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Enzo Pesante - al mio papà clown PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 15:04

 

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AL MIO PAPÀ CLOWN

di Enzo Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007





Sei molto buffoso! Mi fai ridere ridere. Sei proprio frittato con quel naso tutto arrossato. Sei proprio un papà proprio ridirelloso. Sei proprio un pagliaccio che mi fai ridere ridere e piangere di ridere ridere.
Quando piangi tu nello spettacolo, con la fontana dagli occhi, che bagni tutto il pubblico che grida e si nasconde, che io lo so già che tu bagni tutti e mi apro l’ombrello, allora io mi rido già da prima che tu piangi con la fontana dagli occhi.
E anche quando con la pompetta fai la pipì addosso al pubblico, che io lo so già che è solo tè alla menta che te lo prepara la mamma il pomeriggio e per questo io chiudo l’ombrello e mi riempio il bicchiere e lo bevo, che il pubblico mi guarda strano e io dico: “Tanto è la pipì del mio papà!”
Che anche io certe volte quando era piccola, che il mio papà clown mi baciava la farfallina e io una volta gli ho pisciato in bocca! Però non era tè alla menta! Pipì santa, mi diceva paparino e rideva rideva e io ero contenta di fare la pagliaccia che lui rideva e allora giù con la piscia, che poi lui tutto rosso ha smesso di ridere e sputava sputava e io allora mi sono messa a piangere e piangevo piangevo e poi di colpo mi è venuto il buio negli occhi e… buona notte!
Che a me non mi piace la notte perché la notte mi viene la faccia triste del mio papà, che certe volte lo guardo senza che ha il naso arrossato e gli occhi, invece di essere all’insù, sono all’ingiù e anche la faccia è all’ingiù e anche le spalle e tutto è all’ingiù, che a me verrebbe voglia di fargli il solletico per farlo ridere e farlo tornare tutto all’insù.
Però, per fortuna, nel sonno mi viene il sogno della ballerina che nello spettacolo di papà vola via con la mongolfiera, che però la ballerina sono io che cado giù dall’alto sulla terra senza paracadute, tanto il mio papà mi acchiappa al volo proprio in quel momento. E infatti proprio in quel momento mi sveglio e mi ritrovo nelle braccia di papà che ride, e io che rido. Che allora forse non era un sogno, ma la verità. Lo giuro, giuro, giurin giuretto, che se dico bugie cado dal letto, se ne dico tante mi cadono le mutande, se ne dico quattro mi muore il gatto, se dico la verità mi bacia il mio papà! E infatti… era la verità e così mentre papà mi bacia rido rido che mi viene di nuovo la piscia!
Che però piscia è una parola sporca che non si deve dire! Io le parole sporche che non si devono dire le conosco tutte! Culo, ad esempio, non si deve dire perché è sporco di… merda, che è un’altra parola sporca che poi con culo ci sta bene insieme. Come dice mio papà, ci sta come culo e camicia, che però io non l’ho mai capito cosa c’entra il culo con la camicia! Invece culo e merda… è bellissimo!
Però quando mi rido di più è quando nello spettacolo, perepé, il mio papà suona la tromba che mentre spinge l’aria dalla bocca che si gonfia la faccia per lo sforzo, si gonfiano anche i pantaloni dietro, prrr, ed esce tutto quel fumo bianco puzzolente che il direttore del circo che è cattivo cattivo annusa e sviene e allora gli altri clown con la sirena ambulante, nino-nino, lo mettono sulla barella solo che inciampano e, pum, cade la barella che il direttore cattivo cattivo del circo sbatte la testa e muore e, mapim mapum, c’è la scena del funerale che tutti ridono contro quel cattivo con i baffoni e gli dicono contro: ”Così impari, cattivo che non sei altro, vai nell’oltre la tomba!” Che però a un certo punto di colpo il morto apre il primo occhio e poi il secondo occhio e si tira su e fa il vocione di oltre la tomba e dice: “Ah ah ah, sono venuto a prendervi per portarvi con me oltre la tomba!” e tutti i clown svengono e finisce la scena in un amen.
Amen.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:11 )
 

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