Home Archivio News-Eventi Maria Teresa Amore - il coraggio di Romeo
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Maria Teresa Amore - il coraggio di Romeo PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 15:23

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

IL CORAGGIO DI ROMEO

di Maria Teresa Amore
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




Romeo era un bellissimo cane pastore. Questo nome non gli era stato dato subito. Quando, appena nato, faceva parte di una numerosa cucciolata e la sua identità si confondeva nell’apparente omologazione con gli altri fratelli, lo avevano chiamato Bobby, a dimostrazione di una fantasia che trovava riscontro nella semplicità nata dalla necessità di un riconoscimento formale immediato per lasciare spazio, poi, a una identificazione futura, forse meno banale.

Crescendo, però, il nostro eroe rivelò subito caratteristiche fisiche e intellettuali decisamente originali. Intendiamoci, non era tanto la sua prestanza fisica a facilitargli i rapporti sociali, quanto un’aria svagata, perennemente accompagnata da una naturale predisposizione a uscire dai confini del quotidiano, per elevarsi verso mete ben più meritevoli di attenzione, anche se il suo naturale intimismo non era dovuto a un atteggiamento snobistico nei confronti degli altri. Anzi, era sempre disponibile a tornare alla concretezza ogniqualvolta era strettamente necessaria. Ma sembrava sempre in procinto di volar via.

Diviso quasi subito dai suoi fratelli, fu adottato da una famiglia che abitava in un bellissimo villaggio situato in cima a una monte dal quale era facile spaziare, da una parte, su una valle aperta che, quando era inondata dal sole, invitava a immergersi nei suoi colori, e, dall’altra, su una pineta che si dilatava verso l’alto fino a raggiungere una struttura rocciosa imponente, variegata nella sua composizione, le cui punte estreme si assotigliavano al punto da sembrare, da lontano, una sorta di stalagmiti strappate alle grotte più profonde per essere promosse a testimonianza del potere della natura. Colpite dal sole, s’incendiavano di rosso sbandierando la libera scelta tra l’oscurità e la luce.

Il nome Romeo gli fu assegnato più tardi quando, più grandicello, attirava un’attenzione costante da parte delle persone ma, soprattutto, delle cagnette che lo incrociavano, spesso non casualmente, lungo la strada piuttosto che in un cortile o lungo i sentieri che si dipanavano intorno al vllaggio e che lo accompagnavano durante la ricerca di una sua dimensione. Non si accorgeva, perciò, dei lunghi, teneri, sguardi che lo seguivano quando i ripetuti, e non casuali incontri con le ”signorine”, avrebbero potuto arricchire le sue passeggiate solitarie. Lui, però, rispondeva cortesemente con un sorriso tanto dolce quanto omologato nella sua espressività. Furono, appunto, i ragazzi della famiglia che lo aveva scelto che, vuoi per la bellezza delle sue fattezze, vuoi per quel codazzo frequente cui dava vita, senza alcun segno di corrispondenza, ogni volta che usciva per le sue passeggiate, ad appioppargli affettuosamente quel nome, freschi dello studio recente della tragedia scespiriana che aveva cantato l’amore infelice portandolo alle estreme conseguenze.

“Romeo, Romeo, sei tu il mio Romeo” gli dissero ridendo, la prima volta che si accorsero di quell’interesse costante che risvegliava nel gentil sesso. Da quel giorno incarnò, per tutti, il mito dell’amore impossibile. Lui, svagato, svampito, chiuso nel suo mondo, non si accorse di nulla e accettò di buon grado il nome.
Un giorno qualcosa cambiò.

Quel giorno di festa, il sole era particolarmente acceso e il caldo estivo non risparmiava neppure la privilegiata posizione ambientale del villaggio di Romeo. Si celebravano i festeggiamenti per il Santo Patrono, che diventavano occasione per partecipare tutti insieme all’esternazione dei buoni sentimenti e della convivenza piacevole con le persone che, da sempre, facevano parte dello stessa comunità. A mezzogiorno in punto tutti uscirono dalle loro case, muniti di fagotti e fagottini pieni di cibi vari ben avvolti in tovagliame colorato chiuso con grandi fiocchi, per sottolineare e ribadire le antiche tradizioni. Donne e uomini indossavano i loro abiti della festa, rispettosi dei costumi del luogo, conservati gelosamente, durante tutto l’anno, nelle cassepanche di legno profumato. Venivano, poi, esibiti, in un rito di reciproco riconoscimento, durante la celebrazione della ricorrenza.

Seguito dal corteo delle ammiratrici silenziose, ma anche dai maschi che seguivano a loro volta le femmine con un atteggiamento un po’ ostile e, forse, non privo d’invidia nei suoi confronti, Romeo procedeva verso il luogo d’incontro, con l’animo sereno di chi, cercate le risposte al senso della vita e non avendole ancora trovate, aspetta fiducioso che qualche segnale improvviso lo conduca verso la rivelazione.

Pennellate di farfalle in volo dipingevano il cielo, i canti degli uomini e delle donne accompagnavano la salita verso il bosco dove le distese dei cespugli di mirtilli sembravano piccoli punti di un tappeto ricamato dagli dei e gli alberi intorno sorridevano nel godere del riconoscimento della loro funzione di accoglienza.

