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Osvaldo Gaiotto - alle undici precise PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 15:32

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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ALLE UNDICI PRECISE

di Osvaldo Gaiotto
Cascina  Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




“Buongiorno: il comandante Maroni e il suo equipaggio desiderano darvi il benvenuto a bordo e fornirvi alcune notizie sul nostro volo. Decolleremo tra qualche minuto. L’arrivo è previsto a Torino-Caselle in orario alle 9.15. Il tempo a Torino è sereno, la temperatura al suolo, 21 gradi centigradi. Durante il volo incontreremo alcune aree di turbolenza. Siete perciò pregati di mantenere le cinture di sicurezza allacciate. Grazie e buon volo!”

Ada, insolitamente in bianco, si sfregava le braccia, scossa da invisibili fremiti della pelle.
Né l’annuncio in inglese, né le dimostrazioni su come indossare il salvagente, riuscirono a scuoterla dal suo immaginarsi Raimondo. Il Roma-Torino lo conosceva come il condominio del Laurentino in cui viveva da 10 anni. Le solite facce… manager, politici, uomini d’affari dediti per lo più, testa china sul loro portatile, a rivedere l’ultima presentazione in Power Point.
Ogni settimana rincontrava quelle facce, quando si recava allo studio pubblicitario che aveva dato corpo alla bella anima della sua Carmencita.
Preferiva Roma per quel senso di perenne vacanza che ci respiri, ma le piazze, i viali e i caffè storici di Torino le erano entrati pian piano nelle scarpe, durante le tranquille passeggiate sotto i portici.
Viaggiava leggera, con scarso bagaglio, vestiva casual un po’ per attitudine, un po’ per praticità.
Raimondo… se lo immaginava, cercava di immaginarselo tra un banco di nuvole e l’altro… magro o grasso? Forse magro… sì, più probabile… biondo… No. Biondo no. Castano… sì un italiano castano medio, insomma.
Lo sguardo perso, fuori del finestrino, non si era accorta né delle case diventate punteggiature di rosso su una tela verde, né delle onde del mare in burrasca, increspate, ora chiare e spumeggianti, ora scure e tenebrose, né delle nuvole  dense e fuligginose da togliere il respiro.

Raimondo, 45 anni, lo aveva conosciuto su una chat line. C’erano finiti entrambi per curiosità. Perciò, avevano deciso di scriversi su carta, come due vecchi amici.
Il loro regolare, mensile epistolario andava avanti da diversi anni, senza che nessuno di loro avesse mai desiderato altro che immaginare le immagini, sentire i suoni evocati dallo scritto. Non erano amanti, non erano amici, neppure conoscenti.
Il mutare della scrittura, della sua forma, a volte larga e distesa come un deserto, a volte incomprensibile, indecifrabile, incerta, frettolosa, svelava i loro umori mai confessati, mai raccontati.
La carta, rossa, verde, blu o grigia anticipava, fin dalla buca delle lettere, il contenuto e accresceva ancor più la voglia di lacerare quella busta per immergersi nel mistero dei segni.
Leggevano sempre ad alta voce, cercando di immaginare l’altro o l’altra, Raimondo o Ada, di fronte a sé a raccontare le proprie emozioni.
Ada descriveva le nuove avventure di Carmencita, con lo stesso orgoglio con cui avrebbe parlato di sua figlia. Raimondo le parlava delle incursioni delle talpe che scopriva tra una buca e l’altra in quelle interminabili partite di golf. Ada si infervorava per il clima impazzito, Raimondo ne leniva la rabbia e l’ardore rendendola partecipe dei suoi sogni più intimi.
Ada non aveva mai chiesto di incontrarlo né Raimondo aveva mai lasciato intendere di volere da lei altro che non fosse il cuore. Tuttavia l’ultima lettera di Raimondo, color rosso papavero, terminava con una precisa richiesta, l’unica mai espressa in quegli anni.
“Per favore, vieni a Torino, giovedì 26 aprile. Ci troviamo da Mulassano, che tu conosci bene, alle 11 precise.” Chiudeva con un abbraccio.
Mai una foto o una descrizione fisica, mai ascoltata, neppure al telefono, la voce l’uno dell’altra.

