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Florian Lasne - bouche-a-oreille PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 15:07

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
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BOUCHE-A-OREILLE

di Florian Lasne
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




È proprio entrato senza rumore. E non ho chiesto niente io. Stavo bene, da solo, in silenzio. Nel mio buio silenzio. Si, qua è abbastanza buio. È quasi tutto buio. Piccolo, nero, sporco, stretto, sofferto, chiuso, basso, muto, ruvido, freddo. Triste buio.
Beh, c’è il buco là un po’ a sinistra, in alto dei miei occhi scavati, sbarrati. Un rettangolino, scavato, sbarrato. Là si c’è altro che buio! Non mi ricordo bene che cos’è. Loro lo chiamano luce, sole, raggio, aria fresca, che ne so?
È proprio entrato di là, da questo rettangolino sbarrato, diventato televisivo dalla sua intrusione.
“Oh! vattene, vattene subito maledetto”.
Non si è mosso di un pelo: statua interrogativa.
“O se no, rimani per il poco d’eternità che devo attendere qui. Resti con me per qualche vita. Un attimo solo. Un attimo di montagna o di cielo. Stai con me come oceano, come respiro nuovo.”
E non si è mosso. Reso immobile dal mio sguardo da morto in attesa di vita, pietrificato.
“Ascoltami per un poco. Ti devo parlare, ho sempre dovuto parlarti, raccontarti, sorriderti. Ho voluto.”
Ma niente, cosa poteva uscirmi di bocca: tempeste, esplosioni, torrenti? Allora ho taciuto, c’era troppo da dire per un orecchio solo, anche fossero due. Ho chiuso i pugni e ho sparso sangue sul muro. Un mio modo di dipingere.
Mi son messo a ballare, senza fermarmi come se un vento pazzo m’avesse preso per le spalle e scosso da tutte le parte. Mi sono stancato, apposta. Sudato, estenuato, pronto:
“Io voglio, voglio, ma non so dire. Non so dire. Tutto, è sempre troppo.”
Perché poi, chi vuole dar retta a un orecchio solo. Roba da matti. Un orecchio solitario ti appare nel canale luminoso della tua stupida cella e io dovrei, dire. Dire tutto, anche se è troppo. E perché? Perché l’ho sempre desiderato, avere un ascoltatore? Bene, ma ne vale la pena?
Devi proprio mangiarti tutta la mia merda, tu orecchio del non so?
“Non ci credete, eh?”
Lo so, pare assurdo, ma è così. Una mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasione di un orecchio tranquillamente sdraiato sull’infimo davanzale del mio spiraglio. Cosa ci faccio io? Prima esito… non oso… e poi… poi gli parlo! Tutto d’un flusso senza fermarmi, scarico una valanga di parole in accelerazione, svuoto tutto il sacco di una mia vita, sprigiono la voce di una troppa lunga astinenza, rinchiusa dentro un corpo rinchiuso, finché… lo sento… russare.
“Hai mai visto una cosa del genere, un orecchio che s’addormenta mentre gli parli?”
Beh, direi di sì, anzi spesso. Solo che in generale intorno all’orecchio c’è anche una persona che, di solito, non dorme. Una persona qualsiasi che si è messo su off come essere, e su funzione automatica come oggetto umano. Allora ti risponde anche, ma l’orecchio, lui, dorme. Ed è molto spiacevole, ma in generale te ne accorgi solo sensorialmente e non subito e spontaneamente, allora lasci fare e forse anche tu accendi l’automatico.
Ma qua, nella mia cella, lo vedo bene, anzi lo sento che quest’orecchio intruso si è annoiato. E ripeto, non gli ho chiesto di venire, allora perché si fa beffe di me sfrontatamente?
Mi sono arrabbiato proprio tanto, da farlo diventare rosso e caldo.
“Che cazzo sei venuto a fare qua se non te ne frega delle mie storie, non è un posto molto attraente per venire a passare una vacanza o rubare un po’ di sole?”
Ma lui non dice niente, si raggrinza, vergognoso sicuramente.
“Vattene, non c’è niente da fare qua, a parte ascoltarmi. O te ne vai o ti taglio a pezzi. Ok?”
Si solleva un po’ e dopo tante esitazioni:
“Scusa… scusa se mi sono addormentato, è solo che ho fatto un lungo viaggio e poi …. sccc… aspetta, c’è qualcuno che arriva… no niente, è passato… beh guarda, a me piacerebbe chiacchierare un po’ ma, vedi, io sono un orecchio, e a dire il vero non avrei il diritto di parlarti, non è nelle mie funzioni legali, non dirlo a nessuno. Ho imparato da una mia collega e infatti saresti gentile se accettassi di far venire anche lei qui. Siamo una bella squadra, le ho insegnato ad ascoltare e ho imparato da lei la parola. Ma proprio per questo siamo ricercati, in fuga. Ecco, sai tutto.”
Certo sono rimasto un po’ sconcertato. Non è che tutti i giorni sei in presenza di un fuggitivo. Ho accettato di accogliere anche la collega: una bocca. Formavano il binomio ricercato “Bouche-à-oreille”, pericolosissimo nella divulgazione in alta velocità Adsl di qualsiasi tipo d’informazione.
“Cosa siete venuti a fare? Cosa volete da me? Perché me? Come vi posso aiutare chiuso qua dentro?”
“Non te preoccupe, abbiamo già pianificato tutto, sarà abbastanza semplice, un po’ doloroso forse, ma poi con un po’ di pazienza tutto si dovrebbe risolvere.”
Sembravano ben determinati ‘sti due. Io non è che c’ho capito tutto subito. Mi proponevano un piano delicato e complesso, ma con grande probabilità di successo. In sostanza, mi facevano uscire in cambio di qualcosa di mio. Ho ripetuto più volte che non possedevo niente, che con tutto il cuore avrei dato qualcosa, ma che dopo 13 anni rinchiuso non ho fatto grandi affari. Le mie ricchezze erano ben tristi e solitarie, come il loro padrone.
“Non te preoccupe, sappiamo che qualcosa ce lo puoi dare o per lo meno lo puoi dare a quest’affare. E’ per il tuo bene, anche se c’è il rischio che faccia un po’ male. Poi con il tuo piccolo dono o piuttosto sacrificio, puoi salvare tre esseri. Dai, ci perderai così poco: un po’ di sudore e qualche grammo in meno.”
Alla fine, mi avevano convinto. Prima di essere stato messo in questo buco chiuso, ho sempre lavorato senza riposo, con tutte le mie energie. Allora anche se non avevo fatto esercizi da un po’, potevo cavarmela, sudare e perdere qualche grammo.
“Ci sto!” ho detto.
“Hai fatto bene. Adesso, raccontami tutta la tua vita, i tuoi amori, le tue delusioni, sacrifici, piaceri, scontri, amicizie, guerre… Io sono qua per ascoltare tutto, questo è nella mia funzione legale e voglio usarla al meglio delle mie possibilità.”
Questo era il piano del mio collaboratore orecchio, mentre la bocca dall’altra parte della cella sembrava essere caduta nel profondo sonno.
“Beh, però, non potremo piuttosto parlare del piano per farmi uscire, perché mi preme abbastanza dopo tutto questo tempo?”
“Non te preoccupe, questo fa parte delle cose che ci puoi dare: informazioni. Può sempre servire. E a te non costa niente, almeno per questa parte del dono.”
“Bon ok, voilà je suis né en France, j’ai eu une enfance difficile. A 13 ans j’ai tué mes parents adoptifs parce qu’ils ne cessaient pas de me battre, et après j’ai fui en Italie. Da allora sono stato un fuggitivo, un po’ come voi, ero sempre in agguato per paura di farmi prendere e rinchiudere. Ed è proprio ciò che è successo, la prima persona di cui mi sono fidato mi ha tradito, la bastard… aaaahhhhhhh”
La bocca che fingeva di dormire mi è appena saltata in faccia con i denti ben affilati e mi ha mozzato l’orecchio destro.
“Cosa state facendo, cazzo, io sto qua come un cretino a darvi retta e appena mi lascio andare mi fate a pezzi, bastardi che non siete altrmmm… mmmm… mmmm!!!??? MMMMM!!!!!”