Il sole era alto, accecante e caldissimo. Tutti si rifugiarono sotto gli alberi al confine della pineta e, dopo aver sciolto i nodi che proteggevano gli alimenti tipici della cucina locale, si sedettero o si sdraiarono sul morbido spessore degli aghi di pino. Le formiche, silenziose, invisibili e pazienti, attendevano di partecipare al lauto banchetto.

Gli uomini accendevano i fuochi per cucinare la carne, le donne distribuivano le vettovaglie e tutti attendevano i profumi delle prime bistecche che stavano raggiungendo il punto di cottura ideale.

Romeo guardava la valle. Si era trovato un posticino piacevole, situato un po’ più in alto rispetto al centro di raccolta e, ogni tanto, con la testa tra le zampe in posizione rilassata, controllava con espressione attenta e affettuosa i movimenti dei suoi padroncini. Folate di odori di carne che cuoceva sulla brace lo raggiungevano e stimolavano il suo appetito, distogliendolo per un poco dal suo solito estraniarsi.
D’un tratto sollevò la testa, poi si alzò sulle zampe anteriori, il suo sguardo divenne attento e il suo raffinatissimo odorato gli mandò un messaggio.

“Sento puzza di bruciato!” pensò, mentre distingueva, tra i tipici odori della carne aggredita dal fuoco, un odore di bruciato più dolce e più acre allo stesso tempo: un misto tra il profumo di aghi di pino quando iniziano a bruciare e l’odore di fumo che, prima di trasformarsi in una soffocante aggressione alle vie respiratorie, riproduce un ingannevole ricordo della piacevole, domestica fragranza dei ceppi che si consumano nei caminetti di pietra nelle fredde serate invernali e che rendono il Natale ineguagliabile se vissuto al caldo, mentre si segue il movimento delle scintille che danzano al suono dello scoppiettio prodotto dai ciocchi che, lentamente, si spengono.

Romeo ormai in piedi, aveva capito. La sua indolente tensione verso la contemplazione e l’esclusiva elaborazione del pensiero, scomparvero in un attimo e, stranamente, sentì salire alla superficie stimoli sconosciuti. Il senso del pericolo era ormai fortissimo e risvegliava in lui i sensi che, fino ad allora, aveva stemperato in una passiva e deliziosa sensazione di benessere appagato. Come se la sua funzione non avesse trovato altro sbocco se non nell’essere amato.

Veloce come un fulmine, si lanciò verso l’odore che diventava sempre più manifesto. Cominciò ad abbaiare disperatamente, ma il suono era coperto dai canti che sembravano divenuti anche più forti, come se volessero superare le barriere terrestri e penetrare nell’azzurro del cielo per raggiungere i confini della conoscenza, per ringraziare Dio della momentanea felicità.

Romeo era ormai abbastanza vicino al fuoco. Penetrò tra gli alberi e il suo istinto lo spinse a entrare nel folto. Ora le lingue di fuoco erano più visibili e lui cominciò ad abbaiare disperatamente. Laggiù, sdraiato sotto un albero in una posizione innaturale, riconobbe Francesco, uno dei suoi due padroncini e, poco più in là, Pietro, il più giovane, nella stessa posizione. Il fuoco era vicinissimo. Continuò ad abbaiare per attirare l’attenzione, ma non tornò indietro. Andare a cercare aiuto gli avrebbe fatto perdere tempo. Corse verso Pietro, il più vicino al fuoco, azzannò l’orlo dei pantaloni e cominciò a tirare. Stranamente il tappeto di aghi di pino, non ancora aggrediti dalle fiamme, facilitò il trasporto, rendendo scivoloso il terreno. Ogni tanto si fermava e abbaiava.

Pietro aprì gli occhi, tossì e cominciò a rendersi conto della situazione. Si trascinò verso il prato, chiamando aiuto.

Romeo tornò indietro. Il calore era diventato insopportabile e Francesco era completamente privo di sensi. Tentò di muoverlo, di trasportarlo come aveva fatto con Pietro, ma una radice affiorante dal terreno gli rese più complicato il salvataggio. Tornò nuovamente indietro, abbaiò ancora. Il suo abbaiare era disperato. L’albero vicino a quello dove stava ancora Francesco era ormai in fiamme e lui stesso faceva fatica a respirare, ma niente l’avrebbe persuaso a rinunciare. Tirò, tirò disperatamente e senti che il corpo un po’ si muoveva. Gli girò intorno e, dando le spalle al fuoco, lo spinse con le zampe, con la testa, con tutto il suo peso. Il terreno, dopo alcuni metri, iniziava la discesa e Romeo lo fece rotolare lungo il pendio, ma il fuoco aveva ormai raggiunto la sua coda. Un’ultima spinta e pochi metri gli permisero di assicurarsi che, laggiù, un po’ più lontano, qualcuno stava accorrendo. Ma fu l’ultima cosa che vide. Sfinito, dolorante, soffocato, sentì che le forze lo abbandonavano e tutto, intorno a lui, si spense in un tranquillo, silenzioso ritorno al grembo materno.

 



5x100
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:10 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare