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Michele Bertolotto - l'orologio sul marciapiede PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 18:12

 

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L’OROLOGIO SUL MARCIAPIEDE

di Michele Bertolotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007




NUOVA YORK maggio 1987

Era una piacevole gionnata primaverile di quelle che, quando sei fuori non vorresti più ritiratti, c’era un tepore gradevole e il cielo era blu e tesso, si respirava quel “profumo di pulito” quella sensazione di aria ionizzata… guaddai l’ora, erano le 9.39 a.m. ed ero uscito alle 8.15 a.m. per le solite commissioni del sabbato; il caffè nel bar “Bella Napoli” di Nello che mi ricoddava aromi e gusti della mia bella Italia, acquistai il gionnale, sempre e solo il New York Times di cui ero stato staggista durante gli studi e a cui mi ero affezionato picché avevo schitto accuni atticoli sulla Bossa e sulla finanza Newyokkese… la passeggiata sulla Main Stritti tra i viali inconniciati di curiosi ma affascinanti abberi di arance onnamentali ora in fiore e pofumatissimi.
Io sono Anthony Beauty come mi chiamano amici e colleghi inzomma, Antonio Lo Bello, 37 anni, siciliano di Ficarazzi, in provincia di Catania… beh? Che c’e da ridere? È un paesino bellissimo sopra Acireale, Acicastello, Acicatena, inzomma un paese a picco summare da cui mancavo ormai da una trentina d’anni, eh sì, mio patre Gaetano Lo Bello era emigrato quì negli anni ’30 e qui visse e morì facendo il babbiere, amato e rispettato da tutta la fotta communità italiana, e non solo, del quattiere (la communità era così fotta che ci doveva penzare mio patre a sfottilla, impegnatissimo era, meschino!)… La buonanima sperò sempre che io continuassi “il mestiere” e sicuramente ne fu deluso, ma io avevo attre ispirazioni e studdiai fino a diventare bossista per la “City”… dal lunedì al veneddì le mie ore erano scandite da nummeri, peccentuali, complessi caccoli e telefonate fiume… ma mi piaceva e riuscivo a cavammela benino tra “Buy e Sell” che erano le parole chiave della Bossa e del mio lavoro.
Ero poprio all’imbocco del vialetto della mia abbitazione quando la mia attenzione fu catturata da un oggetto tondeggiante che stavo per cappestare… mi bloccai accoggendomi che, facendo un attro mezzo passo, avrei pestato e fosse distrutto quello che ora mi appariva indubbiamente come un orologgio da taschino con una lunga catena finito chissà come sul macciapiede…
Lo raccossi e vidi subito che si trattava di un preggevole orologgio “Martens & Sons” con la copettura delle sfere freggiata da una meravigliosa scena di caccia al faggiano mentre sul retro, a copertura del meccanismo e finemente cesellato stava schitto: “J. P.” la cosa incominciava a incuriosimmi e mentre entrai in casa mi accossi, apendolo che era femmo, provai a caricallo, ma le lancette non si mossero; segnavano le 12.45 a.m. Fu a quel punto che mi accossi che il colore dell’orologgio non era il solito color acciaio o bronzo, era dorato… anzi.. era proprio d’oro! Con tanto di macchio 933/1000… era oro zecchino e doveva valere una fottuna!
Eh no! So cosa state penzando eh?! Il solito meridionale che siffrega l’orologgio e fa finta di niente andando a rivenderlo dal primo ricettatore… eh no Signori! Questi sono penzieri cattivi e gratuiti, io non avrei mai fatto una cosa del genere, anzi, lo avrei pottato al Commissariato di Polizia al più presto in modo che venisse restituito al suo leggittimo popietario che, sicuramente, aveva già denunciato la scompassa di un così pezzioso oggetto.
Pranzai preparandomi “Pane-Panelle” che sarebbero fette di pane raffemmo passate velocemente in acqua e poi “cunzate” paddon, condite, con fette di pomidoro, olio, origano i sale… è un piatto tipico del mio paese di cui andavo ghiotto, cetto i pomidoro non erano quelli della mia bella Sicilia e manco l’olio, il pane e l’origano, ma erano comunque ottimi surrogati acquistati da Cosimo O’Sarracino, l’ottolano del quattiere, originario di Siracusa e così detto per le sue origgini Tucche.