Quando mi sono svegliato, ho visto solo sangue, disperso in tutto la cella, bel quadro devo dire, della seria “rouge”.
“Oh allora, cosa aspetti stupido, hai finito di dormire pigrone?”
Qualcuno parlava nella mia bocca e il suono di questa voce risuonava strano. Mai sentito una voce in questo modo.
“Ti svegli amico, noi abbiamo fatto la nostra parte di lavoro, tocca a te adesso.”
“Ma dove siete bordel, non vi vedo?”
“Prendi il pezzo di specchio nell’angolo della cella e guardati.”
Feci proprio cosi, e quando mi guardai fui assai sorpreso.
“Chi cazzo sono io?”
 “Diciamo che sei un po’ te un po’ noi. Te l’avevamo detto che avrebbe fatto un po’ male, ma adesso è quasi tutto risolto. Hai un nuovo orecchio e una nuova bocca, nessuno più ti può riconoscere. Dunque non sei più quell’uomo in prigione, sei un errore, ti devono fare uscire. Hai capito?”
Rimasi un po’ stupito, ma mi ripresi assai velocemente. Chiamai la guardia, che incredula, esterrefatta, scappò via. Dopo pochi minuti arrivò il direttore del carcere. Abbiamo chiacchierato. Ho fatto una scena terribile, spiegando che trovavo inaccettabile rinchiudere delle persone innocenti. Di prenderle nel sonno e portarle qua. Si profuse in scuse, anche se non capiva bene cosa potesse essere successo. Ma fu costretto a lasciarmi andare via.
Una volta uscito:
“Bel colpo amici, ci siamo riusciti!”
Però non conoscevo bene il mondo fuori. Era cambiato in questi 13 anni. Mi sembrava di essere un visitatore inatteso in questo mondo. Camminai per lunghe ore senza capirne i codici. Tutti, e tutto era come calcolato, fabbricato, funzionale. Camminai ancora e ancora, ma niente da fare, anche con la grande esperienza dei miei partner “Bouche-à-oreille”, non riuscivo a intendermi di queste forme umane chiacchierando sul nulla o su onde predefinite.
Allora decisi di arzigogolare, sognare, giocare. Mi misi a camminare sulle mani. Certo non andrò veloce, ma non userò più scarpe.
Vedrò il mondo al contrario, sarà sicuramente più comico.
Non ci perderò sicuramente niente, messo giusto non è divertente.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:11 )
 

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