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Carmen Bonino - un vento di nome Attila PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 14:47

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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UN VENTO DI NOME ATTILA

di Carmen Bonino
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007





    Certi vini… certi vini sono come gli uomini.
    Così pensava Marta facendo roteare quello Zibibbo di Pantelleria dentro il calice di cristallo.
    La prima volta che glielo avevano proposto aveva storto il naso: i bianchi dolci non li sopportava: vino finto, vino da “figa”, per palati abituati alla Coca Cola che improvvisamente sentivano l’urgenza di diventare adulti. Quel passito, però, possedeva un mistero già nel nome :YRMS tre consonanti e mezzo, difficile da pronunciare.
    “Nome dei primi abitanti di quel pezzo di Sicilia dove viene prodotto. Navigatori, guerrieri fenici, scopritori di terre da possedere” le disse il suo amico intenditore nel mescerlo: “Fidati, non si tratta di uno Zibibbo qualunque.” Lei aveva superato la diffidenza e facendo danzare quell’oro liquido nel bicchiere l’aveva avvicinato per sentirne l’aroma. Il vino girava velando il cristallo di una trama traslucida, disegnando ricami cangianti ed evanescenti. L’aroma la raggiunse stupendola: profumo di zagara, di mandorle, di sole, di mare, dolce e al tempo stesso forte. Lo portò alle labbra e un’esplosione di sensazioni la travolse: al gusto non era affatto dolce come si aspettava, era gentile, delicato, pieno e deciso; lo teneva in bocca per capire e lì lo avrebbe voluto lasciare in eterno, facendolo girare finche diventasse la sua saliva… Si insinuò per la sua gola riempiendola di sé e subito lo rimpianse e ne prese ancora, sembrava leggero, scendeva fresco e sicuro, la sua amabilità vinse l’ultima ritrosia, lei si lasciò andare e i suoi fumi esplosero nella mente prima che nello stomaco… di là avvampò e si tuffò per raggiungerle le gambe, le mani; ogni angolo del suo corpo ne fu invaso e lei fu in suo potere per sempre: quel vino diventò la sua passione.

    Certi uomini… certi uomini sono come i vini. Marta portò il calice alle labbra e la memoria l’avvolse nel suo manto ruvido e caldo.
    Prendeva il caffè ogni mattina nel solito bar prima di entrare in ufficio: un’abitudine di anni, compiuta in automatico, senza badare al resto dei frequentatori né al cameriere che glielo porgeva, immersa nei pensieri. La ripetitività di gesti e azioni erano rassicuranti: la preservavano dalle emozioni, dai sobbalzi del cuore.
    I sobbalzi del suo cuore erano stati la sua disgrazia: la fonte di ogni sua sofferenza: quando lo aveva lasciato fare, il suo cuore era diventato un cavallo impazzito che la portava per sentieri scoscesi, per vie senza uscita, salite ripide, irte di rovi e infine la disarcionava e lei restava tramortita in preda ai rimpianti.
    Meglio, molto meglio tenerlo fermo quel cuore matto.

    Quella mattina capì che nulla avrebbe potuto tener chiuso il portone della scuderia nel momento stesso in cui la sua mano aprì la porta del bar, avrebbe voluto fuggire, allontanarsi da quella inquietante vibrazione che la percorreva, ma non lo fece.
    E non rimpianse mai di non averlo fatto.

