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Claudia Avitabile Macciò - Forrest Frost PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 17:01

 

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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FORREST FROST

di Claudia Avitabile Macciò
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007




Quella sera Angela era profondamente turbata; una rabbia irrazionale e violenta le era letteralmente salita dalle viscere alla testa, aveva cominciato con l’essere infastidita per quel continuo voler evitare il discorso che Piero aveva messo in atto ormai da mesi, poi si era risentita per l’improvviso scatto del marito: “Se mi vuoi tagliar fuori da questo, allora tagliami pure fuori da tutta la tua vita!”. “Che faccia tosta - aveva pensato Angela in cuor suo - già ti ho fatto uno sconto a dire che eri tu la causa, mentre la verità è che è tua la colpa! e ora tu mi vuoi mettere al tuo pari, palla al centro e si riparte. E no, caro, io lo voglio e io ho sempre quello che voglio, e tu mi servi, mettici nome, soldi e faccia, tanto non puoi metterci altro!”.
Lei e Piero si conoscevano fin da ragazzi e prima di amarsi si stimavano, prima ancora si capivano, prima ancora si erano piaciuti e dopo anni di matrimonio si vivevano come complementari, ma quel problema aveva lavorato sul loro rapporto come una goccia d’acqua in una crepa, congelando allargava la fessura, la pioggia penetrava e accresceva la goccia che congelando allontanava sempre più le pareti….
Erano partiti bene con tanta speranza e tanta fede, credevano che quella prova li avrebbe uniti, invece col tempo le prova divenne insopportabile e, quel che fu peggio, Piero e Angela cercarono, ognuno per suo conto di trovare strategie d’uscita. Piero andò a colpo sicuro e quasi subito, senza aspettare troppo, trovò la sua risposta al problema, una risposta che li metteva sullo stesso piano e non fece mai supporre ad Angela la sua delusione, neppure quando lei era caduta in depressione reputandosi la causa di tanta sofferenza. Per Angela invece non c’era una soluzione, ma solo la soluzione, quella che coronava i suoi sogni, che la risarciva dei dolori, che la ricompensava di tutte le ansie; senza quella non ci sarebbe stata pienezza di vita per lei né futuro per il suo matrimonio.
Quella sera sembrava che ogni piccolo rancore, ogni trascurabile delusione, ogni rivalsa maturata in tanti anni uscisse allo scoperto e li facessi guardare l’un l’altro come sconosciuti, come nemici.
Addormentarsi quella sera non fu facile, il collo le pulsava, mani e piedi li sentiva come di ghiaccio, la testa sembrava una giostra in cui giravano come cavalli impazziti frammenti di ricordi, progetti di vendetta e fitte di dolore,
Ma la stanchezza prevalse e con molta fatica si addormentò.

