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Alessandra Gallo - quel che resta del sapiens PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 16:45

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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QUEL CHE RESTA DEL SAPIENS

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 11 febbraio 2007




Pensare è ciò che ci rende diversi dagli animali. Così ci ha insegnato oggi a scuola la professoressa di scienze. Aveva addosso una camicia bianca a quadri verdi, un tailleur verde, un paio di stivali bianchi, una borsa bianca, una sciarpa verde chiaro e orecchini bianchi e verdi. Ho pensato che gli animali magari sono diversi da noi perché non pensano, ma di sicuro anche perché hanno più fantasia nei colori.
- Homo sapiens - ha detto la professoressa togliendosi gli occhiali e guardandoci tutti.
Silenzio.
- Homo sapiens sapiens - ha ripetuto. Tanto per farcelo entrare meglio nella zucca.
Ancora silenzio. A un certo punto io mi sono messo a ridere da solo e la maestra ha stretto le labbra e ha aggrottato le sopracciglia, poi visto che non riuscivo a smettere di ridere mi ha sbattuto fuori con la bidella. Già. Ma il problema non è tanto il fatto di pensare, credo. Il problema è “cosa” pensare. E forse anche “chi” pensa “cosa”.
Prendi per esempio Rosita, quella del primo banco. Chissà che cosa le passa in quel cervello di gallina. Già è difficile capire se sta parlando con te. Lei muove le labbra e tu la ascolti, ma non puoi fare a meno di guardarle gli occhi, uno che punta a destra in alto, uno in basso a sinistra. Oggi all’intervallo mentre attaccavo il cicles sotto il banco mi è venuta vicino e ha cominciato a parlare. Mi sono guardato intorno, ma non c’era nessun altro, erano già tutti in corridoio a giocare a calcio con le palline di carta.
- “Gooool” - sentivo Federico urlare, e la voce della bidella che gli correva dietro isterica. E Rosita che continuava a muovere le labbra.
Ma sì, sta parlando con me, mi sono detto allora, dopotutto eravamo rimasti solo io e lei, in classe. Solo che ormai mi ero già perso metà del discorso, oltre che della partita. Oh, beh, poco importa, tanto dice solo fesserie. Quel che non mi è così chiaro, comunque, è come mai con Rosita alla fine si riesce lo stesso a riprendere il filo di quello che dice. Come con le puntate di Beautiful che guarda mia madre, che anche se ne perde una ventina fa niente.
- Ma Ridge non era già sposato con Brooke? - le ho chiesto oggi a pranzo, mentre mi scaccolavo e buttavo le palline per terra di nascosto.
- Sì, ma poi è tornata Taylor e lui era già sposato con lei.
- Ma Taylor non era morta?
- Due volte - ha detto lei, portandomi un fazzoletto di carta. Ne ha sempre una scatola vicino, quando guarda Beautiful. Così può piangere in pace, dice.
Io però avevo finito di mangiare e mi stavo annoiando perché nella puntata di oggi non c’era nessuno che faceva sesso e allora me ne sono andato di là in camera a giocare alla play.
C’è un gioco troppo figo che più fai cose tremende e più fai punti. Ieri per esempio ho cucinato il cane del vicino e sono passato di livello. L’unica cosa che mi rompe è che poi la sera arriva papà e si strofina le mani tutto contento e mi dice:
- Allora, Marco, giochiamo un po’ insieme a battaglia navale prima di cena?
E io sorrido tutto contento e gli dico:
- Forte! - anche se per tutto il tempo sto lì a pensare a cosa devo fare della sorellina del compagno di classe del mio personaggio del gioco, che porta l’apparecchio per i denti. Se riesco a riempirle la custodia di cacca di gatto secondo me faccio cinquecento punti in un colpo solo.
E poi, dopo cena, ce ne andiamo tutti di là in sala a guardare la tv, come al solito. Stasera c’è il Grande Fratello. Il Grande Fratello mi piace una cifra perché c’è sempre qualcuno che parla male di qualcun altro. E la cosa più bella è che lo sanno tutti che c’è la telecamera, però poi quando qualcuno è stato nominato e arriva il momento di chiudere il televoto e viene fuori che uno se ne deve andare, sono tutti lì che piangono e si abbracciano e sono tristi perché quello lì era proprio simpatico e, davvero, avrebbero preferito che fosse toccato a loro piuttosto che a lui.
