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Antonella Filippi - il gioco della liberazione PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 05:49

 

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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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IL GIOCO DELLA LIBERAZIONE

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006





Non sempre le sere si rincorrono uguali per gli esseri umani.
Quella sera la pioggia l’aveva fatto fermare sotto i portici silenziosi della libreria. A tratti la nebbia dell’acqua isolava il recinto dei libri dal resto della strada.
Nell’unica vetrina un libro di dimensioni insolite sembrava eclissare gli altri. “Il gioco della liberazione”
Entrò senza capire e sfogliò il volume. Era più piccolo di quanto sembrava.
Forse lo spessore temuto era il peso della vita vissuta senza consapevolezza, forse l’astrilucente certezza di una possibilità.
Era composto da uno specchio, un paio di dadi, un tabellone con 108 caselle, 108 pagine di spiegazione.
Prese il libro e lo portò alla cassa. La ragazza che prese i soldi aveva uno sguardo inconsueto, occhi che mescolavano l'ironia allo sgomento. Ecco, c’era una sfida nelle pupille pungenti. Pensò di averla già conosciuta, forse amata, ma contemporaneamente provò angoscia e paura.
“Che strano!” disse ad alta voce.  
“Come?” rispose lei, e non sembrava una domanda, ma un dire “E come ci può essere qualcosa di insolito in questo? Io so”
Capì che lei sapeva davvero, che non era un’immagine della sua realtà. Corse fino a casa.
Aprì il libro e si guardò nello specchio. Rifletteva solo il suo viso e si guardò a lungo, seguendo ogni tratto dei lineamenti come si segue il tracciato indelebile di una fotografia, fino a non riconoscersi più. Aprì il tabellone e lanciò i dadi.
Dodici. Pagina dodici.
“...L’acqua lentamente sinuosa nascondeva nel ventre del fango gli spiriti delle acque. Chandra, il pesce della Luna, si avvicinò alla riva, dove Ulfin stava aspettando il suo compagno Behemot. “Ulfin..” chiamò “avvicinati..” “Vattene, Chandra! Non guarderò la mia immagine nell’acqua. È proibito..”
Dodici. Pagina ventiquattro.
“…Tutte le nostre leggende mettono in guardia contro Chandra il pesce, il servitore della Luna, del demone Lilith. Sahel, uno degli Alim, cercò di spiegarmi, nella terza notte ebdomada del nostro anno, il perché della proibizione. Mi raccontò una storia..”
Dodici. Pagina trentasei.
“...La nostra adorazione è sempre andata, dal tempo della nascita del ricordo, alla divinità velata e i Saggi che stabilizzavano il passato con il lancio dei dadi non volevano che dimenticassimo quel giorno..”
Dodici. Pagina quarantotto.
“...Un giovane Alim aveva tolto il velo al simulacro e il sacrilegio gli aveva mostrato un volto spaventato e chiaro, un Dio burlone che ripeteva ogni suo movimento..”
Dodici. Pagina sessanta.
“...Lilith gli era apparsa, aveva preso il simulacro e gliene aveva fatto dono. Il giovane Alim era fuggito disperato con il suo dono demoniaco nelle terre sotto il luminoso occhio del cielo..”
Dodici. Pagina settantadue.
“...Da allora i suoi discendenti contemplano il loro volto senza paura nelle acque sotto la luna d’autunno. Ma noi, ricordando che il giovane Alim era quasi impazzito nel vedere improvvisamente reale la sua intima irrealtà..”
Dodici. Pagina ottantaquattro.
“…vogliamo preservare la nostra gente dal flusso invisibile del dolore arrochito, dal maleficio del non riconoscersi, poiché..”
Dodici. Pagina novantasei.
“…la mente è incapace di comprendere la realtà esterna, dato che è essa stessa l’unica realtà. L’essere vivente non deve vedere se stesso, la mente non è in grado di percepire se stessa. L’irrecuperabile curiosità di vedere il proprio volto è l'unica dannazione e..”
Dodici. Pagina centootto.
“…lo specchio è il dono di illusione dei demoni all’uomo. Lascio questo sortilegio a chiunque insegua il suo volto tra le pieghe dello specchio. Gli lascio la certezza del dubbio, la danza del Caso, il sogno dei lanci precedenti, l’unica realtà dell'illusione...”
Nove lanci, per nove volte dodici, e dodici ore erano già trascorse.
Si accorse che, in realtà, non c’erano 108 pagine di spiegazione, ma solo nove, quelle che aveva letto. Vide che sul tabellone solo le nove caselle segnate rimanevano visibili. Si rese conto che i dadi avevano una sola faccia, ed era il sei.
“Non capisco... Non è possibile!”
Uscì, nel torpore dell'incomprensione, seguendo i piedi che lo portavano alla libreria.
Entrando, vide che la ragazza non c’era più e subito comprese il perché della sfida: aveva superato la paura e l’angoscia, ma al prezzo di non sapere più se le sue azioni erano ancora sue o determinate da un Caso più alto e crudele.
Aveva vinto la sfida di Lilith, ma era stato segnato da un destino di dubbio talmente reale e tangibile da frazionare il suo essere in ogni particella già vissuta, e passato e futuro sarebbero stati, d’ora in poi, frammenti della medesima irrealtà.
Un uomo di mezza età, dallo sguardo finalmente indifferente, chiese: “Desidera?”
“Quel libro… Il gioco della liberazione... L'ho visto ieri sera.”
“Forse si sbaglia. Non l’abbiamo. Anzi, credo di non averlo mai sentito. Aspetti, guardo nello schedario per titoli. No, non c’è... È sicuro del titolo?”
Si voltò e uscì. In quale dimensione si trovava, ora? In quale realtà illusoria l’ultimo lancio l’aveva lasciato?
Tornò a casa e senza stupore si accorse che anche il libro era scomparso.
Si rese conto di aver sognato, di essere stato il sogno di un altro, il lancio dei dadi di un’altra persona, non importa di quale universo; che ogni sua azione faceva parte del lancio casuale e involontario, di ogni lancio, dal dado al pezzo d'osso intagliato degli sciamani.
Con un brivido percepì che ogni lancio successivo è determinato da quello precedente e così via all’infinito, fino ad arrivare al primo lancio di qualcuno che, volontariamente o no, aveva dato inizio alla successione lineare delle esistenze.
Capì che ogni sua mossa sarebbe stata soggetta al primo lancio, che tutto, su scala cosmica, dall’ordinamento dei pianeti alle cellule corporee, all’armonia presunta delle stelle, era la conseguenza del lancio “divino” (ora sì, divino, perché il primo lanciatore, immerso nell’ignoranza di ciò che avrebbe creato, aveva dato vita a tutto questo e l’aveva fatto evolvere con i lanci successivi).
Comprese perché il numero uno non appariva mai nei dadi: non esisteva l’unicità per gli esseri umani, dato che il gioco delle reincarnazioni sarebbe continuato all’infinito.
Il primo lanciatore aveva voluto assicurarsi l’unicità e lasciato la tortura dell’eternità all’uomo.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:02 )
 

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