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Pietro Tartamella - i racconti dell'orologio parte prima PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 18:20

 

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I RACCONTI DELL’OROLOGIO

parte prima
di Pietro Tartamella
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007




Nella piazza centrale di Poirino, un paese piccolo sperduto oltre le colline dell’antica città di Torino, c’era un tempo un alto lampione di ferro battuto.
Il fabbro e i suoi sette fratelli che lo avevano costruito vi avevano messo tutta la loro perizia e la loro forza per farlo diventare slanciato e contorto come un ramo di salice. La sera dell’inaugurazione la nebbia fu squarciata dalla intensa luce gialla che inondò la piazza come una sirena di fabbrica che si propaga nelle orecchie e nei baracchini. La gente assiepata, con la testa inclinata all’indietro, si profuse in applausi e meraviglie: “oooooooh!”.
Dopo una settimana il fabbro si ammalò così male che morì nel giro di pochi giorni con gli occhi chiusi. Non seppe mai la storia del suo lampione.
Piantato vicino al campanile della chiesa romanica il lampione per molti anni illuminò il marciapiede e la piazza di Poirino, giorno e notte, d’inverno e d’estate. D’inverno, perché la nebbia avvolgeva anche di giorno così fittamente le case e le strade che il lampione acceso era come una compagnia in quella desolazione. D’estate anche di giorno perché l’addetto comunale si dimenticava di spegnerlo.
Il lampione era alto come un albero e alla fine terminava con il braccio ricurvo, alla cui estremità c’era un cerchio di vetro di un metro di diametro che conteneva la grande luce gialla.
Accadde un giorno, era di primavera, che il cielo di Poirino si riempì di rondini che venivano da lontano. In verità il cielo era pieno di una nuvola di uccelli di ogni razza che a migliaia si fermavano in primavera nelle campagne di Poirino, ai Marocchi, a Riva, a Santena, a Villanova, a Valfenera, a riempire coi loro nidi i fienili, le stalle, i sottotetti.
Attratto dalla luce gialla del lampione dimenticato acceso e dal rintocco del campanile che suonava mezzogiorno, un Cuculo, dopo aver effettuato varie acrobazie, andò a conficcarsi dentro la luce gialla del lampione, bucando il vetro, e lì restò incastonato per sempre.
Fu la volta, al rintocco dell’una, di un Tordo che volava a gran velocità. Accecato dalla luce andò a sbattere con violenza contro il vetro del lampione, perse tutte le penne, e vi restò imprigionato anche lui per sempre.
Il Fringuello vi andò a sbattere alle due esatte.
Poi fu la volta del Merlo.
Poi la Cinciallegra.
Il Pettirosso finì nel lampione mentre le campane della chiesa battevano le cinque.
Alle sei del pomeriggio come un aereo in picchiata fu imprigionato il Cardellino.
L’ Allodola sbatté le ali a lungo prima di essere inghiottita.
Lo Scricciolo vi penetrò alle ore 20 con l’aria che tutta intorno profumava di minestra.
Il Picchio Rosso vi andò a sbattere più volte, toc, toc, toc, finché alle ore 21 con l’ultimo colpo, toc, non perse i sensi e fu ingoiato dal vetro.
L’Allocco alle 22.
La sera la gente che era ancora nella piazza a godersi il fresco primaverile vide alle ore ventitré precise entrare nel lampione con un gran tonfo il Balestruccio.
Fu così che il lampione si trasformò in orologio. Uno strano orologio, che per leggere l’ora dovevi guardarlo da sotto. E a ogni ora si sentivano i rintocchi della campana e il verso di un uccello.
Dopo molti anni, quando rifecero la piazza e smantellarono ogni vecchia cosa, il lampione fu ridotto a pezzi. Il grande cerchio di vetro del diametro di un metro che conteneva la luce gialla e mostrava, come annegati nel vetro, le sagome dei dodici uccelli rimasti imprigionati, finì in una soffitta di Borgata Madonna della Rovere.
Vennero alcuni anni di siccità, senza una goccia di pioggia. Il calore era così insopportabile che il cerchio di vetro del lampione cominciò a seccare, e si restrinse così tanto da raggiungere un diametro di trenta centimetri circa.
Quando Pietro e Anna lo trovarono in soffitta, le sagome degli uccelli, così ridotti e concentrati per la siccità, erano ben visibili.
L’orologio fu appeso a una parete, nel salone grande di Cascina Macondo.
Ancora oggi è appeso lì, sulla parete imbiancata, nel grande salone che un tempo era stata una stalla per le mucche con tanto di mangiatoie in cemento così armato che per smantellarle dovettero far venire una ruspa e rompere i muri della porta per farla passare.
A ogni ora, per un fugace momento, dall’orologio appeso alla parete gli uccelli fanno sentire il loro antico canto.
Quei dodici uccelli imprigionati furono testimoni nel corso di molti anni di innumerevoli eventi.


