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Carmen Bonino - improvviso un fruscio nella notte PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 06:05

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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IMPROVVISO UN FRUSCIO NELLA NOTTE

di Carmen Bonino
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Ogni volta che la porta di ingresso si apriva una fitta di gelo entrava, smuovendo la fiamma che danzava nel grande camino centrale.
I presenti si giravano e con un cenno salutavano il nuovo arrivato; Stefano, il vecchio cameriere accompagnava l’ospite alle poltrone ancora libere intorno al fuoco e, senza attendere l’ordinazione, offriva dal vassoio ora uno scotch, ora una bevanda calda, una birra o un sigaro.
Quando tutti i posti furono esauriti, Stefano passò con una ciotola d’argento in cui c’erano bigliettini con i nomi di tutti i presenti: “Bruno” sentenziò e l’ultimo arrivato accese un fiammifero e l’accostò al grosso sigaro Avana che aveva ricevuto poc’anzi. Tutti si voltarono a guardarlo e lui, senza distogliere lo sguardo dalla brace che brillava sulla punta del sigaro, tirò una profonda boccata di fumo, quasi a voler trarre da li l’ordine dei suoi pensieri e disse “Ecco il mio racconto”

Era stata una giornata qualunque, parlo di tre, quattro anni fa, ma non è il tempo che ha importanza, è importante che ero solo, come sempre, in una città senza nome, in un appartamento, anzi, un alloggio come si diceva in quel posto dal passato storico militare: due stanzette con angolo cottura e servizi e arredamento “essenziale” o essenzialmente recuperato. Trecento euro al mese. Il televisore me l’ero comprato io, non che fossi un telespettatore accanito, tutt’altro, accenderlo mi aiutava a crearmi l’illusione di avere compagnia; quella sera però la compagnia delle tettone che portavano le buste dei quiz sculettando, dei presentatori sadici che umiliavano i poveri cristi che si struggevano nella scelta tra un pacco con 250.000 euro e un altro che conteneva uno scopino per il cesso e una offerta di 2.500 o dei preti simpaticoni, delle squadre di carabinieri tutti bravi, coraggiosi e buonissimi, o delle sgallettate che si prendevano a ceffoni in un’isola mentre un energumeno palestrato e con un vocabolario di 100 parole romanesche uccideva un polpo con un morso alla testa avevano l’effetto di farmi sentire, se possibile, più solo che mai. Questo mi fece vincere la pigrizia e mi diede il coraggio di uscire in una notte talmente umida e nebbiosa da darti l’impressione di camminare sul fondale di un mare di latte.
Il freddo lottava con il piumino del mio giubbotto nel quale cercavo di incassare la testa fino alle orecchie ottenendo un effetto sonoro che, addizionato al rimbombo che i miei passi facevano nei vecchi portici, aggiungeva nuovi brividi a quelli del gelo.
Forse fu proprio quello strano effetto sonoro e le ombre che i lampioni smossi dal vento proiettavano sulla volta e sui timpani dei portici, il freddo e la solitudine mi avevano congelato i pensieri, fatto sta che improvvisamente mi parve di sentire altri passi dietro di me, passi discontinui e di più di una persona. Mi voltai, cercando di non allungare troppo il collo dal caldo rifugio del giaccone: nessuno; eppure i passi li sentivo, ora sentivo anche delle voci, confuse, concitate, li sentivo vicini, eppure non c’era nessuno. Questa volta il collo lo allungai completamente ricevendo una staffilata gelida alla gola, non capivo le parole, ma percepivo che si trattava di una disputa, ogni tanto distinguevo un insulto, ora un lamento, infine un urlo agghiacciante; mi voltai ancora, questa volta emergendo completamente dal bavero e con le mani in difesa, fuori dalle tasche: nessuno, eppure li percepivo tanto vicini da afferrare la frase: “che hai fatto!!? L’hai fatto secco… butta il coltello!... ci hanno visti!! Ammazzalo!!”… e poi ancora passi, di corsa, sempre più vicini.
Ora era il battito del mio cuore impazzito l’unico suono che sentivo, l’adrenalina mi sferzò attraversandomi il corpo e mi artigliò i testicoli in una morsa dapprima paralizzante e subito dopo una vibrazione elettrica accese le mie gambe che si misero in moto senza il mio controllo.
