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Bruno Burdizzo - il capolavoro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 16:58

 

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IL CAPOLAVORO

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007




Lor signori stanno comodi, si? Spero siano a proprio agio in questa umida dimora. Se manca loro qualcosa o se ne hanno di troppo prego si facciano premura di dirmelo e io provvederò a esaudirli nelle mie possibilità con grande scrupolo.
Ho dovuto, capiranno lor signori, vista l'importanza dell'evento, ho dovuto licenziare la servitù perché orecchie indiscrete è meglio non ce ne siano intorno ai nostri affari.
Gentile baronessa Candeipolli se volete tenere la pelliccia, come dite? Candei Colli? scusate baronessa, se volete, dico, tenere la pelliccia, cos'è, ermellino? rat musché? scoiattolo? pitone? se volete tenere la pelliccia fate con comodo che questa casa, baronessa, è vecchia e il riscaldamento va quando va e quando non va non va.
Conte Perdilardo mettetevi a vostro agio. Quella poltrona di damasco di fiandra è un pezzo molto antico, voi sapete che il povero zio così prematuramente scomparso da questa valle di lacrime alla peraltro non tenera età di centosette anni, aveva, voi sapete, quella sua mania delle anticaglie. Quella poltrona è un'opera d'arte, ma vi consiglio, conte, di non agitarvi troppo perché è un po' debole di gamba.
I signori gradiscono un punch al mandarino? un rosolio? una spremuta di melograno? un caffé al bergamotto? fichi d'india sotto spirito? un cinabro? un pinzimonio? un cicchetto d'acero? un bromuro? baronessa, signor conte?
Marchese Palinfrasca, ma che fate in fondo in piedi? Venite a sedervi qui che c'è rimasto il baule con gli stracci dello zio. Le tarme hanno fatto il mestiere loro, ma voi marchese siete magro e non pesate più di un giunco cavo.
E insomma allora, come dice il proverbio, bando al dunque e veniamo alle ciance. Come sapete al mio povero zio Teobaldo Groppa di Valmontone gli è venuto un colpo venerdì mattina. Fulminante. Talmente fulminante che la Marianna l'ha trovato morto stecchito ancora seduto sul pitale. Sembrava dormisse, caro! Quell'espressione che lor signori gli hanno visto, quell'espressione un po' tesa come di chi spinge ma non viene, con rispetto parlando, quell'espressione che lor signori gli hanno visto nella bara non gli fu causata da quello spingere, no, anzi le sue ultime volontà stanno ancora nel pitale morbide e copiose. Gli fu causata, quell'espressione tesa, per una strana meccanica dei nervi quando la Marianna e il becchino si curarono di stenderlo sul letto, manovra niente affatto facile per via del rigor mortis.
Egregio professor Bombarda vi prego con rispetto di lasciar lì di cincischiare quella terracotta di Capodiponte che se casca casca un capitale, grazie, ben gentile.
Come dunque, dicevo, come dunque voi sapete, il caro vecchio zio figli eredi non ne aveva e il testamento se c'era non s'è trovato e quindi è a me che tocca, nella mia medesima qualità di parente prossimo, l'onerosa incompitanza di lapidare le sue preziose proprietà. Cioè che sue furono e adesso per diritto ereditario appartengono a me stesso in persona qui presente e apparterranno a lor signori medesimi se le compreranno levandomi questo peso dalla coscienza. Le cose, come si suol dire, in soldoni stanno così.
Il bene più prezioso, signori, quel che mi piange l'anima staccarmi, il pezzo più raro e unico e tanto unico e raro e prezioso da non avere prezzo, signori, da non avere prezzo, da non avere prezzo e sottolineo da non avere prezzo, signori, la meraviglia che i musei ci invidieranno e per la quale piangeranno lacrime di bramosia il fior fiore dei collezionisti, l'oggetto tanto ambito, sta dietro questa tenda.
Non lo scoprirò signori. Non lo scoprirò prima di avervene narrato le lodi e vantato la storia. Storia e le lodi così come queste stesse orecchie mille e una volta l'hanno ascoltate dalla voce espettorata nelle lunghe veglie del vegliardo zio.
Dunque si mettano comodi quanto più possono, conte Perdilardo, professor Bombarda, marchese Palinfrasca e gentile baronessa Candei Polli che questa non è soltanto un'asta privata tra i più devoti e competenti amici del caro e rimpianto vegliardo, parente mio e amico vostro,  ma è una vera e propria lezione di storia dell'arte che svelerà segreti e miracoli. Io me la son sorbita, signori miei, e adesso, con tutto il rispetto, tocca a voi.
Lacrime di pioggia.
Lacrime di pioggia.