da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella

 

 

I RACCONTI DELL’OROLOGIO




DI QUELLA VOLTA
CHE UNA DONNA COMPRÒ LE FRITTELLE



La piazza colma di voci. Le bancarelle del mercato inondate di sole. Sotto l’orologio degli uccelli, esponeva la sua merce un signore anziano con lunghi baffi bianchi arrotolati all’in su.
Cuoceva frittelle in un grande calderone d’olio bollente. Il profumo di frittura e zucchero aveva raggiunto perfino il distributore di benzina lungo la statale.
Una signora, che teneva per mano un bambino col cappello, chiese due frittelle. L’uomo le estrasse dall’olio, le fece scolare in un foglio di carta spessa, vi spolverò sopra un po’ di zucchero, e le porse alla donna in un tovagliolino bianco. In quel momento la Cinciallegra imprigionata nell’orologio lasciò cadere una cacchetta che finì sopra la frittella della donna, proprio nel centro, come se fosse una decorazione.
“Buona!” disse la donna.
Una seconda cacchetta finì sulla frittella del bambino:
“Buona!” disse il bambino.
Le trovarono così buone che ordinarono altre due frittelle.
Ma la Cinciallegra aveva finito le sue cacchette.
Senza quella decorazione le frittelle non sembravano più così buone.
La donna si lamentò e disse al vecchio coi baffi bianchi arrotolati in su:
“Voglio la decorazione sulla frittella come quella di prima”.
L’uomo non capiva a quale decorazione si riferisse. La donna pensò che volesse risparmiare. Gli diede del tirchio e del truffatore. Bisticciarono.
La donna strappò dalle labbra del bambino la nuova frittella smangiucchiata e la gettò sul banco inviperita. Poi prese la sua e la gettò sul banco, anche quella mezza mangiata e unta di rossetto.
Non volle pagare le seconde frittelle.
Se ne andò imbronciata e maldicente trascinandosi dietro il nipotino che allungava la mano verso la frittella abbandonata ché, per lui, anche senza decorazione, era pur sempre una buonissima frittella.
 
 da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella
 




DI QUELLA VOLTA
CHE UNA RAGAZZA ERA INSEGUITA


Anche se in piena estate alle tre del mattino la piazza di Poirino era immersa nel buio e nel silenzio. Il lampione di ferro battuto mandava sul marciapiede un grande cono di luce gialla. Era l’unica luce. All’intorno un gran buio.
Si sentì un ripetuto battere di tacchi echeggiare nella piazza. Una ragazza correva ansimando. Era sbucata all’improvviso da un vicolo scuro. Il cono di luce del lampione e l’apertura della piazza le illuminarono gli occhi in un guizzo di speranza. Dalla camicetta strappata fuoriusciva una mammella rotonda tutta a nudo. La bella borsetta nera penzolante dalla spalla ammaccata sui fianchi.
Ecco dietro di lei sbucare dal vicolo scuro tre giovinastri assetati di birra.
La ragazza gridò a tutta voce: “AIUTO!”
Ma la voce era così tremante e impaurita che nemmeno l’eco della piazza riuscì a moltiplicarla e arrivò così debole debole alle finestre delle case che nessuno la udì. I tre ragazzacci corsero più in fretta per raggiungerla prima che gridasse ancora, prima che la forza della disperazione le facesse ritornare la voce.
Stavano per agguantarla per i capelli, quando la ragazza, non trovando via d’uscita, si diresse istintivamente verso il cono di luce del lampione.
In quel momento suonarono le campane.
Le tre del mattino.
In quello stesso momento il Merlo dell’orologio cantò melodioso e a lungo.
I giovinastri, che non erano del paese, videro lo strano orologio sulla testa della ragazza con le ore e le sagome degli uccelli nel vetro giallo di luce.
Udirono il Merlo.
Si fermarono come stupiti.
Non entrarono nel cono di luce.
La ragazza rimase abbracciata al ferro battuto del lampione contorto.
Rimase lì sino al mattino.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





