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Alessio Cecchin - l'ultimo fiore PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Venerdì 22 Luglio 2011 05:36

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
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L’ULTIMO FIORE

di Alessio Cecchin
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006




La squadra di soccorso entrò negli spazi abitativi dell’astronave dall’enorme voragine sul fianco. Tutto era spento, morto. Il buio dei corridoi era interrotto solo dai fari montati sui caschi delle tute spaziali.
Sarah Nicholson avanzava, al culmine della tensione, osservando ciò che le stava davanti. Alla radio si alternavano le voci dei suoi compagni. Lungo le pareti metalliche si susseguivano pannelli di controllo, cartelli in caratteri sconosciuti. Tubi metallici attraversavano i corridoi da un lato all’altro rendendo, se possibile, il posto ancora più inquietante. Il rilevatore geiger di Sarah ticchettava pigramente, nel suo auricolare, sovrapponendosi alle voci degli altri membri: quantomeno non vi era presenza di radiazioni. Si avvicinò a un pannello elettronico: l’aspetto ricordava solo superficialmente quelli cui lei era abituata: avevano qualcosa di diverso, strano. Di essi, tuttavia non si sarebbe occupata lei in prima persona. Proseguì invece la propria esplorazione con una scrollata di spalle che nessuno avrebbe visto, dentro alla possente tuta.
L’enorme astronave aveva attraversato milioni di chilometri di spazio, a un decimo della velocità della Luce, grazie alla sola inerzia in un numero indefinibile di anni: fino a quando era capitata nei dintorni di Krom ed era stata rilevata dal controllo orbitale. Qualcosa di disastroso aveva trasformato la nave in un relitto. L’assenza totale di atmosfera ne era stata la causa o la conseguenza? Era ancora troppo presto per dirlo.
“Sarah, mi senti?” la voce di Jens Maxwell la riportò alla realtà: erano stati amanti, loro due, ma durante quelle delicate e potenzialmente pericolose operazioni nello spazio che costituivano il loro lavoro entrambi tacitamente si rifacevano unicamente al loro grado. “Il gruppo di Richter ha trovato la sala macchine, ma dice di non essere in grado di ridarci energia. Non in tempi utili, comunque. A quanto pare tutto qui dentro funzionava secondo standard a noi sconosciuti. E non capire nulla di questa scrittura certo non ci aiuta!”
Richter Long era il capo tecnico: in quella missione tutt’altro che ordinaria comandava un’intera squadra di ingegneri specializzati con il compito di raccogliere informazioni dalle apparecchiature e dal sistema informatico del relitto. Jens, dal canto suo, comandava una squadra di marines che, peraltro, chiunque di buon senso avrebbe giudicato totalmente inutili in quella situazione, mentre Sarah era l’unica con una formazione scientifica sulle spalle.
“Per quel che mi riguarda” rispose Sarah “non ho ancora nulla che renda utile la mia presenza qui: al momento non sarà una biologa a potervi raccontare se questa scatola è stata costruita da esseri umani o dagli omini verdi”.
La colonizzazione dello spazio, grazie all’invenzione del motore Landis e del generatore inerziale, era in corso da quattro generazioni e i pianeti abitati ormai erano una ventina, di cui Krom era l’ultimo. Nonostante questo, nessuna forma di vita aliena superiore a un invertebrato era mai stata scoperta fino ad allora. Sarah si era ugualmente specializzata nello studio di quei pochi miseri esemplari nella speranza, non soltanto sua, di trovare presto o tardi degli esseri intelligenti con i quali confrontarsi.
Nelle ore successive vennero identificati i locali della sala comandi, le officine, alcuni cubicoli dell’equipaggio e le rimesse dei mezzi di servizio. Ma nulla di organico. Tornati a bordo della propria navetta Sarah, Jens e Richter tracciarono il punto della situazione.
“Non abbiamo ancora finito di esplorare gli spazi percorribili” iniziò Richter “in alcuni tratti gli stretti corridoi ci sono d’impaccio, indossando le tute...”
“Ho studiato i comandi dei mezzi di manutenzione” continuò Sarah “sono adatti a esseri umanoidi, ma sono anche molto stretti, scomodi per le nostre proporzioni”.
Come tutti gli altri Sarah si era liberata dalla goffa tuta spaziale, insieme agli altri era nella sala comandi della navetta con cui avevano abbordato il relitto. I capelli di un biondo quasi platinato erano lunghi per gli standard degli addetti alle operazioni nello spazio, li portava legati in una pratica coda di cavallo.
“Vuoi dire quindi che abbiamo a che fare con un manufatto alieno?” Jens comandava l’intera squadra, la sua voce fredda e distaccata lo identificava come un uomo pratico, esente dalle emozioni che avrebbero potuto coinvolgere altri al suo posto. Nonostante la voce, tuttavia, Sarah aveva la sensazione che la guardasse ancora con un occhio diverso da quello professionale. Era solo una sua fantasia? L’assenza di gravità dava a tutti un leggero senso di euforia, simile a respirare dell’aria con una concentrazione di ossigeno troppo alta: forse era solo questo?
“Non possiamo certo escluderlo, Jens, ma questi dati non bastano per affermarlo con certezza” durante quella pausa dall’esplorazione Sarah aveva ripreso la consueta confidenza e si rivolgeva per nome a Jens; si accorse che quasi senza volerlo, però, aveva marcato il tono pronunciando il nome di lui “La lingua sconosciuta potrebbe essere un idioma terrestre del passato, ormai dimenticato. Abbiamo in corso una ricerca nella Base Dati di Krom ma per ora non abbiamo risultati”.
“A ogni modo c’è una seconda squadra di tecnici che sta investigando a bordo” aggiunse Richter “cerchiamo anche di dare una spiegazione alla totale assenza di corpi”.
L’assenza di cadaveri era un evento inaspettato. In assenza di atmosfera i corpi organici, anche inanimati, non si corrompevano. Questo spesso rendeva la loro presenza ancora più lugubre: come bambole abbandonate, tuttavia per la squadra di soccorso il loro ritrovamento avrebbe chiarito l’origine di quel rottame volante una volta per tutte.
In quel momento si attivò il comunicatore di Richter:
“Signore, abbiamo trovato qualcosa di interessante: c’è una porta completamente bloccata che, in base alla mappa della nave che abbiamo ricavato, pare accedere a una stanza molto grande: abbiamo già cominciato a forzarla. Pare inoltre che il relitto non sia completo: potrebbe esserci stato un cedimento strutturale che ha spaccato in due il mezzo originale. Sta di fatto che risulta impossibile accedere in alcun modo al sistema informatico: probabilmente era centralizzato e situato nei locali mancanti dell’astronave...”
“Grazie, Larry, arriviamo subito” Richter chiuse la comunicazione e aggiunse mormorando più a se stesso che a beneficio di Sarah e Jens “se il cedimento strutturale ha seguito un primo incidente, l’equipaggio potrebbe essersi trasferito dove il supporto vitale era ancora possibile. Ecco un possibile motivo per cui non troviamo alcun corpo!”