Ebbene si, è di questo che si parla, miei signori. Lacrime di pioggia: olio su tela, centimetri novantasei per ottantaquattro. Lacrime di pioggia. Un'opera senza prezzo, signori, disprezzata. Un'opera alla quale noi, voi signori, siamo qui per dare un valore. Ma come si può valutare un'opera inestimabile?
Lacrime di pioggia appartiene al tardo periodo praghese, il periodo della maturità artistica, il cosiddetto periodo tenebroso di Dieter Van Klausberg.
Come certamente lor signori non sanno Dieter Van Klausberg, nonostante la grande fama che ne fece uno dei più apprezzati artisti del primo novecento, nonostante il successo che lo portò a esporre i suoi capolavori nelle più importanti capitali europee e nelle più prestigiose gallerie d'arte, nonostante tutto il Klausberg, come lor signori certamente non sanno, il Klausberg era di origini popolari. Di umili origini. Proletarie. Non era di nobile famiglia, anzi tutt'altro, signori, questa è una rivelazione di cui sono stato messo a parte io solo dal caro estinto vegliardo zio, il padre di Dieter Van Klausberg faceva il macellaio a Brema e sua madre esercitava il meretricio in un lupanare nei sobborghi di Oldenburg in Bassa Sassonia.
Queste origini più che umili, signori, che lo costrinsero a tracciare i primi schizzi usando rossetti, ombretti e il bistro trafugati alla petineuse della madre, disegnando sulla ruvida carta in cui il padre incartava salsicce, queste origini così ricercatamente volgari nelle opere giovanili, appartenenti al cosiddetto periodo rosa o periodo dell'insaccato peccaminoso o periodo dei budelli, queste origini così concettualmente lontane dai capolavori della maturità del Van Klausberg, tornano, ci sono tutte, appena velate come un rimpianto di nostalgia, come una memoria dimenticata, come un magone, un groppo, un rigurgito di melanconia, nelle lacrime di pioggia. Il suo capolavoro. L'ultima delle sue opere.
Non compare, signori, non compare lacrime di pioggia e non è mai comparso nei cataloghi delle grandi collezioni. Nessun critico d'arte ha avuto modo e agio di posare sguardo e mano su questa meraviglia, su quest'opera impagabile. Altrimenti noi non saremmo qui. Altrimenti non sarebbe qui la tela appena celata al nostro sguardo da questo lieve drappeggio che tra poco andremo a svelare. Sarebbe altrove, al Lourdes, al Guggenheim, alla National Gallery, al Metropolitan. O peggio in una pinacoteca o in un salotto privato di qualche stupido miliardario incompetente.
Se lacrime di pioggia è qui, signori, opera finora sconosciuta di uno dei più grandi artisti del secolo, e adesso tenetevi forte perché sto per farvi una rivelazione strabiliante, se lacrime di pioggia è qui ed è nostra, permettetemi di dire nostra, è per merito, signori, del grande, fraterno, indissolubile legame di amicizia che strinse il povero vecchio zio Teobaldo Groppa di Valmontone con lui, signori, nientemeno che lui stesso medesimo in persona il maestro Dieter Van Klausberg.
Amici fraterni. Fratelli.
Se sapessero lor signori quante volte, quante volte il vegliardo mi raccontò nel respiro pesante di lunghe notti insonni al lume di un frammento di candela nella sua camera ghiaccia, quante volte, mentre tutto il mondo riposava, io qui, al triste capezzale del vegliardo ascoltavo e lui raccontava e raccontava e raccontava e raccontava e non moriva... Quante volte ho sentito la storia di quell'amicizia. Di quella notte nelle trincee del Livenza dopo Caporetto nelle giornate di sbando in cui il tenente colonnello Groppa di Valmontone vagava tra soldati laceri per sentieri pattugliati dai vittoriosi eserciti tedeschi e austriaci.
Dopo l'ultima battaglia a notte fonda veniva giù un'acqua e la trincea era fango e sangue. Imputridivano i feriti tra i cadaveri. Da tempo tacevano le artiglierie e non si sparava più. La pioggia batteva sulla desolazione. Lo zio stava disteso ferito e sfinito sotto il corpo morto di un sergente, tale Amedeo Bindelli di Reggio Emilia, che pesava una tonnellata e aveva un alito, benché morto, che sapeva di ciccioli fritti e cipolle e vino. Assaltati e assaltatori giacevano insieme in un putrido groviglio. Un giovanotto biondo stava raggomitolato con la faccia sprofondata in una pozzanghera. Credendolo morto lo zio gli disse: vuoi levarmi per favore questa baionetta dai coglioni? e lui d'improvviso come svegliato di soprassalto tirò via la faccia dal fango evitando così una sicura morte per affogamento. Si guardarono. Il biondino era un caporale austroungarico magro come un chiodo. Levami di dosso il Bindelli, crucco, disse lo zio, che non riesco a respirare. Tirando e spingendo riuscirono a ribaltare il corpaccione e i due nemici, sopravissuti a una delle più tragiche battaglie della Grande Guerra, si alzarono in piedi sotto la pioggia in quella merda di corpi e fango.
