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Alessandra Gallo - le cose che ho buttato PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Domenica 18 Settembre 2011 05:31

 

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LE COSE CHE HO BUTTATO

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 12 novembre 2006





Il grado di confidenza che raggiungiamo con le persone si può misurare in modi diversi. Fra le altre cose, a me piace prendere come unità di misura gli argomenti di conversazione. Non è mai un problema, infatti, parlare con uno sconosciuto del tempo, per esempio, o dei gusti in fatto di cibo, o delle notizie che si leggono sul giornale. Parlare dei miei figli o di mia madre mi richiede invece lo sforzo di un passo successivo verso il mio interlocutore, un certo calore delle dita dei piedi e delle mani, e magari una tazzina di caffé da condividere di fronte a un distributore automatico, o al tavolino di un bar. Non è con chiunque, invece, che possa parlare di Dio, o delle cose che penso quando sono da sola. Meno ancora sono le persone con cui possa parlare della morte. È luogo comune pensare che si sia raggiunto il massimo livello di confidenza con una persona quando con questa si riesce a condividere il silenzio senza provare imbarazzo. Io credo invece di poter dire di conoscere davvero una persona quando, con una certa approssimazione, riesco a indovinare che cosa ci sia nella sua immondizia. D’altra parte, non è proprio lì che si fruga, quando si fiuta un segreto? Non è lì che vanno a cercare i poliziotti quando conducono le loro indagini? Non è negli scontrini appallottolati, nei quaderni di appunti, nei file cancellati del computer, nel cesto della biancheria sporca che una persona si rivela per quello che è?
 
Quando ero piccola ero ossessionata dal conservare oggetti. È una delle cose di me che ritrovo con piacere nei miei figli, e allora sorrido, invece di arrabbiarmi, se trovo carte di caramella e bicchieri di plastica nascosti nei cassetti. Io collezionavo tappi di bottiglia, lattine vuote, figurine, disegni, i biglietti che mio padre mi lasciava sul comodino prima di andare al lavoro, quando mi sfiorava la guancia con le labbra fredde e i baffi che pungevano e io soffiavo fuori il sonno sulla sua bocca e mi giravo dall’altra parte per continuare a dormire.

Da ragazza invece mettevo da parte tutto ciò che mi ricordava quelle cose che facevo, o che avevo fatto da sola. I viaggi, per esempio, quelli senza mamma e papà. Le mie prove di volo, insomma. Conservavo biglietti di treni, di autobus, di aerei, del cinema, del teatro, delle partite di pallacanestro al palazzetto dello sport. Conservavo cartoline, fotografie, pietre, fiori secchi piegati fra i libri, bustine di zucchero, saponette degli alberghi, gli indirizzi delle persone che avevo conosciuto in vacanza e che, in fondo (lo sapevo, anche se il pensiero mi intristiva), non avrei più sentito né rivisto. Ho conservato per anni un campioncino di profumo che mi aveva regalato il primo ragazzo con cui ho fatto l’amore. Un nome davvero wow, a dispetto dell’odore: Drakkar noir. Ancora oggi, quando lo sento addosso a qualcuno in giro per strada chiudo gli occhi e sento come una piccola nausea, un dolore vago dentro la pancia, una farfalla notturna che sbatte stordita contro le pareti rotonde di un lampione acceso senza trovare l’uscita.

Conservo ancora delle cose, adesso. Più che altro disegni dei miei figli, le cose che scrivo, le mappe tascabili delle città che ho visitato. E sì, perché negarlo, mi piace sempre portarmi a casa le bottigliette di shampoo degli alberghi. Chi non lo fa? Tuttavia in questa fase della mia vita ho l’impressione che siano più le cose che butto di quelle che conservo. Ho buttato via maglioni, magliette, calze, scarpe, vestiti e cappotti che non potevo più indossare, o che potevo ancora indossare ma mi andava di buttare lo stesso. E che cavolo. Ho buttato abiti dei miei figli e di mio marito. Ho buttato trapunte, tazze e piattini spaiati, spazzole, collane, dentifrici appiccicosi, bottiglie di profumo mezze piene, accendini, saponette, quaderni, monetine di paesi stranieri, pile, medicinali, garze sterili, creme per le mani, costumi da bagno, stampe, bicchieri, bomboniere, cartoline, candele, cibo di ogni qualità, guinzagli, brandine, cuscini, plafoniere, radio, coperte. Ho buttato mobili, agende, telefoni, guanti, enciclopedie a fascicoli, ricette, padelle, borse, giocattoli. Quante macchinine senza ruote ho buttato! Ho buttato barattoli, asciugamani, mollette da bucato, rossetti, sciarpe, biglietti d’auguri, decorazioni per l’albero di Natale, sigarette spezzate, torroncini, dadi, ombrellini di carta portati via da coppe di gelato consumate intorno ai tavolini del centro, foulard, biglie di vetro, viti e tasselli, cerini, tessere magnetiche, strofinacci, pattini a rotelle, oliere senza tappi, tovaglie, centrini.

