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Lucia Gaiotto - una vecchia automobile gialla PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 15:19

 

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UNA VECCHIA AUTOMOBILE GIALLA

di Lucia Gaiotto
Cascina  Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




Profumavano di sole, quelle lenzuola. Immersa nel cotone tiepido, Elisa percepiva come una carezza incandescente che le scottava i capelli: dormiva ancora, ma i sensi avevano incominciato a risvegliarsi lentamente. Stropicciata nella maglia troppo grande, Elisa aprì con cautela gli occhi blu fumo. Oltre la finestra, solo il cielo stirato con cura.
Elisa mosse un piede, liberandolo dai grovigli notturni del cotone. Intontita dal sonno incespicò ancora un attimo fra le lenzuola, poi si alzò di scatto, sommersa da una massa di capelli bollenti.
Il pavimento di bambù era caldo, un caldo calmo: rimase su quel tepore per un po’, con gli occhi chiusi accecati dal sole. Aveva dormito troppo, era già pomeriggio inoltrato. Decise di uscire, di buttarsi un po’ d’aria addosso e di vedere se faceva effetto.
Diede un’occhiata agli spartiti sparpagliati per terra, fra tazzine bianche marmorizzate dal tè, bicchieri colorati di succo d’arancia e carte rosse di cioccolatini; spartiti seminascosti da indumenti sporchi, messi lì a coprire qualche nota troppo difficile da cantare.
Si guardò allo specchio, con addosso solo quella maglia rossa. La sfilò, rimanendo in mutande. Cercò in un mucchio di vestiti quello che si era appena immaginata addosso: una gonna di un arancio sottile e una camicia di seta lucida. Rovesciò poi la testa avanti e indietro, per un paio di volte: non li pettinava mai, quei capelli lisci e perfetti senza bisogno di alcun pettine.
Poi, prima di uscire, guardò fuori dalla finestra: accoccolata vicino al marciapiede addormentato c’era una vecchia automobile, gialla. Mai vista prima. Elisa gettò un’occhiata al suo monolocale in disordine, smarrita. Strano, davvero strano. Non che tenesse il conto di tutte le automobili che passavano, che si fermavano. Ma quella lì, quella particolare automobile dipinta di crema, sembrava appartenere a quell’angolo di strada da sempre. A guardarla bene, pareva che non si fosse mai mossa da lì, eppure, la sera prima non c’era. Ma chi, poi, poteva andare in giro con una macchina del genere? Sembrava uscita dai cartoni animati, così panciuta e impolverata, così trascurata.
Un rumore di passi proveniente dalle scale della palazzina fece trasalire Elisa. Prese gli occhiali e, senza più guardarsi indietro, uscì.
Appena si ritrovò per strada, però, non riuscì a trattenersi dal guardarla: quella macchina aveva qualcosa di strano, qualcosa che stonava con le aiuole ben potate delle casette a schiera lì intorno, qualcosa che la incuriosiva e la inquietava insieme.
Avvicinandosi a quell’intrusa della quiete di periferia, Elisa la osservò meglio. Sembrava proprio abbandonata. I finestrini scuri, opachi di polvere, parevano inchiodati da sempre in quella posizione, custodi del loro segreto. Di quell’auto ingrossata a furia di polvere, infatti, si vedeva solo l’esterno: una barriera invalicabile di sporcizia non permetteva alcuno sguardo indagatore sui tesori sepolti in quello scrigno dorato.
Elisa diede un ultimo sguardo alla macchina, poi alzò la testa verso il sole e iniziò ad allontanarsi da casa, facendo risuonare il silenzio estivo dei suoi tacchi bianchi.
Alla fermata dell’autobus c’era un solo ragazzo probabilmente diretto in centro, come lei, per incontrare qualcuno, o magari solo per vedere qulacun’altro che s’incontrava.
Stava in piedi, a farsi bruciare la pelle nell’unica zona che sfuggiva all’ombra dei tigli e del loro profumo. Ai suoi piedi, cinque borse della spesa traboccanti, rigonfie di qualcosa cui il ragazzo non smetteva di gettare sguardi ansiosi.
Era alto e aveva le braccia brunite dal sole. Chissà se profumavano come la melassa dolce e appiccicosa che sua nonna faceva colare sui budini prima di farglieli mangiare… No, il ragazzo profumava di qualcos’altro. Era un odore fresco, di ghiaccio sottile e pulito. Sapeva di buono. I capelli biondi, invece, erano stati travolti da una furia caotica che glieli aveva sparpagliati di luce. Anche i jeans che portava non erano propriamente in ordine: sdruciti in più punti, macchiati di terra e di verde, sembravano nati addosso a quelle gambe.
Elisa gli si avvicinò. Il ragazzo si voltò verso di lei per la prima volta e la inghiottì tutto a un tratto nel suo sguardo verde, polveroso. Elisa gli sfiorò i jeans con un po’ della sua gonna, cercò un contatto con il silenzio. Nessuno dei due disse una parola ed Elisa trattenne il respiro. Quando arrivò il pullman, seguito dalla sua frenata di vetro, il ragazzo aspettò. Aspettò che Elisa salisse per prima, che timbrasse il biglietto, che scegliesse un posto tra i tanti liberi, e poi, finalmente, salì anche lui. La guardò ancora una volta, di nascosto, ma lei si accorse di quello sguardo rubato. Se ne accorse e ci affogò dentro.

