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Bruno Burdizzo - il poeta e il mendicante PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 14:43

 

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IL POETA E IL MENDICANTE

di Bruno Burdizzo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




Prima dell'alba mi sembra che il mare si fermi. E si ferma anche il vento. Guarda laggiù, a oriente, si ferma la notte per un lungo respiro, prima che il grande fuoco compaia a incendiare le onde. Non sembra anche a te che la volta stellata sia immobile?
Non che l'abbia mai vista muoversi, durante la notte, ma nelle lunghe ore, tenendo d'occhio la testa d'albero, hai una netta sensazione di movimento. La cintura d'Orione, Cassiopea, la Grande Orsa, le Pleiadi sembrano sfiorare quello straccio di mutanda che abbiamo appeso a bandiera segnavento. Soprattutto in queste notti di bonaccia, quando la tela pende inerte e lo scafo giace immobile, soprattutto in queste notti di bonaccia ti senti viaggiare. Quanto più stai fermo, tanto più ti senti andare. Insieme al mondo, incontro al cielo ti senti andare. Insieme alla notte ti senti andare.
Ma in questo istante, in questo istante breve che precede il sorgere del sole, distintamente ti accorgi che tutto si ferma. Il cielo rischiara, il sole indugia, le ultime stelle attendono un segnale. Gli abissi sotto il fermo velo dell'oceano sono immobili come ambra verde azzurra, come giada, e i leviatani, le piovre, i branchi degli squali, non muovono pinna o tentacolo. Non vibrano antenne i gamberi microscopici, giacciono i merletti di medusa, i dorsi di murena, le frange di madrepora, i drappeggi degli anemoni...
Poi, aspetta un attimo ancora. Ecco, adesso, il guizzo di un branco d'acciughe spezza l'immobilità, un refolo di vento increspa il velo dell'oceano, riprende il lento moto degli astri, compare sulla linea netta e tersa una scheggia di sole.
Eh, Vassili, brutta cosa, davvero brutta cosa avere per compagno di viaggio un poeta, che dici? Ti rincoglionisce di parole. E il più delle volte non dice niente. Ti è capitata una sventura, Vassili. Forse era meglio il gorgo dell'oceano o la detenzione a vita nell'orrida rocca dell'Île du Diable. Non dire no, Vassili, tu sei giovane, onesto e garbato, io sono vecchio, noioso, lo so, le troppe storie che ho attraversato s'impigliano nei garbugli della mia barba incrostata di salsedine e di quartine, endecasillabi e versi sciolti. Forse da me vorresti storie, più che le mie divagazioni poetiche. Storie che ti facciano passare il tempo in queste ore di bonaccia. Storie. Posso provarci, Vassili, se vuoi, ma se diventerò noioso ti autorizzo, alla prima brezza, a darmi il giro fuoribordo. Solo, aspetta che si gonfi la vela perché so nuotare e potrei aggrapparmi al legno e finiresti con l'avere un poeta a rimorchio, che è peggio ancora di un poeta a bordo.
Ma che dico, storie? Che dico, Vassili? Tu mi guardi con compassione perché ancora non capisco, ancora non sembro prendere coscienza della tua situazione. C'è voluto un po' a capirlo. Tu mi compatisci perché credi che la mia sventura sia peggiore della tua. Forse hai ragione, ah si, forse hai ragione. Se per un giovane come te è sventura avere come compagno un vecchio poeta rincoglionito, forse è sventura ancor peggiore per un vecchio poeta rincoglionito avere come compagno un giovane... sordomuto!
Certo, tra i due ci guadagni tu, eh, non ci avevo pensato. Ah, non avevo capito.
Non avevo capito quella sera, quando ti ho proposto la fuga. Non avevo capito. Da mesi cercavo tra i galeotti qualcuno di cui potermi fidare. Avevo bisogno, per il mio piano, di un giovane vigoroso. E in più mi serviva che fosse persona riservata, taciturna, che non andasse in giro a mormorare, a fare comunella, a diffondere inconsapevolmente la voce che stavo progettando la fuga. Tu te ne stavi in disparte, non parlavi mai con nessuno.
Mi disse Facciasporca: - È un tuo paesano, si chiama Vassili, russo anche lui, rifugiato a Parigi, un poveraccio, un mendicante, accusato di aver stuprato e sgozzato la contessina di Babulonne, ma per me è innocente.
- Perché innocente? - dico io.
- Perché la Califfa dice che ce l'ha così - e fa il gesto dell'ultima falange del mignolo.
- E chi è la Califfa? - dico io, che credevo ci fossero solo uomini sull'isola.
- La Califfa - dice lui - è un carrettiere bretone, grosso come un armadio, che ha dato fuoco a un bastimento perché geloso del nostromo che se la faceva col capitano.
- Ah - dico io.
- E se li è fatti tutti, la Califfa, i novellini del bagno penale - dice Facciasporca.
- Te no - aggiunge poi rivolto a me - perché te sei un vecchio legno e alla Califfa piace carne soda.
Vorrei chiederti, Vassili, cosa ti ha fatto la Califfa, ma forse è meglio che te ne stai sordomuto. Meglio così.
Mi viene da ridere. Mi viene da ridere se penso che ho passato notti a spiegarti il piano. Io parlavo parlavo e tu zitto. Tacevo soltanto al passo della ronda, - ssst zitto - dicevo, io a te! E aspettavo che la guardia passasse. Poi riprendevo a mormorare. Ti raccontavo della grotta che avevo trovato nelle notti passate a esplorare la giungla e le coste dell'isola. Ti raccontavo di questo rottame di barca che avevo trovato nella grotta. Ti raccontavo dello scheletro sprofondato nella mota, ancora armato della scure con cui aveva fatto gran parte del lavoro, di quel remoto prigioniero che ci aveva lasciato la pelle per qualche accidente prima di prendere il mare.
Ti spiegavo i miei studi sul ritmo dei noviluni, sul moto delle maree, sulla convergenza astrale che ci avrebbe consentito di uscire in mare aperto. Ti spiegavo la teoria della vela, ti insegnavo a conoscere i venti, le andature, il lessico della navigazione, le manovre. Spianavo la polvere sul pavimento della baracca e disegnavo carte nautiche, tracciavo rotte e correnti, di vento e di mare, e tu annuivi, Vassili, come se capissi, troppo garbato e gentile per farmi segno che stavo sprecando il fiato.
Ma forse proprio quel parlare sottovoce, quel necessario gesticolare per non farci sentire dalle guardie, dalle spie, dagli altri galeotti, forse ha fatto si che tu, comunque, qualcosa capissi. Io sarò la mente, dicevo, e tu il mio braccio. E hai lavorato duro, Vassili. Notti e notti nella grotta a cucire coperte per fare la tela, a legare il fasciame in assenza di chiodi, a ritorcere funi, cime, scotte, gomene. Un cantiere operoso e silenzioso per un'impresa impossibile.
Poi, la notte. Unica. La nostra finestra temporale sulla libertà. Un fagotto di provviste rubate, un barile d'acqua piovana, il varo, la gonfia dell'oceano. Le mani alla pagaia per contrastare i gorghi e la risacca. La fuga nella corrente, seguendo la coda d'oscurità dietro il fascio di luce della lampada che spazzava la superficie del mare. La paura che la luce si fermasse d'improvviso cogliendoci per inerzia. La fatica per starle dietro fino a quello scoglio isolato. Le mani aggrappate alla roccia, il sangue lavato dall'onda, la barca imbizzarrita, trattenuta stretta dietro al masso, mentre il fuoco della lampada tornava a passare, illuminandolo a giorno. Due giri di lampada, poi la pausa più lunga. Avanti! Pagaia! Per guadagnare il largo, fuori dalla portata del faro.
Ricordi, Vassili, quando abbiamo innalzato l'albero, cazzato la drizza, svolto il fiocco, e la tela sbattendo si è ingrassata di un lasco vigoroso e la prua ha incominciato a recidere il mare? Ricordi l'isola ormai lontana alle nostre spalle con l'innocuo vagare del faro? Ricordi, Vassili, il nostro primo respiro libero?