DI QUELLA VOLTA
CHE UN GIOVANE COL COLTELLINO


Non aveva nemmeno sedici anni il ragazzo capellone che sbatteva la fronte contro il ferro del lampione.
I colpi risuonavano di metallo e di testa sbattuta nella nebbia autunnale della sera. La piazza deserta, anche se non erano ancora le dieci.
Il lampione a ogni colpo di fronte tremolava.
Le vibrazioni facevano oscillare il grande cono di luce gialla che proveniva dalla lampada posta in cima.
Il ragazzo estrasse un coltellino.
Con forza e disperazione incise la vernice verde del lampione.
Una linea d’argento delimitò un cuore storto e tremolante.
Su quel cuore il ragazzo sbatté ancora la fronte.
Un’altra incisione.
Apparve una freccia che attraversava il cuore.
La nebbia avvolgeva i suoi gesti.
Poi scrisse:  “Ti amo Silvia”.
Una scrittura che quando arrivò al nome di  “S  i  l  v  i  a”   era particolarmente scomposta, ché la mano aveva vacillato e tremato più del consueto.
Tutti gli uccelli guardavano dal lampione muti muti.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella





DI QUELLA VOLTA DOPO LA PIZZA



Avevano festeggiato la fine della scuola, tutta la classe 3 B della scuola media, alla pizzeria “Il Bue Rosso”. Avevano alzato il gomito andando oltre l’aranciata e la coca cola. Qualcuno aveva ordinato la birra, e anche il vino, specie i ragazzi che si sentivano ormai grandi pensando che l’anno dopo sarebbero andati in una scuola superiore. Quando uscirono un po’ brilli dalla pizzeria, intorno alle undici, un gruppo salutò e si avviò verso casa. Dovevano rientrare per mezzanotte.
Anche i professori salutarono e, saliti sulle loro auto, scomparvero sulla strada in direzioni diverse.
Rimase un gruppetto di dieci compagni, sette ragazzi e tre ragazze tutto pepe. Abitavano nei dintorni, e potevano stare ancora un’oretta insieme. Sciamarono verso la piazza del paese allegri e chiassosi nel silenzio lunare.
Quando una battuta arguta, ma anche una battuta qualsiasi, scatenava le loro risate, si scompisciavano piegati in due anche le ragazze e per mettere maggiormente in risalto la loro risata colpivano col palmo della mano il cofano della prima auto che in quel momento trovavano di fianco parcheggiata nella piazza.
I ragazzi stringevano per la vita le loro compagne. Allungavano baci e carezze.
Le ragazzine ora ridevano, ora strizzavano con le dita i fianchi dei compagni per un solletico, ora mollavano uno schiaffo.
Stranamente resistettero alla tentazione di suonare un campanello. Forse perché nella piazza si stava troppo bene, non c’era nessuno se non le loro voci, e avrebbero considerato come un intruso chiunque si fosse affacciato a una finestra.
Corsero verso il cono di luce del grande lampione in ferro battuto.
Ad alta voce lessero la targa saldata al lampione:
 
 

“Cosimo Delle Nove, fabbro in Poirino,
costrusse con i suoi sette fratelli
questo esimio lampione nell’anno 189
a onore e orgoglio del paese.
La cittadinanza tutta
esprime il proprio vivo cordoglio
per l’improvvisa morte del fabbro
avvenuta per male innominabile
una settimana dopo la sua inaugurazione”.