Sono sicura che butterò via ancora milioni di cose.
Cose che probabilmente parlano di me tanto quanto le cose che invece mi ostino a conservare, anzi, più di quelle. Parlano di delusioni, di dimenticanze, di errori, di tempo che è passato, di pagine voltate, di scelte. Il gesto del buttare via tutte quelle cose invece sembra parlare di futuro, di speranza, ma anche un po’ di rifiuto, o di rimpianto. Magari di morte. Forse butto via tutte quelle cose proprio per prepararmi alla morte.
Riflettendoci, tutti i bambini conservano le cose. Il gesto del buttare mi sembra appartenere molto di più agli adulti, mentre i vecchi, tutti i vecchi che ho conosciuto, ricominciano prima o poi a conservare. Soffocano ogni spazio vitale cercando di recuperare tutto quello che hanno buttato, e anche forse quello che non hanno buttato, ma che sono stati tentati molte volte di buttare. Raccolgono cose inutili dentro alle scatole delle scarpe, nei cofanetti delle caramelle. È come se, in un certo senso, si fossero preparati all’idea della morte tanto tempo fa, ma poi avessero cambiato idea, e avessero deciso che in fondo c’era ancora un sacco di tempo per morire, e allora si aggrappano alla vita attraverso tutto ciò che durante la vita si accumula nei cassetti e negli armadi e nella buca della posta, e che parla di noi e di tutti quelli che abbiamo, o abbiamo avuto, intorno.

Avevo una vecchia zia, per esempio, che conservava le cose più strane. Sacchetti della spesa ripiegati venti volte su se stessi, lucidi da scarpe rinsecchiti, barattoli di coccoina senza pennello, elastici, matite, confetti, pezzi di stoffa e colli di marmotta che perdevano il pelo a ciuffi. Da piccola, quando i miei genitori mi portavano da lei, mi piaceva chiudermi nella camera da letto e giocare con le sue cose. Tiravo fuori dai cassetti scialli di lana, pettini d’osso e vestaglie, ciabatte, vecchie lenzuola ricamate a mano, bigiotteria, forcine per i capelli, borsette, ombrelli, e mi mettevo tutto addosso per poi sfilare davanti ai miei e alla vecchia zia. Loro smettevano di chiacchierare, posavano la tazzina del tè sul piattino, facevano un mezzo sorriso e scuotevano la testa come per un finto rimprovero nei miei riguardi. Io ridevo, tornavo a chiudermi di là in camera da letto, riaprivo i cassetti e ricominciavo da capo. E così via, decine e decine di volte. Un sabato pomeriggio, nascosto in un cassetto sotto una pila di panciere e di busti impregnati dall’odore di ammoniaca, mi capitò di trovare un barattolo da conserva pieno d’alcol denaturato. Dentro, galleggiava una cosa nera e a tratti di un vago rosso scuro, contorta e bislunga, della misura di un palmo dei miei. Ricordo di aver rigirato quel barattolo fra le mie mani più volte, cercando di capire cosa fosse, ma senza riuscirci. Allora avevo rimesso il barattolo dove l’avevo trovato, avevo ricominciato a giocare, e me ne ero dimenticata. Fino a qualche anno fa, quando la vecchia zia è morta e i miei genitori hanno ereditato una parte del suo appartamento. Ci siamo ritrovati lì tutti quanti, come capita solo a Pasqua e a Natale, sorelle, nipoti e pronipoti, e abbiamo cominciato a buttare via le cose. Abbiamo buttato gran parte dei mobili, le piante, i cuscini, i bicchieri scheggiati, le cartoline, i ventagli sistemati con lo scotch, i sacchetti, le forcine, le panciere, gli stracci, la colla, gli ombrelli, i confetti, gli elastici. Abbiamo buttato anche il barattolo pieno d’alcol denaturato che avevo trovato nascosto nel cassetto quel pomeriggio di tanti anni fa. C’era un’etichetta, appiccicata sopra, che allora non avevo trovato per nulla interessante, dato che non sapevo leggere, e che riportava una data nella grafia ripiegata verso destra, elegante anche se incerta, della zia. Sembrava, era, la data di un’operazione. Ebbi un conato di vomito.
Mia zia aveva conservato per tutti questi anni la sua appendice, e io l’ho buttata nell’immondizia con tutto il barattolo, insieme al manuale di istruzioni di un proiettore a bobina, una cravatta in velluto marrone che si sfarinava al tatto, e a uno scialle di lana gialla tarlata, quello che di solito mi avvolgevo intorno alla vita a mo’ di gonna, e che puzzava di naftalina da far lacrimare gli occhi.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Martedì 20 Settembre 2011 07:46 )
 

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