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Bruno Burdizzo - i morti PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 06:01

 

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I MORTI

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




Non è tanto, maresciallo, non è tanto il fatto di raccontare di quella notte, di quel fruscio improvviso, dello spavento. Non è tanto quello, maresciallo, non è tanto il fatto di raccontare come a un certo punto la civetta ha smesso di cantare, che la civetta quando canta canta e non smette, se non per cosa grave. Non è tanto raccontare come la foresta già scura sia diventata ancora più scura, improvvisamente. Non è tanto raccontare come al volare via la foresta sia diventata più zitta, che non c’era vento e non muoveva foglia. Non c’erano stelle e non c’era luna. Sembrava non esserci. Niente. Non è tanto, maresciallo, non è tanto il fatto di raccontare di quella notte, di quel fruscio improvviso, dello spavento. Non è tanto quello. È arrivarci, a quella notte.
Prima di tutto, maresciallo, prima di tutto devo dire grazie a lei per non avermi chiesto di venire personalmente nel suo ufficio. Io ho la coscienza a posto, per carità, non è per quello, ma lei maresciallo, lei lo sa, io sono una persona semplice. Mi sento a disagio. Quei muri freddi con la fotografia del presidente, la scrivania di mogano, il fermacarte di cristallo, la cartellina di pelle di serpente, il parquet di noce tirato a cera e quello schedario di lamiera grigia. Io sono un uomo di campagna, maresciallo, di bosco e di foresta, uomo di solitudine. Sono uomo semplice, di poche parole. Ma lei lo sa. Lei ci capisce, maresciallo, lei li conosce i suoi boscaioli. Lo sa, lei, maresciallo, che se vuole sapere qualcosa dell’altra notte, di quella faccenda brutta, di quel silenzio strano, della civetta che ha smesso di cantare, di quel fruscio improvviso, dello spavento, lei lo sa che se vuole sapere qualcosa è qui, qui che mi deve interrogare. Qui tra questa gente come me che prende il caffé, che si fa il grappino, che si lamenta, che si racconta, che gioca a carte, che beve vino... È qui, maresciallo, che la lingua si fa sciolta nel tiepido del fuoco e con la nostra Teresa qui che, versa, versa pure, Teresa, un altro bel bicchiere, bello pieno, che un po’ deve colare fuori e fare il cerchiolino sul tavolo, coosì. E un bel bicchiere anche per il signor maresciallo qui, coosì. Prenda un biscotto, maresciallo, che come li fa Teresa i biscotti di grano turco non li fa nessuno, che bagnati nel nostro rosso sono la morte sua, maresciallo, con rispetto parlando!
Li vede? guardi, maresciallo, guardi. Guardi come sono andati tutti a rintanarsi là in fondo con la scusa della partita a tresette. Vicino a me non ci vogliono stare. Ci sta Teresa perché lei fai il suo mestiere e io non ho lasciato da pagare mai, io pago conto e mancia. E poi ci sta lei, maresciallo, perché lei fa il mestiere suo. E ci sta qui questo citrullo, il Mariolino Mezzavoce, che dondola sulla sedia e se non sta attento prima o poi si fracassa. Ma cosa vuole che stia attento che sono le nove e ha già asciugato mezzo fiasco? Non lo regge, il vino, Mariolino Mezzavoce. Lo sa, maresciallo, perché lo chiamano Mezzavoce? Glielo dico io se non lo sa. Lo chiamano Mezzavoce perché siccome che è sordo come un sasso, quando parla strilla per quattro. Maresciallo stia tranquillo, qui si può parlare anche meglio che nel suo ufficio. Quelli laggiù intorno al tresette le storie mie non le vogliono sentire perché dicono che le storie mie fanno venire il latte acido e le farfalle alla farina. Hanno paura di me, maresciallo, paura. Per questo io non parlo mai con nessuno e me ne sto per conto mio. Meno male che sono un solitario, maresciallo, se no qui c’è da diventare matto per davvero. Pensi che alla messa, maresciallo, la domenica, quando entro io, che va bene, siamo d’accordo, lo so che entro sempre sul finire, ma quando entro io la gente incomincia a uscire. E il parroco, anche se sta ancora lì con l’ostia in mano, fa che dire andate in pace e prende la porta anche lui.