Mezz’ora dopo Sarah, Jens e Richter erano davanti alla porta misteriosa, nuovamente nelle loro tute.
“Si direbbe una porta stagna” notò Jens.
“Ha ragione, Signore” confermò Richter “questo ha reso più complessa la sua apertura, ma ormai dovremmo esserci”.
Sarah sentì la vibrazione del pavimento mentre la pesante porta si apriva rientrando lateralmente nel muro. Si bloccò a metà, pur lasciando spazio a sufficienza per entrare. La sala era effettivamente molto grande, i fari sui caschi inquadravano una quantità di detriti che galleggiavano in assenza di peso.
“Sono i primi detriti di questo calibro che troviamo qui. Ma… Incredibile! Potrebbe essere... terra!” affermò Sarah “questa doveva essere una serra, da qui si ricavava sostentamento per tutto l’equipaggio”.
Sarah fece alcuni passi avanti, ruotando la testa da una parte all’altra per illuminare la scena: i fari inquadrarono un buco largo una quarantina di centimetri che dava verso lo spazio esterno.
“Quello potrebbe essere all’origine del disastro!” notò prontamente Richter.
“Pare che finalmente tu abbia di che tenerti occupata, Sarah, a questo punto rimane solo il mistero dell’origine di questa nave”.
“Oh, no Jens. Purtroppo no” disse tristemente Sarah, avvicinandosi ad un oggetto biancastro finché fu a portata delle sue mani “Guarda: questo è un fiore di loto. Era una pianta sviluppata soprattutto nei paesi dell’estremo oriente, sulla Terra: l’etnia di quelle regioni era di statura media inferiore, rispetto al Nord Europa di cui noi siamo originari, inoltre usavano un complesso sistema di scrittura ideografico estremamente diverso da qualunque altro presente sul pianeta” Sarah si sentiva infinitamente triste per il destino di quella gente “Questo è l’ultimo fiore reduce di una loro antica, pionieristica spedizione”.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Venerdì 22 Luglio 2011 05:40 )
 

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