Piombai in strada senza vedere e quello che per primo misi a fuoco furono due fari che riempirono ogni prospettiva squarciando la notte grigia di nebbia, lo stridore dei freni mi perforò il cervello e quasi non avvertii alcuna sensazione quando mi ritrovai a terra con i granelli di asfalto che mi entravano nei palmi, una esplosione di luci e colori nella testa. In ultimo il rosso delle luci di posizione che si perdono nel buio e il suono acuto del clacson che si dissolve in lontananza, poi ancora un faro, uno solo questa volta, e uno sferragliare di freni su binari, un soffio asmatico di porte che si aprono.
Feci un rapido inventario del mio corpo: testa, braccia, gambe: c’erano ancora.
Le mani in fiamme, le ginocchia parevano esplodere contro la stoffa dei jeans: avevano assunto la forma di due zucche di medie dimensioni. Senza pensare oltre chiamai a raccolta tutte le mie forze e arrancai verso quelle due porte aperte senza chiedermi dove portassero.
Il conducente non riprese la corsa finche non fui seduto: fui grato che si trattasse di quei vecchi sedili rotondi, di legno, senza spigoli che comprimessero i miei glutei devastati, ma a pensarci bene non sentivo alcun dolore, strano, ricordavo di essere caduto sul fianco e anche la sensazione dell’urto della mia testa sul marciapiede … anzi no, ricordavo il suono prodotto da quell’urto dentro il cranio... forse l’adrenalina aveva un effetto anestetizzante.
Adesso, seduto con la testa appoggiata al vetro, con quella rasserenante sensazione di calore che si espandeva per il mio corpo potevo ripensare all’accaduto, ma la mia priorità non era quella, la mia reazione era come quella di una mosca che, sfuggita all’attacco della ciabatta, riprendesse a svolazzare allegramente come nulla fosse.
Presi a osservare i miei compagni di viaggio; salendo li avevo volutamente ignorati, più per essere a mia volta ignorato che per indifferenza.
Viaggiavano immobili, ognuno immerso nel proprio nulla. Dopo alcuni minuti di osservazione cominciai a preoccuparmi: ero seduto in fondo, la prospettiva che ne avevo era posteriore, due lacunose file di schiene immobili, troppo immobili per la verità, neppure il procedere sobbalzante del tram li smuoveva né le frenate, inoltre erano tutti curiosamente vestiti in maniera analoga, ognuno con un largo cappuccio nero, compreso il conducente.
Viaggiavamo da… forse più di un quarto d’ora, è vero che essendo passata la mezzanotte non era certo l’ora di punta, ma da quando io ero salito nessuno aveva prenotato una fermata e il tram non aveva fatto soste per far salire qualcuno: e dove era mai diretto questo tram?
Mi preparai ad alzarmi faticosamente e invece il mio gesto fu leggero ed elastico come fossi appena uscito da una seduta di massaggio.
Camminando verso la testa del veicolo cercavo di guardare gli inconsueti viaggiatori, ma restavano tutti fermi, lo sguardo incollato al proprio settore di vetro. Ebbi l’impressione che si trattasse di manichini, di essere solo in realtà in quella corsa, ma a una più attenta osservazione notai che le sagome si muovevano impercettibilmente in un su e giù di respirazione che li faceva apparire grossi mantici.
Mi avvicinai alla cabina del guidatore il cui cappuccio era particolarmente grande: “Dove porta questo mezzo?... scusi signore, dove è diretto questo tram?...”
Il gelo che mi invase allora mi fece riconsiderare la sensazione climatica di quell’inizio di serata facendomela apparire come una calda notte d’estate: il sangue abbandonò le mie periferie, lo stomaco mi si contrasse alle dimensioni di un mandarino, la sola cosa calda che ricordo fu un’onda tiepida e densa tra le gambe: la mia urina!
L’autista non si era voltato, ma nel parabrezza si rifletteva perfettamente la sua immagine: sotto il cappuccio c’era il buio e nel buio due pozzi profondi in cui turbinavano le tenebre dell’inferno.
Ed eccomi qua, a raccontarvi la mia elettrizzante avventura.

Bruno trasse un’ultima poderosa boccata dal suo sigaro ormai consumato, il fumo si alzò lento uscendo da uno squarcio al centro del suo torace: già, al collo portava ancora una catenina da cui pendeva una medaglietta con un simbolo: donatore di organi.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:01 )
 

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