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Gian Maria Vinci - intimo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 17:14

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

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Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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INTIMO

di Gian Maria Vinci
Cascina Macondo – Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007




Intimo, cosa di più intimo dei miei pensieri lanciati alla ricerca di cosa scrivere mentre taglio i carciofi per l’insalata.
Il terrore che mi assale al pensiero di scrivere a mano è mostruosamente intimo - non scrivo a mano neppure i verbali dell’assemblea di condominio.
Devo fare qualche cosa, attraverso il cortile per trovare conforto da Antonella, ma “raccatto”, raccolgo solo un fermo invito a scrivere possibilmente cose allegre.
Mi siedo in cucina, credo dovrei porre in intimità l’anima con la mente, ma o trovo l’una o trovo l’altra, evidentemente non sono poi così intime.
Lo sguardo vaga pensieroso nella stanza, quella da ebete è l’espressione, si sofferma sui formaggi e sul salame, ricorda l’intimo gaudio delle papille al contatto con le ghiotte prelibatezze.
Non riesco ad andare oltre e penso con l’età che hai devi cominciare a riconoscere, ancora meglio accettare, i tuoi limiti.
Non sei tagliato per scrivere, non provare vergogna, ti vengono meglio arrosti, sughi, intingoli.
Forse ha ragione Antonella, dovrei riprendere a leggere. Leggo solo manuali tecnici, non ridete, ho detto che li leggo, non che li capisco, ma leggo.
Ci vorrebbe maggiore intimità con questo foglio bianco, dovrebbe attrarmi, affascinarmi, ispirarmi – cacchio, quanto è bianco! immacolato – nel suo candore mi osserva - se ghigni ti strappo.
La calderina si accende per qualche secondo.
Guardo un acchiappasogni indiano e subito mi trovo su una sabbiosa pista americana, parlo con me stesso - parlo con il motore - parlo con quello stupido mezzo cui ho regalato un cuore e del quale capisco ogni minima variazione meccanica e di assetto.
Insomma, sii serio, tratta l’argomento da persona adulta e matura.
Ritorno a pensare.
La lavatrice con il suo unico occhio finge di guardare da un’altra parte, io so che come il foglio mi osserva.
Mi alzo a fare due passi e incontro una che ha già finito, uno che pensa già alla seconda parte dello scritto.
Candidamente chiedo se alla fine della giornata devo leggere quello che ho scritto - la risposta mi fa comprendere quello che ha provato lo spartano di fronte ai 10.000 immortali alle Termopili.
Sono le 12.45, posso dire di aver trascorso una mattinata densa, no, pregna di angosce.
Il bicchiere è vuoto, alzo lo sguardo e il sole mi abbaglia, è il momento del colpo di sonno. Forse il mondo dei sogni mi darà una mano.
Ritorno in cucina e mi verso un piccolo bicchiere di vino bianco, talmente piccolo che non vi annegherebbe neppure il pensiero di un cerebroleso come me.
Che bello l’Haiku, pensi pensi, ma poi scrivi tre righe e poiché nello specifico il tempo non è in rapporto allo spazio, più di un tot di sciocchezze non puoi scrivere.
Invece qui c’è il rischio che la penna ti prenda la mano e agevoli quella parte di idiozia che alberga in me, idiozia che solitamente riservo ai miei clienti più astuti.


 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:07 )
 

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