    Sentì il suo sguardo nella nuca e invece di voltarsi lo cercò nello specchio. Occhi tanto neri che a confronto il buio diventa luce, scuri come finestre chiuse a proteggere dal sole d’agosto mediterraneo e per un istante… quel sipario si aprì, si aprì e lei intravide la sua anima e… le fiamme dell’inferno.
    Non dissero nulla eppure si dissero tutto, lei uscì e tornò ogni mattina e ogni volta lui era lì a continuare il racconto di sé, a chiederle di lei, a sapere di lei cose che neppure lei sapeva: un terzo grado senza parole, senza coercizione, un interrogatorio muto e senza verità nascoste perché lui per un attimo lasciava che lei guardasse la sua anima e quelle fiamme erano il fuoco in cui Marta avrebbe voluto entrare e consumarsi.
    Quel giorno Marta entrò nel bar al pomeriggio, dopo il lavoro, lui era là, e lei lo sapeva. Per tutto il giorno l’aveva sentito, non come un comando, non come una preghiera, non come seduzione, non sarebbe andata se fosse stato così, era un richiamo: il richiamo di un’altra anima alla sua.
    Questa volta si sedette, non troppo vicino al tavolino dove lui l’aspettava sorseggiando una birra; quando lui la guardò lo fece attraverso il bicchiere, quasi temesse di vederla svanire guardandola direttamente. Marta chinò il capo, non timidamente, ma presa dall’emozione e quando lui si alzò per raggiungerla  le porte del recinto del suo cuore erano già spalancate e il suo cavallo pazzo correva libero e ingovernabile.
    Lui la sommerse di parole e il suono della sua voce rimbalzava nelle sue orecchie e a lei pareva di ascoltare suoni di arpa, corde pizzicate da divinità di un Olimpo di cui lei era regina. Quella musica meravigliosa non le permetteva di cogliere il significato delle parole, ma che importanza aveva? Poteva una parola possedere più significato di quella musica celeste?

    Quando lui prese la sua mano il mondo si arrestò per un attimo e lei pensò di morire, lui le scostò i capelli dal viso e le sussurrò qualcosa all’orecchio, il mondo riprese a girare ed erano in auto, lui guidava con una mano e con l’altra la frugava e non c’era nulla di sconveniente in quel gesto: la sua mano cercava una conferma della sua presenza, la sua mano la conosceva e la riconosceva.
    Marta non poté attendere che l’auto si fermasse, la sua bocca lo cercava, le sue mani risalivano il suo corpo ed era pervasa dall’odore di lui che aggrediva i recettori della sua mente inebriandola, infuocando i suoi pensieri, mescolandosi col proprio odore e creando una mistura stregata che ammaliava entrambi.
    L’auto finalmente finì la sua corsa. Lui fu nudo in un attimo, cercò di aiutarla a spogliarsi e i loro gesti si intrecciarono in una danza ridicola, violenta e inutile giacché nulla li separava davvero, nulla si frapponeva al loro incontro. La seta della sua camicetta divenne lenzuolo, l’abitacolo dell’auto si estese e fu alcova .
    Lui fu in lei… lui fu lei.
    Come uno scultore che cerchi la sua opera nel marmo il suo scalpello incise anni di solitudine stratificati sulla pelle di Marta. Le sue mani la carezzavano e a ogni passaggio lei si trasformava e si scopriva in nuove forme che le rimandavano una immagine di sé di cui si compiaceva e si innamorava. Fu piena di gratitudine e lo ricambiò divenendo spiaggia per accogliere i suoi flutti e terra per spandere le sue radici e cielo in cui lui si perdesse. Le sue mani erano acqua sulla pelle riarsa di lui e la sua bocca che lo cercava per tenerselo per sempre dispensava balsamo vivificante sulle energie di lui.
    Il gioco sembrava dovesse durare all’infinito tanto morirono per rinascere. Entrambi lasciandosi consumare da quel fuoco inestinguibile dal quale si lasciavano divorare per divampare ancora… e ancora e ancora.

    Certi vini… certi uomini… questo vino… questo uomo. Marta riprese il calice e finì di bere il suo nettare.
    Il suo nome? Già… il nome… certo lui glielo aveva detto, ma lei non lo aveva sentito, persa com’era nella musica della sua voce, però nella sua mente lo aveva chiamato e lo chiamava ancora Attila. Il vento della devastazione e della ricostruzione.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:13 )
 

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