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Virginia Consoli - congelato PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 18:30

 

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CONGELATO

di Virginia Consoli
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007




Quella mattina si era alzata una terribile tramontana, ma F. era dovuto andare lo stesso a lavorare in quella odiata macelleria. Sognava di attaccarsi al vento per andare via, come diceva una canzone ascoltata tempo fa. Soprattutto non sopportava, anche se una discreta pinguedine lo ricopriva, il freddo dei frigoriferi dove doveva lavorare. E quella mattina la sua “capa”, una zitella storta come un gancio e inacidita, che importunava tutti i dipendenti tranne lui, ovviamente, lo mandò immediatamente a mettere a posto i quarti di bue proprio appena arrivato, mentre ancora batteva i denti dal freddo.
“Mannaggia!” diceva fra sé e sé, “mi sono anche dimenticato di lavarmi il mio bel grembiule immacolato, la mia unica fonte di purezza in mezzo a questo schifo… pazienza, mi metterò la salopette grigia e me ne andrò a pulire codeste porcherie.” Detto fatto, entrò nella cella frigorifera noncurante di chi fosse già arrivato o meno in macelleria, se le porte erano aperte o chiuse… con quel vento!!
Meno male che la cella aveva, stranamente, una finestra piuttosto ampia verso il fondo, unica via per spaziare con la fantasia in quel mondo puzzolente e sanguinolento.
Disgraziatamente, qualcuno di quei buzzurri dei suoi colleghi aveva lasciato porte e finestre aperte… tanto che F., all’improvviso, dietro le spalle, sentì un colpo enorme. Era rimasto chiuso dentro la cella frigorifera!!
Dopo i primi attimi di panico, si ricordò dell’ampia finestra, si incollò ai vetri e prese a bussare con tutte le sue forze. Fuori, passava la solita umanità distratta e cinica: chi non si degnava neanche di guardare, chi tirava su un sopracciglio con l’aria annoiata. Chi guardava stupito e si attaccava al cellulare dicendo: “Cara, ma lo sai che riescono a trovare pezzi di carne così freschi che sembrano quasi umani e ancora vivi?”
 “Aiuto, ormai sono congelato!” esclamava F. ormai poco certo di uscire indenne da quella situazione. “Sono congelato!” strillava “Con- ge- la- to !”
“Ma che con gelato!” gli gridò un passante da sotto “ Questa è una macelleria, mica una gelateria! Dov’è ‘sto gelato di cui parli tanto? Mica ce l’hai in mano! Anzi, a guardarti bene, te li sarai mangiati tutti quanti, grasso come sei! E poi, mica sei vestito di bianco, altro che gelataio!”
“Ma quale gelato? Quale gelato??” gli gridò un gruppo di ragazzini radunatisi là sotto. I colleghi improvvisarono una serrata e uno sciopero generale, chiudendo immantinente i battenti della macelleria/gelateria, vennero organizzati picchetti, radunati giornalisti e indette conferenze stampa. Tutte le televisioni erano collegate.
L’unico inconveniente era che non si capivano più le parole di F., sempre abbarbicato al vetro che era molto spesso e faceva l’effetto di un pesce nella boccia. Meglio così, da un lato, pensarono giornalisti e conduttori televisivi, così potevano mettergli in bocca le parole che volevano loro. Anche perché ormai F., dopo tante ore lì dentro, dopo aver riempito le prime pagine di centinaia e centinaia di giornali, dopo essere stato l’argomento di svariati talk show televisivi, ormai non poteva parlare più.
Tanto a che serviva? Avevano già detto tutto loro.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:04 )
 

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