Hanno paura. Hanno paura di me. Lei non ha paura, eh, maresciallo? Ma che paura! Lei è la Forza Pubblica! L’Ordine Costituito! La Pubblica Sicurezza! È lei, maresciallo, che fa paura agli altri, e in questo un po’ ci somigliamo, è vero o no? Ma lei fa paura a quelli che hanno la coscienza sporca, maresciallo, che noi brava gente non abbiamo niente da temere. Io invece no, io faccio paura a tutti , ai ladri, agli assassini, alle donne, ai bambini, agli onesti e ai malandrini. Maresciallo io faccio paura a tutti. E faccio paura, maresciallo, lo sa perché? Faccio paura perché parlo con i morti. Perché parlo con i morti. Perché parlo con i morti. I morti, maresciallo, i morti fan paura. Se uno parla con i morti è un po’ come se fosse mezzo morto anche lui.
Maresciallo lei sta zitto, non parla, ascolta. Lei la sa lunga, maresciallo, lei lo sa che se vuol sapere non bisogna chiedere, bisogna ascoltare. Prenda un altro biscotto maresciallo che come li fa Teresa non li fa nessuno i biscotti di grano turco e bagnati nel vino sono la morte sua maresciallo con rispetto parlando per carità! Che poi non è che i morti, maresciallo, non è che i morti una volta morti siano diversi da com’erano quand’erano vivi. Anzi, se va bene sono pure meglio. Prenda per esempio Agostino Grammatica che da vivo lo chiamavano così perché non diceva due parole senza sbagliarne una. Beh, adesso che è morto parla tre o quattro lingue e si è trovato una morosa giapponese. Morta anche lei, si capisce.
Che poi la gente, maresciallo, io non capisco, la gente non capisce. Perché la gente ci parla con i morti. Va al camposanto e parla con i morti. Come se loro potessero sentire. Che poi a me me lo dicono, i morti. Tipo come Armando Scannaporchi il compianto marito della vedova Scannaporchi che l’altra sera con quella nebbia che la spostavi con le mani, con quel gelo che mordeva le ossa perfino ai morti, Armando per sentire quelle quattro cose che aveva da dirgli la sua vedova è dovuto andare fino al cimitero e stare mezz’ora ad ascoltare in quella bufera. Ma quelle quattro cose la vedova non gliele poteva dire a casa al caldo? Che i morti, maresciallo, i morti se li chiami vengono loro.
Ma insomma le sto facendo perder tempo, maresciallo, lei voleva sapere di quella notte. Di cosa ho visto e cosa ho sentito quella notte che hanno appiccato la Sventola al tasso del Mazzapicchi. Perché la Sventola, maresciallo, l’hanno appiccata. Non si è appiccata da sé al tasso del Mazzapicchi. L’hanno appiccata. Io non è che li ho visti che l’appiccavano, maresciallo, è che me l’ha detto lui, il Mazzapicchi. Il Mazzapicchi, da morto come da vivo, lui sta sempre lì, seduto all’ombra del tasso e tira le pietre ai picchi che non gli facciano seccar le piante. Lui c’ha quella fissa lì, maresciallo, cosa vuole che le dica?
Che non è tanto poi, capisce maresciallo, non è tanto poi il fatto di raccontare quella notte che hanno appiccato la Sventola al tasso del Mazzapicchi, non è tanto il fatto di raccontare, maresciallo, che stavo là quella notte senza stelle e senza luna, senza vento che non muoveva foglia, non è tanto quello, maresciallo, non è tanto raccontare del perché e del percome che la civetta ha smesso di cantare e che quando è volata la foresta è diventata zitta e quel fruscio, maresciallo, quel fruscio improvviso e lo spavento... No, non è questo il punto, maresciallo. Il punto è arrivarci, a quella notte.
