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Enzo Pesante - anche il tempo sta cambiando PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 17:06

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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ANCHE IL TEMPO STA CAMBIANDO

di Enzo Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007





 “Su, alzati, è tardi!”
 

*

La voce arriva da un oltre lontano, trapassando la corazza di lenzuola, coperte e cuscino. E a quel punto, lo sai, è finita. La sua eco ti sbatte dentro il cervello e scoppietta la bastarda sualzatiètardiètardialzatisualzatialzatiètardi….
Più ti sforzi di ignorarla e più lei rimbalza in te, indifferente a te. Tu sei in lei e lei se ne fotte di te. È imbattibile. E a quel punto, lo sai, l’unica è… alzarsi. Solo perdendo puoi vincere!


*


Il tempo potrebbe scorrere all’infinito se solo fosse per lui. D’altra parte, il tempo a lui non manca. Ha rubato anche il mio. Ladro della mia vita. Rimarrebbe lì dov’è, sotto quelle lenzuola sporche, per l’eternità. Eh già, nel sonno la coscienza si annulla. È comodo non pensare, soprattutto se c’è chi lo fa per te!
“Su, alzati, è tardi!”

 
 
*


“Eccomi, eccomi”.
Sopra la fessura degli occhi strizzati il colore è sempre grigio! Il velux ne filtra il tenue chiarore e quel che rimane è una densità di nebbia senza profondità e senza storia. Se solo ci fosse un colore diverso. Magari un bell’azzurro, invece di questa perenne melassa informe.
“Scendo, scendo”.

*

La lavatrice è partita. Devo solo stirare e poi posso cominciare a preparare il polpettone. Questa volta voglio metterci anche il peperoncino. Mi piace il peperoncino. Mi piace.
“Scendi a fare colazione”.



*


Le calze puzzano, ma sono qui vicino, a portata di mano. Anche il resto dei vestiti è ammonticchiato appena giù dal letto. Farei anche a meno di mettermi questa divisa di me stesso, se solo lei non mi dicesse la solita frase: “Cambiati, non metterti sempre le stesse cose”, detta con il solito tono, nel solito ritmo sincopato di finta cura per me.


*


“Cambiati, non metterti sempre le stesse cose”.
Io almeno ci provo. Ho sempre voluto volergli bene. Mi sono impegnata molto per amarlo. Sarebbe bastata un po’ di partecipazione da parte sua, un sorriso, un piccolo incoraggiamento… E invece niente. Sempre cupo, chiuso, come questo maledetto tempo sopra di noi, molle, senza luce, senza prospettiva. Dio mio, dacci un po’ di colore e tutto cambierà, ne sono sicura!



*


Vaffanculo, l’ha detto di nuovo! E io non mi cambio: stesse mutande, stessi vestiti. Io non mi cambio. Tu non mi cambi. Io sono così, rassegnati. Me stesso, sempre uguale a me stesso. Uguale a questo maledetto tempo grigio senza speranza, senza colore. Non ricordo nemmeno che sia mai esistito un tempo diverso! Forse fin dall’inizio era così. Un cielo asciutto e sterile, incapace perfino di piangere.


*


È come quella roba degli scacchi: lo stallo mi sembra che si chiami, quando nessuno dei due può più fare niente. Però, allora la partita finisce e ne inizia un’altra. E puoi vincere o perdere, ma almeno vivi. Ma che incubo è questo nostro stallo senza vie di uscita? Questa partita da cui non ci si può ritirare? Questa vita senza vita?
Merda, il polpettone sta bruciando!
“Sbrigati, ormai il latte è freddo!”


*


Il latte finalmente è freddo. Mi fa schifo il latte caldo, con quella pellicina raggrinzita, come un sudario putrido. Veramente mi fa proprio schifo il latte. Perché allora lo bevo? Da sempre! Perché non ho mai avuto la forza di buttare all’aria la tazza e di urlare che non voglio niente, non voglio niente da nessuno, non voglio niente da una vacca che mi vuole comprare col suo latte dolciastro!


*


È sporco dappertutto! Continuo a spezzarmi la schiena per pulire queste fughe tra le piastrelle e non vengo a capo di nulla. Sono sempre nere! È colpa di questo tempo così uggioso, pieno di sporcizia. Il puzzo dell’ammoniaca mi soffoca. E nessuno mi aiuta. Sono sempre sola, sempre sola!
“Muoviti, farai tardi come al solito!”



*


“Arrivo, sto scendendo”.
Questa puzza mi soffoca. Non sopporto l’ammoniaca. Più si pulisce fuori e più si è sporchi dentro! E considerando quanto puzzo fuori, dentro io devo essere pulitissimo! Al contrario suo. Invece di sfregare i pavimenti, dovrebbe darsi una bella ripulita dentro, dove è più marcia!
Magari con… dell’ammoniaca!


*


“Cosa? Una tazza di tè? Sì, grazie”.
Un miracolo! Oddio, cosa sta succedendo? È la prima volta che è gentile con me. Forse si è reso conto di tutto quello che io faccio per lui.
Anche il tempo sta cambiando. Finalmente questo maledetto grigio si sta squarciando. Quelle nuvole nere in cielo sono sempre meglio dell’ovatta della nebbia.
Che schifo questo latte. Ma è da tanto tempo che non piangevo! Che belle queste la… cri…



*


Finalmente piove.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:07 )
 

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