Capirono di essere gli unici sopravvissuti sulle rive del Livenza in quel tragico ottobre del 1916. Capirono che ciascuno di loro era vivo grazie all'aiuto del nemico. Sarebbero morti entrambi, ignominiosamente, non caduto eroicamente in battaglia il primo, ma annegato in una pozza, e soffocato il secondo dall'alito pesante di un morto ammazzato. Si abbracciarono e piansero in quella desolazione. Lacrime e pioggia.
Il biondo teutonico, signori miei, era Dieter Van Klausberg.
Mi scusino, signori, se mi soffio il naso, mi scusino, ma al rivivere, al rivivere raccontando, al rivivere quelle sensazioni, al rivivere le parole spezzate del vecchio rantolante, al rivivere il racconto di quel miracolo, ancora e sempre un groppo di commozione mi soffoca e mi confonde.
C'è, signori, quel fango di trincea. C'è quella pioggia battente. C'è la mota del Livenza, c'è l'autunno della disfatta, ci sono le lacrime, c'è la pioggia e c'è l'abbraccio del nemico. È tutto qui, signori, celato dalla tenda, immortalato per noi, per i posteri a imperitura memoria, sulla tela di lacrime di pioggia.
Ma... non c'è solo questo. La guerra signora baronessa, la guerra egregio marchese, la guerra signor conte, la guerra professore, la guerra non poteva che tornare a separare per lunghi anni i due nemici amici, il caporale tedesco cresciuto nei sobborghi di Brema, figlio di una puttana e di uno scannabuoi, dal giovane tenete colonnello d'artiglieria di origini nobili, il caro zio Teobaldo di Valmontone. Due esistenze simmetriche unite dal fango e divise dalla guerra. Lunghi anni passarono.
Lunghi anni in cui, continuando in quella divergente simmetria, l'uno, il figlio della puttana e del macellaio, si riscattava dalle sue miserie grazie all'arte, al miracolo dei pennelli e dei colori, e diventava un artista, un grande artista, tra Amburgo, Monaco, Vienna, Parigi, Berlino e Praga. E l'altro, il nobile Teobaldo Groppa di Valmontone, tornato nella casa avita, l'altro signori miei che voi ben conoscete cominciava a incamminarsi con passo barcollante e incerto lungo il viale del tramonto.
Erano tempi amari per la famiglia dei Valmontone. Tempi di declino. Io appartengo a un ramo secco, signori miei, della famiglia. Più ai Groppa, se così si può dire, che ai Valmontone. Un ramo distaccato già da tempi remoti in cui mio nonno e il padre dello zio suo fratello ebbero a questionare per faccende di terreni mai chiarite. Mio nonno si dovette allontanare rinnegato e diseredato con tutta la figliolanza e fu così che mio padre si trovò a fare il carbonaio ferroviere a Piovarolo. Sposò poi la vedova di un carrettiere dei Ghiaioni e mi diede alla luce (lei la vedova, non lui il ferroviere) nel salmastro delle paludi tra i gamberi molli e le mucillaggini.
Il caro zio, intanto, qui nella villa dei Valmontone, si consumava preso dal demone del gioco d'azzardo abusando delle fornite cantine fino a stordirsi, dilapidando la sua fortuna e il buon nome della sua nostra famiglia.
Ebbene si, signori, loro capiranno quanto doloroso sia per me il racconto del declino e delle miserie dell'ultimo dei familiari. Mio padre morì tra i Ghiaioni, mia madre abbattuta dal dolore ci lasciò alcuni anni dopo, altri parenti non ne avevo e il caro zio rimase per me l'ultima spiaggia. Lo trovai qui vecchio, sfatto, sporco e ubriaco tra i rottami e i cenci di una nobiltà tramontata.
Avrei voluto tacere, signori, mi ero fatto scrupolo di edulcorare questa parte del racconto, ma la foga del raccontare e l'emozione mi hanno preso la mano e il cuore. Ora, signori, mi tocca confessare. Anzi voglio confessare. Voglio che sappiano, signori miei, voglio che sappiano lor signori perché son giunto infine alla dolorosa scelta di separarmi dai miei beni, da ciò che rimane della mia famiglia e soprattutto dalla mia ultima preziosa inestimabile proprietà: lacrime di pioggia. Non mi resta che debiti da pagare, signori, un'ipoteca sulla casa che già non è più mia, quel baule di stracci, una poltrona sbilenca e un orrendo pescatore di Capodiponte che professore potete cincischiare quanto vi pare tanto non vale un soldo bucato.
