa, l’unica cosa che posso fare è cercare di curare il mio dolore. Quando guarisco, se guarisco, torno.” Orso ancora una volta non disse niente. Sapeva che non l’avrebbe più rivista.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:01 )
 

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