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Antonella Filippi - la chiave d'acqua PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 05:44

 

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LA CHIAVE D’ACQUA

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




“La porta tra i mondi è aperta dalla chiave d’acqua”
Il monaco Thelonius chiuse il libro per l’ennesima volta.
Lasciando infilato l’indice tra le pagine azzurre, si alzò dalla panca e s’inoltrò nel giardino.
Solo in quel luogo la luce dei generatori creava l’illusione di un giorno di sole. Altrove sull’asteroide premeva la notte armata di stelle.
Thelonius era nell’Ordine da poco più di un secolo e perciò quasi a metà della vita e del servizio, ma non gli interessava particolarmente diventare Abate o Reggente: era Traduttore Pleiadiano, coordinava il lavoro di trenta Vice-Traduttori e la gioia della curiosità veniva ogni giorno alimentata dai libri alieni destinati alla traduzione.
Non che la lettura dei testi presentasse difficoltà, tutt’altro: il Traduttore apriva il libro, appoggiava le mani sulle pagine e aspettava di sentire le parole trasformarsi in immagini e concetti.
La parte più difficile era l’esatta decodificazione: da più di cinquecento anni, ormai, le frasi complesse e ambigue erano state eliminate e sostituite da fonemi; inoltre la pelle delle mani assumeva varie tonalità di colore a seconda della sfumatura di significato dei gruppi di fonemi, perciò dalla comunicazione interpersonale erano state eliminate l’ambivalenza e l’ipocrisia.
Ma queste, ormai, erano cose di cinquecento anni prima. Anche i Polit si erano adeguati e usufruivano di congegni che variavano la colorazione delle mani a comando, così tutti si collegavano al TelepatoV con ironica attenzione.
Il monaco Thelonius fece alcuni passi sull’erba. A pochi metri due mayuras si lisciavano vicendevolmente le penne e un terzo aveva aperto a forma di mezzaluna la coda dalle lunghe penne blu e viola. Quest’ultimo gli venne incontro, si lasciò accarezzare, poi beccò leggermente la mano in cerca di semi e insetti. Chissà chi era stato il mayura prima della riconversione! pensò Thelonius.
Sua madre l’aveva consacrato all’Ordine appena era stato in grado di camminare a zero gravità, poi aveva ottenuto di essere riconvertita in un bhramara, un animaletto volante del Vecchio Pianeta, altrove chiamato anche ape.
Riaprì il libro.
“La porta tra i mondi è aperta dalla chiave d’acqua”
“Questa visione è così oscura!" pensò con rammarico. “Cosa c’è di straordinario in queste pagine? Eppure non è un libro di scherzi o leggende, sento la forza della convinzione, il palesare qualcosa nascosto tra le pieghe dell’ovvio, ma anche il desiderio di celarne la soluzione”
Chiuse il libro e uscì dal giardino. Girò a destra nel Corridoio della meditazione ed entrò nella sua cella. Al piano inferiore pulsavano le sale del lavoro comune, cioè le sale di traduzione, amministrative e operative. Sotto ancora c’erano la sala comune del cibo e le coltivazioni e gli allevamenti che rendevano l’asteroide-abbazia autosufficiente. All’ultimo piano, persa nel centro dell’asteroide, si trovava la centrale che produceva calore, luce, acqua e riconvertiva i prodotti di scarico, nonché i monaci che ne facevano richiesta, in prodotti utili, animali e piante.
Appoggiò il libro sul contenitore mnemonico e guardò fuori dalla finestra di meditazione.
Seduto sul cuscino ad aria provò come sempre (“ed è già più di un secolo!”) l’emozione della vista del cosmo che si apriva da ogni lato della finestra. Le stelle sembravano immobili, ma era un’illusione: l’abbazia era itinerante e veleggiava attraverso le galassie in cerca di sistemi abitati per raccogliere cultura. Era grande il numero degli asteroidi-monastero e inconcepibile il peso delle parole tradotte, pensò il monaco, e il pensiero lo fece pulsare di sgomento.
“Quanto siamo trascurabilmente piccoli!”
Chiuse gli occhi e cominciò a ripetere il mantra purificatore dell’Ordine: “Abbiamo amato troppo le stelle per avere paura della notte”.
Quando riaprì gli occhi pensò al pianeta da cui proveniva la razza umana, il Vecchio Pianeta.
“Con quale dolcezza gli uomini devono aver guardato il cielo nella notte ineguale!”
Un tempo una tribù del Vecchio Pianeta, i Kung, aveva chiamato la Via Lattea “la spina dorsale della notte”: la leggenda diceva che l’eroe Samash era salito nel cielo per andare a caccia del Coniglio della Luna ed era rimasto prigioniero della Notte per essersi dimenticato di offrirle le orecchie del Coniglio. Così, da allora, dell’eroe Samash era rimasta visibile solo l’ossatura possente.