“Sarò vestita di bianco”, diceva  la lettera, decorata con un giglio bianco, che Ada gli fece avere.
Aveva scartato il nero, troppo usuale, il verde andava bene per gli alberi, il rosso fin troppo passionale, il blu eccessivamente professionale… il bianco forse troppo lindo….
Frugò nel guardaroba; per l’incontro voleva qualcosa che sentisse suo per il profumo, per il ricordo di averlo portato… le scarpe bianche per il matrimonio di sua sorella Rita, il tailleur, e lo scialle vaporoso che le nascondeva parzialmente le ampie spalle da regina. Infine gli orecchini madreperlacei, ricordo della giovinezza di sua madre.

Un sobbalzo, un altro, una serie di scosse sempre più rapide, sempre più intense come su una strada sterrata… infine uno spazio vuoto, una caduta senza fine, la inchiodarono sul seggiolino 14A del Roma-Torino. Lo stomaco le saltò in bocca, si sentì schiacciata contro la cintura, i manager della fila davanti a lei, incautamente con le cinture slacciate, presero a muoversi come un’onda  sollevandosi dal loro seggiolino.
Del caffè che intendeva sorseggiare le rimase, schiacciato tra le dita contratte, il bicchierino di plastica, mentre quel liquido profumato, color crema era schizzato  fin sulla cappelliera, per ricadere in infinite e minute goccioline sullo scialle, sul tailleur, sulle scarpe, sul viso, sulle labbra…
Accidenti! Accidenti! Non gliene importava nulla del rimborso della compagnia. Doveva trovare un nuovo vestito! Le restava poco tempo. “Piazza San Carlo!”, urlò al taxista. Si precipitò in una delle tante boutique di Via Roma. La sua secca e decisa richiesta di un abito bianco incontrò però soltanto laconici e gentili cenni di diniego.
Vagò per tutte le boutique, niente… Colori, colori… ricordò la sua felicità, sull’Airbus 320, sfogliando Vogue, nell’osservare le collezioni primavera, estate di Versace, Missoni, Valentino, simili a una tavolozza di colori di Van Gogh; in quel caleidoscopio scomposto il bianco non era contemplato.

Rosalba. Rosalba Sposa! Vicino alla stazione. Ce la poteva fare. Entrò. Da un rapido sguardo alla vetrina, intuì che anche la moda sposa risentiva del diktat degli stilisti.
Fu davvero un caso che l’unico abito bianco da sposa disponibile fosse della sua taglia. Non indossò il velo, tralasciò lo strascico e lasciò i vestiti macchiati di caffè alla esterrefatta commessa.
Uscì, percorse i portici di Via Roma di corsa. Chi si scansava, chi la osservava stupito, chi batteva le mani: Ada correva e correva immersa nel fiume di un ardore così intenso da incendiarle i veli trasparenti dell’abito da sposa. Rallentò ansimante, quando fu in galleria. Mancavano pochi passi. Si tenne il cuore con le mani sul petto, come a nascondere la vibrazione del velo sotto l’incalzare del cuore. Riprese a camminare con passi lenti, lunghi e felpati. Entrò nel piccolo locale, affollato di impiegati alla ricerca di un break. Si guardò intorno, poi rivolse uno sguardo alla cassiera, che conosceva molto bene.
La signora le rivolse un sorriso, incerta per un attimo sulla sua identità, poi spostò la sua attenzione al signore che appoggiato al banco, stava sorseggiando acqua di seltz.
“Posso offrirti un caffè, Ada? ” mormorò Raimondo. Nella tasca della giacca blu diplomatico due biglietti per il Costarica.

Questa è la fine, per ora…

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:09 )
 

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