E lacrime di pioggia. Soltanto lacrime di pioggia.
Quando lo zio si rifugiò a Praga per sfuggire certi creditori esosi si ritrovò una sera ubriaco di birra a spingere sul tavolo verde di una taverna di Malastrana le ultime monete, un orologio d'argento e un paio di molari d'oro che si era fatto strappare da un cavadenti di borgata. Di fronte a lui sedeva un signore calvo in giacca grigia, cravatta di seta, monocolo e bastone da passeggio. Giocarono. E vinse. Vinse il calvo, voglio dire, naturalmente. Ma dopo avere intascato monete, orologio e denti, dopo essersi alzato, mentre si infilava i guanti, il calvo non poté fare a meno di fissare per un attimo lo sguardo attonito dello sconfitto. Vide qualcosa in fondo a quello sguardo vuoto. Domandò: tu italiano, si? Come chiamare tu?
Tra i singulti lo zio mormorò con voce rotta il suo nome: Teobaldo... Groppa... di Val... montone. Il calvo lasciò cadere il monocolo, lasciò cadere il bastone e fu preso da un irrefrenabile rigurgito di pianto. Il maestro Dieter Van Klausberg aveva riconosciuto il suo mai dimenticato miglior nemico di trincea. L'uomo che decenni prima l'aveva salvato dall'annegamento nel fango del Livenza mentre lui lo salvava dal soffocamento traendolo di sotto un sergente morto ammazzato.
C'è tutto, signori. C'è tutto, in lacrime di pioggia. C'è quella taverna di Malastrana, c'è la pioggia sulla Moldava, c'è l'ombra dei lampioni tra le statue del Ponte Carlo nella nebbia, c'è la musica di un violino di strada, c'è la frusta di un vetturino, c'è lo sferragliare dell'ultimo tram, c'è il camminare stretto, avvolto nei mantelli, dei due nemici ritrovati, c'è la notte di Praga. C'è tutto. C'è tutto nelle pennellate bagnate, commosse, che il maestro lasciò piovere sulla tela in quell'attico in San Venceslao.
Il maestro, signori, tolse mio zio dalla strada. Lo asciugò risanandolo dal troppo vino che aveva assorbito. Fece fronte ai suoi debiti più onerosi. Gli procurò un usufrutto a vita in questa villa ipotecata. Gli salvò la vita un'altra volta e soprattutto, soprattutto, soprattutto gli dedicò il suo capolavoro, l'ultimo che avrebbe mai dipinto. Lacrime di pioggia.
Fu così che il mio povero vecchio zio poté tornare qui a invecchiare mentre il maestro invecchiava per conto suo tra gli ombrelli, i selciati lucidi, le grondaie e le nebbie di Praga. Fino a morirne non molto tempo dopo.
Questa è la storia del capolavoro che si cela dietro la tenda alle mie spalle. Non avevo previsto, signor conte, marchese, professore, signora baronessa, non avrei mai pensato che rivivere nel racconto queste emozioni, questi ricordi dell'estinto vegliardo mi avrebbero ispirato tanta nostalgia e tanto dolore. Tanta nostalgia, signori, e tanto dolore, tanto che mentre raccontavo maturava in me una consapevolezza nuova.
Non scoprirò il dipinto.
Signori, non lo vedranno.
E soprattutto non l'avranno mai. Per quanto riguarda lor signori il quadro potrebbe non esistere, potrebbe non essere stato mai dipinto, potrebbe essere un falso, potrei averlo dipinto io stesso con le mie mani e io stesso potrei avere inventata questa triste storia.
Baronessa Candei Polli potete alzare le vostre riverite chiappe, marchese Palinfrasca i miei ossequi, conte Perdilardo non fatevi pena se non riuscite a scalzare il vostro onorato fondoschiena dal damasco di fiandra della poltrona, potete andarvene con la sedia e tutto, professore quel coccio, visto che tanto vi piace cincischiarci, potete tenervelo, e adesso abbiate la compiacenza di portare le vostre inutilità fuori di qui.
Io per conto mio finirò a dormire sui marciapiedi, mi troveranno morto in un fosso, ma mai e per nulla al mondo mai mi separerò dal capolavoro che mi appartiene e che finirà con me, dimenticato in qualche discarica di immondizie.
Perdonate il tempo che vi ho fatto perdere.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:08 )
 

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