“E io, ora, ho già visto sorgere la Via Lattea da pianeti di altre galassie, ho incontrato altri esseri e tradotto dolcezze e angosce di altre razze e non so spiegarmi la grandezza dei sentimenti dei nostri antenati, se erano l’odio o l’amore che muovevano le loro azioni o se, ancora, l’amore era come questa dilatazione di arterie che provo quando abbraccio le stelle”
Si alzò e riprese il libro.
“Soprattutto” disse sospirando con un sorriso “non riesco a spiegarmi come il libro potesse trovarsi sul Vecchio Pianeta: non è scritto in lingua planetaria, né in uno dei dialetti locali, eppure...”
Appoggiò le mani sulle pagine: “La porta tra i mondi è aperta dalla chiave d’acqua”
Le immagini erano confuse, inespresse.
All’improvviso ebbe paura di aver perso la capacità di vedere attraverso le visioni la traduzione dei libri e fece una prova con un altro testo. No, tutto funzionava bene.
“Che cosa vuol dire, allora, che cos’è la chiave d’acqua, perché?”
Un modulo-navigatore si stava avvicinando.
Era senza dubbio il monaco Arenarius, di ritorno dall’aver inseguito la spiegazione dell’ultimo libro tradotto.
“È da trenta deca-passati che manca, avrà trovato senz’altro molte conferme al materiale tradotto e chissà quante nuove domande... Questa sera, al pasto comune, avrà molto da raccontare. Non dovrebbe aver incontrato difficoltà, comunque... Ricordo che in un’antica lingua del Vecchio Pianeta “monaco” voleva dire “gladiatore di Dio”. Ora siamo soldati, mercenari, missionari della fame di conoscenza dell’umanità... Su quale pianeta sarà la porta tra i mondi? E la chiave può essere una formula esoterica? Quale razza ha abbandonato il libro sul Vecchio Pianeta in attesa di comprensione?”
Tornò a sedersi sul cuscino ad aria e attivò lo schienale.
Riprese il libro e fu tentato di appoggiare le mani sulle pagine ancora una volta, ma, per sfuggire alla droga solare dell’illusione, preferì inserire un’ora di crio-sonno.
Le mani scivolarono involontarie sulle pagine.
“...Stella: S4 ALD. Pianeta: 18° - 14° L 11° LT Biologia: C, N, O, H2O, Fe, K - Acido desossiribonucleico. Nessuna prostesi genetica. Abitatori di superficie, respiratori di O. Mammiferi sessuati. Tecnologia: esponenziante. Civiltà: comunitaria-spirituale. Probabilità di sopravvivenza: esaurite. Abitatori: trasferiti attraverso porta interdimensionale. Il segnalatore a gravità indica il luogo. La porta interdimensionale è attivata dalla chiave d’acqua. La chiave è...”
Il ronzio del risvegliatore lo riportò a galleggiare nel torbido torpore della sua coscienza ancora semi-addormentata.
Disagio. Sorpresa. Angoscia. Ricordo. Ricorda!
“...Stella. S4 ALD. Pianeta: 18° - 14° L 11° LT… di sopravvivenza. esaurite. Il segnalatore a gravità... La chiave è...”
Ricorda, ricorda!
Il monaco Thelonius provò nuovamente ad appoggiare le mani sulle pagine azzurre: “La porta tra i mondi è aperta dalla chiave d’acqua”.
Nient’altro. Sconfitta.
“...Stella: S4 ALD. Pianeta: 18° - 14° L 11° LT (“Basterà inserire i dati nel cerebro-calcolatore del mio modulo-navigatore”) …Il segnalatore a gravità... (“Un segnalatore a gravità emette radiazioni lente, che si possono intercettare con gli strumenti di bordo”) ...La chiave è... (“Troppo presto! Non posso rileggere nel crio-sonno, né sono certo che funzionerebbe. Devo partire subito!”).
Il monaco Thelonius era quasi a metà della vita, ma non aveva ancora l’orizzontale pacatezza dei confratelli.
Chiese il permesso di partire all’Abate (era una formalità, certo, ma Thelonius sorrideva nel vedere l’Abate lusingato incrociare le mani spesse nell’usuale benedizione dei monaci-cercatori: “L’ascolto oltre il silenzio sia nella tua mente”).
La revisione dei moduli-navigatori veniva effettuata con frequenza settimanale, perciò Thelonius la trascurò. Restò un giorno nella Buca Espiatoria per compiere la meditazione per la purificazione della ricerca, poi passò dai Distillatori per ritirare la tuta, aderente come una pelle di sarpasirsha.
Un brivido lampeggiò attraverso la sua schiena mentre saliva sul modulo-navigatore. Gli altri monaci veleggiavano dietro alla soluzione dei loro studi quando avevano, per così dire, le spalle all’asteroide, in breve quando il risultato era sicuro e, per di più, quando sapevano chiaramente quello che stavano cercando.
“E perché io parto così, con questo formicolio di astri nello stomaco, con questa angoscia di incertezza chiusa nella gola, senza sapere né come né cosa? Eppure... eppure già sul Vecchio Pianeta, dicono le leggende, c’era sempre qualcuno che lanciava reti alle stelle e si faceva trasportare verso l’ignoto, soffrendo questa desolata ansia di ragione...”
Il monaco Thelonius inserì i dati nel cerebro-calcolatore e poi premette il pulsante del crio-sonno, restando a galleggiare nello spazio del modulo e del dubbio.