Dopo pranzo stavo acchianando, scusate, salendo, le scale per il canonico riposino pommeridiano ero già alla sommità quando sentii un “bippi-bippi” provenire dall’orologgio; allora funzionava? Vabbè meglio così… il pobblema era che non smetteva più!!
“bippi- bippi, bippi-bippi, bippi-bippi” mììììì che casìno! Dovevo fallo smettere! (non fallo nel senzo di fallo ma fallo aggettivo). Scesi di corsa le scale e mi avventai sull’orologgio, lo aprii scoprendo la lunetta e… restai di medda! Scusassero, di sasso! Davanti a me una cosa che aveva dell’incredibbile; le lancette e il quadrante (non so se in un orologgio tondo si chiama quadrante picchè è tondo) era scompasso… al suo posto una scena nitidissima come in un piccolo monitor che mostrava una signora mentre veniva bosseggiata e, nitidamente, scorreva in basso una schitta: Madison Stritti 222.
Dopo il pimo momento di sbigottimento mi prese la frenesia di verificare quella scena che si ripeteva ossessivamente nell’orologgio-monitor! Scesi in strada come preso da un raptussi, ops, un raptus e mi misi a correre vesso Madison Stritti che era a cinque isolati di distanza vesso il fiume Hutchinson, lì arrivato riguaddai l’orologgio che ripetiva la scena, ma in quell’angolo al numero 222 non vidi nuddu… .niente là! Aspettai alcuni minuti, non ci capivo nuddu, poi, deluso, mi incamminai sulla via del ritonno con penzieri e domande in testa quando incontrai inconfutabbimmente la donna dello scippo che, stesso vestito e stessa borzetta, stava andando verso Madison Stritti!
Di nuovo mi prese la frenesia e il cuore mi batteva fotte, l’adrenalina era alle stelle e la sudorazione mi impellava la fronte e le mani, che fare? Femmare la signora e dille “Signora, mi scusi, la stanno per bosseggiare” noooo mi avrebbe preso pì pazzù, cugghiunazzo o addirittura per un bosseggiatore… decisi di seguire la donna dischetamente ah?!, riguaddai l’orologgio per carpire accuni patticolari speciammente del bosseggiatore… poi penzai: “e se fosse tutto vero che avrei fatto?”, senza risposte continuai a inzeguire la signora a distanza per non dare nell’occhio e quando prese Madison Stritti al crocevia penzai che poteva essere vero picché la meschina avrebbe potuto prendere le altre vie: Cannaby Stritti oppure Mott Stritti dove c’era la chiesa di St. Patrick o ancora andare vesso Lafayetti Stritti dove era la sede storica del Pattito Repubblicano e dove era stata pubblicizzata anche dagli attopallanti sulle auto una riunione per le primarie del giugno 1987, invece no! Andò diritta vesso la Madison e fu lì che vidi, per la prima votta, il suo agghessore, un tipo alto e smilzo con due baffetti  dritti un po’ rossicci e un paio di orecchie che sembravano più uno schezzo di Cannevale che uno schezzo della natura… lo vidi avvicinassi a grandi passi alla signora e fu allora che impovvisamente scattai in avanti, ero possente i atletico i raggiunsi la strana coppia in pochi attimi, mi frapposi tra loro e feci lo sgambetto al bosseggiatore popio mentre stava per allungare la mano verso la bossetta, il malcapitato fece un ruzzolone a faccia in giù andando a sbattere violentemente il naso contro il macciapiede che da lì non si mosse, come d'altronde lui… la donna si era accotta di cosa le stava per accadere e capì che l’avevo appena savvata. Mi ringraziò con un bacio sulla guancia e una stretta di mano.. mi sentivo un eroe! Nemmentre era arrivato il poliziotto di quattiere che aveva arrestato il bosseggiatore, noto nella zona per le sue ripetute scorribbande. Ricevetti così anche i complimenti dell’agente O’Connor, un omone di origgini Illandesi con tanto di testa rossa e lenticchie, si le lentiggini... gli mancava solo il quadriffoghio vedde.
A quel punto penzai all’orologgio, lo aprii e vidi che erano ricompassi il quadrante o rotondante e le lancette e che l’ora segnata era sempre la stessa… le 12.45. Avevo fosse sognato?

