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Gian Maria Vinci - questo è il mio testamento PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 15:11

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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QUESTO È IL MIO TESTAMENTO

di Gian Maria Vinci
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




Appoggiato al ciglio di terra scrutavo nel buio e ricercavo il segnale che avvertiva del possibile avvicinarsi di qualcuno. Nello stesso momento, come bocche di vulcano, i pezzi di artiglieria illuminarono a sprazzi la notte.
Nonostante la buona cena non ero né contento né rilassato, in una trincea di prima linea è difficile essere rilassati, la maschera della tensione induriva i lineamenti del mio viso.
Poco dietro di me una piazzola ben protetta era destinata alla sezione di comando.
Le solite voci sommesse si interruppero, una visita inattesa. Una voce ferma dal timbro presuntuoso affermava: “Pittoreschi questi italiani con una padella in testa mezzo nascosta da lunghe penne di corvo, ma chi sono?”
“My Lord, sono un corpo di élite dell’esercito del Re d’Italia”
“Re d’Italia?”
“Si, My Lord, il Savoia”
“Quello tutto azzurro dell’Assicurazione Reale Mutua?”
Il Lord continuò: “Sono proprio originali, ghette bianche, pantaloni e giubba nera con una padella piena di penne in testa, sembrano dei corbacci.”
L’attendente indico al suo Lord la strada per il ritorno, allontanando dalle nostre orecchie le cazzate… le considerazioni del comandante inglese che con quelle buffe maniche sembrava un clown.
Volendo dire la verità, dal giorno dello sbarco l’unica fatica sopportata era stata quella di alzare il fondo della trincea, perché chi l’aveva scavata era più alto della media di noi e non riuscivamo a vedere fuori, davanti a noi. Per il resto, un’estenuante attesa del nemico che, distante poche centinaia di metri, non si decideva a fare l’eroe al comando dell’Attila di turno. Le giornate passavano monotone, prendevi il sole, scrivevi a casa, ti preparavi da mangiare, bevevi del nero caffè, rispettavi i turni di guardia.
Questa guerra in Crimea era proprio una cosa tranquilla, in tutto e per tutto, potevi persino andare nel bosco - che so, a guardare i glicini in fiore - l’unico fastidio i brevi, ma violenti, piovaschi. Ti sporcavano irrimediabilmente le bianche ghette. Come avremmo potuto sfilare trionfalmente così mal ridotti dalle avversità climatiche e non dallo scontro in battaglia?
Un rumore di zoccoli sulle tavole di legno del pavimento della piazzola di comando ci fece fremere. Un portaordini inglese consegnava un foglio di carta rossa all’attendente del nostro generale. Il foglio di carta rossa accompagnato dall’attendente sparì nell’alloggio ufficiali.
Negli occhi della truppa si poteva leggere l’ansia di sapere quale destino era stato scelto per loro: avrebbero intrapreso la strada per l’inferno, un assalto all’arma bianca, o avrebbero imboccato la strada per il paradiso, un rapido rientro in Italia?
Dopo circa quaranta minuti di consiglio si aprì la porta degli alloggi ufficiali. I componenti dell’alto comando italiano si schierarono e il portavoce del generale ci disse: “Soldati, il comando interforze ha deciso che la nostra unità si trasferisca immediatamente, quindi senza indugio, alla retroguardia dello schieramento alleato e ponga in atto tutte le strategie necessarie a impedire un possibile attacco alle terga dell’esercito appena schierato.”
Ci guardammo l’un l’altro, un punto interrogativo campeggiava nei nostri sguardi: come fanno a prenderci alle spalle? Ma la truppa non deve porsi domande di natura strategica.
Così, rotte le righe, iniziammo ad affardellare lo zaino, pronti alla marcia forzata per raggiungere la retroguardia.
In estate, dopo le fiere, all’ombra delle frasche, quali storie avremmo raccontato ai giovani ansiosi di sapere delle nostre gesta eroiche nella campagna militare in terra straniera?
Al momento i pensieri erano altri, si marciava da dodici ore, la gola sempre più secca, i piedi sempre più doloranti.
Il mattino ci vide giungere al limite di una pianura in fondo alla quale sventolavano vessilli e bandiere. Tra noi e i vessilli migliaia di soldati: cavalleggeri, dragoni, artiglieri, chi più ne ha più ne metta. Prima di giungere là in fondo sarebbe passato tanto tempo, quindi non solo la nostra mente si rilassò, ma tutto il corpo ne trasse sollievo.
Dopo un paio d’ore sentimmo suonare trombe e rullare tamburi. La cavalleria si era lanciata contro il nemico. Il nostro generale, vedendo che si trattava di una brigata leggera, scrisse le sue opinioni al clown che dirigeva le operazioni e ordinò di consegnare il suo scritto al comando di prima linea.
L’attendente doveva scegliere il nominativo del soldato, aprì l’elenco dei nomi. Una farfalla si posò sul mio nome, Mario Guastatatela. L’attendente, pensando di rispettare il fato, mi chiamò e mi consegnò lo scritto del generale.
Prima di allontanarmi gli diedi una lettera per i miei, dopo di che mi diressi verso le prime file dello schieramento.
La brigata leggera di cavalleria compì il miracolo.
Di lì a poco i bersaglieri rientrarono in Italia.
L’attendente dimenticò il mio scritto in una cartella zeppa di rapporti, cartella che non toccò fino al giorno in cui lo storico del reggimento lo mandò a chiamare per avere informazioni sulla storica battaglia.
L’attendente, nel frattempo diventato colonnello, si ricordò della cartella, ormai vecchia anch’essa.
Indossò la sua migliore divisa, pettinò accuratamente i bianchi capelli e si diresse all’appuntamento.
Sceso in strada chiamò un taxi, una vecchia automobile gialla lo accolse e traballando lo accompagnò al comando del reggimento. Il vecchio colonnello, sceso dalla vettura, fu preso da una forte emozione. Lì aveva trascorso la sua vita. Il cuore non resse e si accasciò al suolo. Dalla vecchia cartella cadde sul marciapiede un biglietto che così iniziava: “Mi chiamo Mario Guastatatela e questo è il mio testamento. In occasione di quella che a me sembra la mia prima morte, ecc., ecc., ecc.”

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:11 )
 

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