Il rilevatore captò i primi segnali dopo undici deca-passati. Diminuì lentamente la dose di criogeno nell’abitacolo del modulo e introdusse ossigeno.
Il monaco Thelonius scese lentamente sulla poltrona ad aria e restò alcune ore diviso tra la meditazione preparatoria all’azione e la verifica del tabulato perforato del calcolatore che controllava le coordinate e la natura dei segnali.
“Esplosione di nova: 8 x 103 a.f. Sistema planetario: 18 pianeti. Provenienza dei segnali: 18° pianeta - 14° L 11° LT. Tracce di vita: inesistenti.”
Eccolo. Diciottesimo pianeta. Un pianeta e le sue due lune con le superfici arse da un’esplosione di nova. Ottomila anni fa. Una stella ora piccola e iperlucente che ottomila anni prima aveva scagliato oltre ogni campo gravitazionale i suoi strati superficiali, adesso ancora in espansione, ma privi di movimento visibile.
“Abitanti: trasferiti... Adesso ricordo: la visione ha detto anche “Abitatori: trasferiti”. E ottomila anni fa questo libro sul Vecchio Pianeta! Trasferiti... certo non qui, non in questo sistema... senz’altro attraverso la porta interdimensionale, ma certo! la porta tra i mondi, già, la porta aperta da quella chiave d’acqua che non riesco a capire...”
Ronzio. Suono. Inquietudine dell’attesa. Solitario veleggiatore delle rive sconosciute. Discesa. Volo dolciastro degli ultimi metri.

Il monaco Thelonius controllò la tuta, che lasciava scoperte solo le narici. Vi introdusse i tubi ossigenici, che erano collegati dal cuore ai polmoni e riciclavano l’ossigeno presente nelle cellule corporee: l’autonomia era di sei ore. Prese un riflettore isotopico, lo accese e uscì.
A poche centinaia di metri un’improbabile caverna abbaiava al vuoto divorante lasciato dalla nova.
Il monaco Thelonius procedette con cautela sul suolo ineguale ed entrò.
La grandezza della caverna e la regolarità vetrosa delle pareti rendevano indubbia la sua costruzione voluta. Il piano della caverna, inoltre, scendeva quasi ripidamente a larghi scalini.
Thelonius si immerse negli ambigui occhi delle tenebre.
Dopo quasi due ore (non sapeva dire se più o se meno, avendo abbandonato la schermatura meditativa per percepire le tracce del passaggio e dell’intenzione dei costruttori) una luce verticale dal fondo, stranamente luminescente, fece arrestare i suoi passi e il respiro.
Spense il riflettore e avanzò con lenta, esasperata cautela.
La caverna si stringeva e abbassava, e il suolo era coperto di sabbia.
E sulla parete in fondo, la Porta.
Più luminosa, ora, senza graffi del tempo, senza bagliori di metallica lucentezza.
Il monaco Thelonius si avvicinò. La Porta sembrò vibrare e contrarsi.
Un passo ancora. Sussulti globulari.
La Porta si stava deformando.
Thelonius era come paralizzato davanti alla luce fluorescente.
La Porta perdeva i contorni geometrici.
Un leggero arco, ora un cerchio ovaleggiante, angoli arrotondati, fuga di linee morbide e divise.
Il monaco Thelonius capì, mentre la Porta si dissolveva nel contorno definitivo.
Capì cos’era la chiave d’acqua, mentre la Porta assumeva la forma del suo corpo.
La sabbia sotto i suoi piedi aveva un riso sottile.

 



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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:03 )
 

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