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Elisabetta Pesante - eccola! PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 15:00

 

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ECCOLA!

di Elisabetta Pesante
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




Eccola! È là, fra il pubblico, la mia piccola musa ispiratrice. Sorride, sembra felice. Forse si sta divertendo. È vicino alla sua mamma. Sembrano due fiori appena sbocciati, i fiori del mio giardino! Eccola, la mia piccola bambina ingenua, che ride davanti alle novità del mondo. È bellissima nel suo vestitino giallo, sembra un’enorme meringa. Mi guarda, ride di me. Del suo papà-clown.
Può sembrare un mestiere sciocco, ma l’ho scelto perché nulla mi dà più felicità e soddisfazione nel vedere quei bambini che mi guardano e mi ammirano. La mia massima gioia è vedere la gioia sul viso incantato dei bambini. E sapere che una piccola parte di quella felicità è merito mio.
Certo, probabilmente questo è quello che pensa ogni clown, ma c’è anche un altro motivo che mi spinge a fare questa vita. Un motivo più profondo, più cupo: fare il clown mi permette di nascondermi. Quando mi travesto con quel naso grosso, i larghi pantaloni a strisce e il trucco sul viso, divento qualcun altro. Non sono più io, ma sono il clown e mi posso occultare dietro questa maschera. Mi serve per dimenticare, per dimenticare il mio passato più lontano. Per dimenticare la mia infanzia distrutta da un padre assente e da una madre che amava un po’ troppo l’alcol e che mi trattava come se fossi un servo. Mi ricordo ancora alcune volte in cui aveva le sue crisi di astinenza, quando i servizi sanitari la obbligavano a non bere e alla fine, quando non ce la faceva più, mi mandava a prendere i profumi e se li beveva pur di ubriacarsi.
Alla fine me ne andai: mi portarono in un orfanotrofio terribile, dove essendo il nuovo arrivato venivo maltrattato da quelli più grandi. Il ricordo mi torna in mente più spesso di quanto non voglia ed è per questo che cerco di essere un padre e un marito presente. Per evitare che la mia esperienza si ripeta.
Ma la mia vita non è sempre così cupa e triste. Infatti so anche essere felice e la mia felicità raggiunge il culmine quando nello spettacolo inizia il numero finale e la ballerina sale sulla mongolfiera e vola via lontana verso il cielo infinito.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:12 )
 

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