I ragazzi risero. Qualcuno giocò sul cognome del fabbro “Delle Nove” dicendo che erano le undici passate. Poi tutti i ragazzi circondarono il lampione formando un cerchio. Con il braccio destro piegato, orinarono in coro sulla piccola aiuola del lampione. Le tre ragazze ridevano in disparte sbirciando.
Suonò infine la mezzanotte. Il Cuculo cantò.
Con gli occhi alzati verso la luce gialla i ragazzi guardavano le forme degli uccelli imprigionati nel vetro.
Si salutarono in fretta, ché ormai il loro tempo quella sera era scaduto.
Il vino e la birra non avevano prodotto altra avventura se non quella di orinare sul lampione. Il cono di luce restò vuoto.
La piazza sprofondò nel silenzio della notte.
 
da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella




DI QUELLA VOLTA CHE UN UBRIACO



“Uccelli del malaugurio!” gridava alle sagome dell’orologio il vecchio sdentato e sgangherato che barcollava agitando nella mano un bottiglione di vino rosso.
“Venite qui a bere con me!”.
Gli uccelli incastonati nel vetro restavano in silenzio.
“Se non venite giù, vengo io da voi!”.
E posato il bottiglione per terra, si incollava al lampione con bracca mani cosce nel tentativo di arrampicarsi. Riusciva a salire per mezzo metro.
Sempre tenendosi stretto per non precipitare, il suo sguardo finiva col guardare per terra, e scopriva che il bottiglione era rimasto lì.
Come poteva offrire da bere agli uccelli se il bottiglione restava lì per terra?
Allora scivolava di nuovo a terra, agguantava il bottiglione con la mano, e cercava di nuovo di arrampicarsi con una mano sola. Ma dopo cinque minuti di equilibrismi assurdi, singhiozzi, improperi, deponeva a terra il bottiglione, si abbarbicava al lampione con le due braccia per scoprire, dopo mezzo metro di arrampicata, che il bottiglione era rimasto lì per terra.
Ricominciava da capo.
“Sto perdendo la pazienza!” continuava a gridare agitando il bottiglione, senza badare alla gente che lo guardava divertita da sotto i portici e dai tavolini del Bar Centrale. Era pomeriggio inoltrato, ancora un bel sole estivo inondava la piazza.
Tutti lo lasciavano fare.
Frizin si ubriacava spesso, ma non faceva male a nessuno. Tutti lo conoscevano ed erano così gentili con lui che gli offrivano sempre volentieri un bicchiere di vino, anche quando non lo chiedeva. Chissà, forse lo facevano apposta per farlo ubriacare e divertirsi ascoltando i suoi monologhi sotto il lampione.
Visto che gli uccelli dell’orologio non scendevano a bere con lui, e che lui non riusciva a salire sin lassù col bottiglione, decise di bere un lungo sorso.
Si asciugò le labbra col dorso della mano.
Si sedette sullo scalino dell’aiuola come a volersi riposare. Appoggiò la schiena al lampione. Fu in quel momento che davanti a lui, proprio ai suoi piedi, zampettò un passerotto. Lo vide avvicinarsi. Si avvicinò così tanto che finì col toccargli la scarpa, gli becchettò un laccio, lo becchettò così tanto che riuscì a sciogliere il nodo. Frizin guardò il passerotto per tutto il lungo tempo che rimase sulla sua scarpa. Quando il passerotto volò via, Frizin si alzò. Si incamminò in silenzio. Barcollava. Il bottiglione, pieno ancora a metà, rimase abbandonato ai piedi del lampione.

da "I Racconti dell'orologio"
di Pietro Tartamella


 



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IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Mercoledì 20 Febbraio 2013 16:37 )
 

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