Piero e Angela avevano un figlio, Forrest, un bel bambino biondo con gli occhi azzurri della madre, un bimbo sano, almeno così diceva il pediatra, ma che era causa di continua preoccupazione per Angela. Sua madre, la nonna di Forrest, in ospedale, appena dopo il parto era stata molto delicata e le aveva detto soltanto “Tienilo sempre ben coperto”, lei trovò banale il consiglio finché non tenne il piccolo tra le braccia; appena lo sfiorò ebbe un sussulto: era gelato, freddo come un cadavere, anzi ancor di più, e solo gli strilli che emetteva scongiuravano il timore che fosse morto.
Forrest cresceva bene, era un bambino robusto, vivace affettuoso con lei e con i nonni, mentre Piero lo avvicinava il meno possibile e gli rispondeva a monosillabi e non mancava di fare battute al vetriolo su quel figlio che non gli assomigliava in nulla, sulla moglie che aveva avuto un lungo soggiorno in Spagna proprio nove mesi prima della sua nascita e su come pensava di godersi tutti i suoi risparmi prima di morire in modo da lasciare il figlio, come amava dire lui, “in braghe di tela, a cercar suo padre”.
Angela era combattuta fra l’amore materno e l’amore per il marito e non poteva fare a meno di soffrire per se stessa, per Piero e per il bimbo. Non poteva neppure contare sull’appoggio di familiari e amici; anche se nessuno le aveva mai chiesto notizie del motivo per cui Forrest sembrava di ghiaccio, ben presto da tutti il suo nome fu storpiato in Frost.
Il bambino per molto tempo aveva chiesto alla mamma e agli amici il perché di quel nomignolo, ma nessuno ebbe il coraggio di spiegarglielo, finché un giorno, quando ormai aveva circa nove o dieci anni corse dalla mamma sventolando una cartella clinica trovata nel fondo di un cassetto. “Lo so, lo so, sono così freddo perché sono nato da un embrione congelato! Che bello sono il Principe della Neve, il figlio del Re dei Poli, ho un orso bianco per amico, un pinguino per servetto e dirò al generale Inverno di uccidere subito Piero che dice bugie, dice di essere mio papà e poi non mi vuole bene”.
Angela aveva temuto quel momento da anni, a volte l’aveva atteso come una liberazione, altre aveva cercato di esorcizzarlo negando la realtà anche a se stessa, ma lo aveva avuto sempre presente ogni volta che toccava il suo bimbo, ogni volta che leggeva negli occhi di Piero astio verso quella creatura che lei amava tanto. E quando il momento venne non seppe fare altro che correre fuori in giardino e piangere.
Era tornata sola, senza figlio e senza marito, sola in un pomeriggio d’estate caldo e assolato. Pianse tanto fino ad addormentarsi sfinita; quello fu il modo per staccare la mente dal problema, che in tutti quegli anni non era riuscita né a risolvere né a sopportare…
Si stingeva tra le sue stesse braccia provando un progressivo senso di calore, prima il viso, poi il corpo, da ultimo le gambe e le braccia e quando tentò di girarsi si trovò costretta tra due corpi: il primo era Piero e lo individuò subito dal modo in cui la stava accarezzando, a dita spalancate che affondavano nei suoi capelli, l’altro doveva essere di un bambino, perché non arrivava a toccarle le ginocchia e perché una manina piccola e calda le disegnava il contorno della bocca. Ebbe paura e non aprì gli occhi, ma chiese “Che succede? sto sognando?” “No mamma sono Sunny, il tuo bambino” “Tu non sei mio figlio - urlò Angela - mi figlio si chiama Forrest e io lo amo a dispetto di tutti, lo amo più di me stessa, lo amo più di mio marito”.
A queste parole Angela aspettava la solita reazione del marito, un lento, silenzioso allontanamento del corpo e dell’animo, ma non fu così Piero continuò ad accarezzarle i capelli e la baciò teneramente sulla fronte. “Mamma, non arrabbiarti, sono tuo figlio, solo non mi chiamo più Frost e non sono più freddo perché papà mi ha portato in Africa a prendere tanto sole, ma poi in Africa ci stavamo male e avevamo tanta fame e tanta voglia di rivederti. I leoni ci avevano accerchiato e stavano per mangiarci, ma tu sei venuta con una suora su una jeep e i leoni sono scappati e ci hai salvato. Hai fatto tutto da sola, tutto per amore di papà e mio, per quello eri tanto stanca e hai avuto bisogno di dormire.”

Angela si svegliò di soprassalto, era sola nel letto, la parte di Piero era vuota come ormai da molti mesi, da quando avevano concordato che dormisse in salotto, non c’era nessun bambino, ma un sole ormai alto che attraverso il vetro le scaldava il viso.
La mente lucida, l’animo riposato, il cuore in pace, la decisione presa. “Piero! Piero! dove hai messo le carte del Tribunale dei Minori? Firmo! firmo! firmo! perché ti amo, perché amo Sunny ovunque ora sia, in Asia, in Africa, in capo al mondo!”

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:07 )
 

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