Teresa, un bicchiere qua per il maresciallo che ha finito il vino e uno anche per me, Teresa, ecco brava, pieno che esca la goccia che facciamo un altro cerchiolino. Maresciallo, la Sventola mica glielo devo dire io perché la chiamavano così. Lei l’ha conosciuta cadavere, maresciallo, e bianca e viola com’è diventata con quella lingua scura e la faccia storta e gli occhi strabuzzati lo so anch’io che non è un granché, ma doveva vederla da viva, maresciallo. Sempre con tutte le cosce di fuori e le zinne mezze dentro e mezze fuori. E mi creda, maresciallo, da morta è meglio ancora. Lo spirito, voglio dire, lo spirito, mica la carogna! Parlarci no, non ci ho parlato, capirà maresciallo, è ancora tutta spaventata. Non è mica facile. Provi lei a risvegliarsi morto dopo che l’hanno appiccato. Ci vuole tempo. Bisogna abituarsi all’idea. Comunque maresciallo che la Sventola facesse quel mestiere non era un mistero per nessuno. Da quando è arrivata, che non parlava ancora neanche l’italiano, l’hanno capito tutti subito. Anche perché, maresciallo, anche perché si accompagnava con quel tale Peto Gargagnano che tutti qui lo chiamano lo Sporco e non sto a spiegarle il perché e il percome. Ma quanto a frequentazioni, maresciallo, lasci che le dica che ci son passati tutti, quelli che sono là intorno al tresette, sul pagliericcio della Sventola. Tutti. Poi, maresciallo, detto fra noi, del come e del perché l’hanno appiccata, io glielo potrei anche dire, ma mi sento un po’ imbarazzato, maresciallo. Io non le posso dire quello che so perché me l’hanno detto i morti. Ai morti non ci crede nessuno. E figuriamoci un giudice del tribunale! Io posso dirle, maresciallo, solo quello che hanno fatto i vivi, solo quello che hanno visto gli occhi e quello che hanno sentito le mie orecchie vive in quella sciagurata notte senza stelle e senza luna. Solo questo posso dirle, maresciallo. Posso dirle cos’ho visto quando la civetta ha smesso di cantare, quando è sceso quel silenzio, maresciallo, quel silenzio innaturale. Quel silenzio di cosa grave. E quel fruscio, poi. Quel fruscio improvviso. Non posso dirle, maresciallo, che la Sventola voleva tornare in Moldania o in Ucravia o in Polacchia da dove cavolo veniva non lo so. Non posso dirle che avesse rubato dei soldi allo Sporco e che avesse tentato di saltare, al Balzo del Ferroviere, là dove il treno rallenta a passo d’uomo per imboccare il Ponte dei Rottami, sul regionale delle 20,40. Non posso dirle che gli sgherri dello Sporco l’abbiano presa appena prima di saltare, il Moccoloso per le braccia e per le gambe il Cacasecco. Non posso dire che siano loro che l’hanno appiccata per dare un segno a quelle come lei. Non posso dirglielo, maresciallo, perché a me queste cose me le hanno dette i morti.
Teresa per favore adesso smettila, sto parlando al maresciallo, sto parlando di questioni importanti, smettila. È tardi, lo so, bisogna chiudere, ma qui si parla di cose gravi, mica sciocchezze. Lasciami Teresa che devo dire al maresciallo l’ultima cosa che finalmente ci siamo arrivati a quella notte che la civetta ha smesso di cantare a quel silenzio a quel fruscio di spavento. E lasciami Teresa molla il braccio che mi fai male piano piano coi calci, ma che maniere, la scusi maresciallo e smettila Teresa, smettila di dire che sono ubriaco, che figure mi fai fare. E soprattutto smettila smettila smettila di dire che qui non c’è nessun maresciallo.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:02 )
 

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