Macchè… mentre me ne tonnavo, ancora tuonato, vesso casa l’aggeggio infennale si mise a fare il solito “bippi-bippi”… a quel punto avevo paura ad aprillo, con cautela azzai la protezione e rividi nitidamente un’attra scena prospettassi ai miei occhi attravesso il piccolo monitor ah! Un uomo in terra vestito da poliziotto e una pistola accanto a lui di fronte alla Pacific Bank da dove uscivano correndo due uomini mascherati, nella striscia in basso scorreva un indirizzo “Pacific Bank – Mercer Stritti 1348” era lontanissima e secondo i miei caccoli dal primo “bippi-bippi” della signora e del bosseggiatore era passata cicca un’ora.
Mi misi a correre grazie a una nuova botta di adrenalina, peccossi la Broadway quindi la 14ma, la 23ma, la 34ma, e la 42ma Avenue per sfociare nella Quinta Avenue, da qui presi Elisabetti Stritti e raggiunzi Mercer Stritti, le gambe andavano da sole e l’acido lattico mi fece sentire come Pinocchio… di legno!
Erano quasi 45 minuti che correvo quando peccorrendo tutta la Mercer Stritti arrivai nei pressi della bbanca e vidi il poliziotto a terra svenuto con un vistosissimo bennoccolo sulla fronte, gli occhiali da sole e la pistola a terra accanto allui, proprio come nell’orologgio. Lì vicino ci stava un’officina di riparazioni auto e, visto che i mavviventi non erano in strada penzai che fossero ancora nella bbanca, chiesi dell’olio al meccanico che mi guaddava come si guadda una mosca sulla medda… alla fine mi diodo, diede, dette.. “come minchia si dice sta’ parola!”, l’olio e io lo vessai sul macciapiede davanti all’ingresso della Pacific Bank, da lì a poco i due mavviventi mascherati di tutto punto uscirono di cossa e… caddero pensantemente a terra, uno schiantandosi contro un pacchimetro e l’attro credo rompendosi l’osso sacro picché sentii un ullo e un ghido che gli arrivava da dentro! Nel mentre l’auto della Polizia, una grossa Fodd di colore nero, arrivò ululando e si femmò con un forte striddio di gomme. Ne uscirono quattro aggenti increduli che si trovarono davanti a una scena surreale: i banditi cospassi di olio esausto e maleodorante, uno con il naso rotto e l’attro con il c…rotto! Anche questa votta spiegai che “mi trovavo a passare di lì” e, sentito gli schiamazzi, intevvenni. Complimenti vari etc. Fu in quel momento che mi ricoddai del povero Poliziotto svenuto e andai a soccorrello, si stava riprendendo e diceva “Madona che bòta che go pià! – Madona che bota! Gesù Bambin!” allora avvicinandomi a lui gli sporsi gli occhiali che erano lì accanto e quel minghione di un veneto si mise a dire “Ti me vol ciavar gli ociai o a pistoa ciò?” mìììì sto’ terrone del nodd credeva volessi rubbaggli gli occhiali o la pistola e sbraitava e si aggitava chè stava accorrendo gente! Allora gli ammollai un bugno sul bernoccolo che già aveva e lo addommentai… mììììì che giornata!
Rincasando, provatissimo, aprii l’orologgio che nel frattempo era ridiventato orologgio e andai sulla 42ma apprendere un cannolo siciliano da Beppuzzo tre dita per via che le altre due le aveva lasciate nel tritagghiaccio, neanche ittempo di gustammelo che la diavoleria a fomma di orologgio si rimise a fare “bippi-bippi” Marò, e adesso? Decisi che era giunto il tempo di finilla con quell’ aggeggio arrivato chissà da dove e diedi un forte pugno sul copecchio… sentii il rumore del vetro infranto e solo allora mi resi conto… lo aprii e c’era sì il solito video avvettimento con la schitta che scorreva con l’indirizzo etc, ma era tutto illeggibile, riuscivo a intravedere un uomo a terra in un vialetto, ma i patticolari e, soprattutto l’indirizzo, erano illeggibbili... l’avevo combinata grossa! Non avrei più potuto savvare nessuno. Cominciai così a rimuginare vagando per la città con l’orologgio tra le mani… di sicuro nessuno sarebbe stato in grado di aggiustare quel tipo di orologgio e tante pessone ci avrebbero rimesso, che stupido ero stato, minghione va! Fu in quel momento che fui affrontato da tre baloddi che mi dissero “Che bell’orologio d’oro!” capii che ero nei guai, mi guaddai intonno: soprapenziero ero finito in un ghetto della città malfrequentato e solo nel momento in cui sentii un dolore lancinante al petto realizzai che quel messaggio sull’orologgio-monitor era pemme, che quella figura di uomo sdraiata sul secciato accanto a un vialetto era la mia, coppito a motte da una coltellata al cuore mi accasciai al suolo e, mentre tutta la mia vita mi passava davanti in un attimo e le fozze mi abbandonarono, nell’uttimo istante prima di morire sentii ancora il meraviglioso orologgio d’oro venuto chissà da dove fare “bippi-bippi”, neanche lui era riuscito a savvammi.


 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:05 )
 

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