Tre giorni dopo la macchina era ancora lì, incastonata in quel grigio scuro di catrame. Elisa entrava e usciva di casa come sempre e, ogni volta, posava lo sguardo su quel giallo color crema ormai parte del paesaggio di periferia. Quella macchina era diventata un’ossessione.
Ci pensava sempre, e per far posto a quel pensiero aveva smesso di preoccuparsi di tutto il resto. Anche perché, per qualche strana ragione, quella macchina e il ragazzo con gli occhi verdi erano misteriosamente collegati. Dal giorno in cui l’aveva incontrato alla fermata dell’autobus, infatti, l’aveva visto recarsi alla macchina ogni mattina, infilarcisi dentro e uscirne carico di borse e sacchetti rigonfi di mistero.
Elisa lo osservava quando gli passava davanti, ma anche di nascosto, dalla finestra: lo guardava entrare e uscire dall’automobile, lo guardava caricare e scaricare borse scatole e sacchetti, lo guardava prendere il pullman e sparire, chissà dove.
E così, giorno dopo giorno, notte dopo notte, lo osservava da lontano chiedendosi quale fosse il suo segreto. Era ormai arrivata al punto di sognarne gli occhi: immaginava infatti di affogare in un mare di polvere verde, come se qualcuno avesse sminuzzato migliaia di smeraldi e ce l’avesse buttata dentro, a quel deserto verde.
Quando arrivava alla sera, mentre lei stava apparecchiando la tavola, ne sentiva subito il profumo fresco arrivare dalla finestra aperta. Lo osservava senza mai scendere a parlargli, senza mai chiedergli chi fosse, da dove venisse, cosa ci fosse in quell’auto. Evitava di parlargli, imbarazzata.

Poi, venne il giorno della fiera. Ogni anno, verso giugno, nella sua città si teneva sempre una fiera di erbe e piante aromatiche. Elisa adorava perdersi nel caos delle tante bancarelle sparse sotto i portici, nelle piazze. Adorava farsi avvolgere da tutti quei profumi mischiati insieme e distinguerli l’uno dall’altro, dipanandone gli aromi. Adorava identificare le melissa, grazie a quel sentore di limone che le arrivava prima ancora sulla pelle che nel naso. Adorava immergere le mani tra i semi di cumino. Adorava chiedersi se la curcuma sarebbe andata bene con il suo risotto all’ananas. Perciò, ogni anno, lasciava tutti i suoi pensieri chiusi in casa e partiva alla caccia di erbe aromatiche.
Quel giorno era decisa a non pensare più né alla macchina né al ragazzo, ma a chiudere gli occhi e a lasciarsi guidare dai profumi. E, mentre camminava tra le bancarelle, si accorse che un profumo fresco, di ghiaccio dolce e luminoso, un profumo che conosceva bene, le stava penetrando dentro. Elisa alzò gli occhi: davanti a lei c’era una bancarella enorme, priva di spazi liberi. Poggiavano infatti su di essa decine e decine di piante di menta in vaso: menta con foglie talmente scure da sembrare coperte da colate di tempera; menta dalle foglioline tenere e minute, timide nello svelare il loro profumo lievemente acidulo; menta che ripuliva l’aria tutto intorno con il suo respiro.
Dietro a tutte quelle foglie, Elisa scorse delle braccia caramellate che le svelarono uno sguardo più e più volte sognato: uno sguardo vorticoso, pieno di polvere di smeraldo. Uno sguardo tanto vorticoso da poterci affogare dentro.
“Buongiorno! Le andrebbe del tè? Lo preparo con la mia menta…”
Elisa non rispose. Stupita, continuò a guardarlo.
Lo sguardo del ragazzo s’illuminò. “Ma noi ci conosciamo già! Ci siamo incontrati alla fermata pochi giorni fa, ricorda? E ho anche posteggiato la mia serra vicino a casa sua.”
Elisa sgranò gli occhi. “Come, scusi? La sua serra?”
Una risata, limpida, schiarì il vortice negli occhi del ragazzo. “Ma certo, scusi! Si sarà chiesta cosa ci faceva una macchina così distrutta parcheggiata là sotto. Vede, io, in macchina, ci coltivo la menta. In questo periodo di fiere vado in giro di città in città, e portarmi dietro la mia serra itinerante è l’unico modo che ho per potermi prendere comunque cura delle mie piantine. Poi, finita la stagione delle fiere, torno su in collina, dove abito.”
Elisa spalancò gli occhi con un sorriso. Guardò ancora una volta il ragazzo negli occhi, questa volta senza bisogno di nascondersi dietro a una finestra.
Poi, il ragazzo le porse un bicchiere fumante: “Allora, che ne dice di un po’del mio tè?”

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:10 )
 

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