Un po’ come al funerale dello zio Giuseppe, domenica scorsa.
Comunque, se ho capito bene il discorso di oggi della prof., io sarei un homo sapiens. Anzi, sapiens sapiens. Però dell’uomo di Cro-Magnon mi è rimasta la mandibola sporgente. Ma tanto quando cresco me la faccio limare. Dell’uomo di Neanderthal credo che prenderò i peli, dato che basta guardare papà. Anche mamma però, mica scherza. Vabbé, al massimo mi faccio la ceretta sui pettorali, come Costantino di Uomini e Donne. Quello sì che è un grande.
- Mamma, fa male la ceretta? - le chiedo, durante la pubblicità.
- All’inizio sì, ma poi ti abitui. Perché?
Alzo le spalle.
- Posso farmi un piercing al sopracciglio?
- Un che?
- Un piercing. Un orecchino.
- Si chiama orecchino, mica sopracciglino - dice mio padre, fregandosi il maglione con la mano aperta per pulirsi dalle pellicine dei pistacchi. Ha sgranocchiato per tutto il tempo della prova settimanale. L’homo ruminantis.
I ragazzi per la prova questa settimana dovevano imparare a memoria tutte le regioni d’Italia e tutti i capoluoghi di provincia in ordine alfabetico, ma non ce l’hanno fatta, hanno perso metà del budget settimanale per la spesa. Che bestie. Perfino Rosita ci sarebbe riuscita. Quella studia come una demente. Ma quello che non capisce è che tanto brutta è e brutta rimane e quindi nella vita sarà sempre e solo una sfigata.
Papà ride della sua battutona e gli va di traverso un pistacchio, così mi tocca alzarmi e andargli a prendere un bicchiere d’acqua, e mi perdo Aldo Giovanni e Giacomo e la zia rincoglionita che mette il cd sul grammofono, che mi fa troppo ridere. Quando torno di là è già finita.
Ogni tanto penso che la vita fa schifo.
Ma quando sono grande gli faccio vedere io a tutti quanti.
Quando sono grande faccio l’opinionista, come Sgarbi. Oppure come Platinette, ma senza la parrucca bionda. E poi mi compro la moto, e la barca a vela, e l’orologio che va anche sott’acqua. Magari tiro di coca, ma solo ogni tanto, che non voglio prendere il vizio e poi mi viene la faccia di plastica col sorriso stampato.
E poi, quando sono diventato un vips, faccio i provini per l’Isola dei Famosi. Ma solo se lo fa anche Paris Hilton, che è bellissima e vorrei che fosse lei la mia ragazza. Mica come Rosita, che mi regala sempre le carte di Yu-Gi-Oh!. Quella ci spera, ma non esiste. Neanche se fossimo gli ultimi due sull’isola mi ci metterei insieme. Mi sganciasse almeno le carte forti. Invece quelle forti se le prende sempre Francesco, e a me restano solo le fetecchie. Lei mi viene sempre vicino all’intervallo, e si fruga nella tasca, tira fuori un mazzo sfigatissimo tutto sporco di nutella e mi dice:
- Quale vuoi?
Anche domani lo farà. Io allora mi guarderò intorno, ma gli altri compagni saranno tutti troppo lontani. Sì, sta parlando con me, penserò. E allora la fisserò nell’occhio destro che va per aria e le dirò:
- Ce l’hai il drago a tre teste?
- No - mi risponderà - l’ha presa Francesco prima. Però mi ha dato il polpettone inglobatore in cambio. Lo vuoi?
Il mio sguardo allora si concentrerà sull’occhio sinistro di Rosita, che starà fissando il pavimento.
- No, - le risponderò, secco - perché ti sei fatta fregare come sempre - le dirò - stronza di una strabica.
E sarò talmente arrabbiato che nel pomeriggio quando tornerò a casa manderò quattrocento sms. Per sbattere Federico fuori dalla casa, che è un ignorante e ha fatto perdere la prova ai ragazzi del Grande Fratello. E quando arriverà papà gli dirò che ho finito la ricarica del cellulare e anche che se vuole ci gioca da solo, a battaglia navale, che a me la battaglia navale mi fa cagare e che io devo continuare il mio gioco alla play e trovare il modo di far saltare il garage nella stazione di polizia.
Secondo me ci faccio mille e trecento punti in una botta, con quello.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:09 )
 

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