Eccolo, il bastardo implacabile. Appena fuori dalla trappola dell'orizzonte, la palla di fuoco arroventa l'aria immobile. Vieni qui, Vassili, mettiti all'ombra della vela. L'unica fetta d'ombra sotto questo spietato cielo senza nubi. Tieni. Una galletta? Un sorso d'acqua? La vela giace straccio inutile, buona solo per l'ombra, condannata all'immobilità. Tra poco il bastardo sarà allo zenit. Ci toccherà rifugiarci nelle pieghe della randa per fuggire alla vampa. Poca acqua, Vassili, appena un sorso. Ecco, un sorso, così. Ora non ci resta che attendere un'ombra di salvezza all'orizzonte.
Per non impazzire nell'immobilità che può fare, Vassili, un vecchio poeta? Cercare storie da raccontare a un sordomuto? Se tu potessi parlare, Vassili, cosa mi chiederesti? Mi tocca parlare anche per te. Mi chiederesti come mai un vecchio poeta russo è finito all'Île du Diable. Non rispondi. Mi guardi. Parlo russo, Vassili, come te! Come parleresti, se parlassi.
Mentre si fa sottile l'ombra della vela ti potrei raccontare di quella soffitta a Pietroburgo in cui giovane scrivevo versi rivoluzionari. Ti potrei raccontare l'ottobre, la piazza, le bandiere. Ti potrei raccontare la tampa in cui ubriaco, in mano un foglietto stropicciato, di fronte corrucciati cipigli bolscevichi, mormoravo retoriche, massime, aforismi e metafore. Ti potrei raccontare di quella soffitta a Leningrado, stessa città stessa soffitta, in cui scrivevo, meno giovane, versi controrivoluzionari. Ti potrei raccontare le guardie, l'arresto, gli interrogatori, la tortura, la Siberia, la mia prima fuga. Ti potrei raccontare la clandestinità, la Francia, l'accusa d'essere spia, l'arresto, il processo, la deportazione. Ma troppo veloci, Vassili, girerebbero le sfere di questa meridiana immobile piantata sull'oceano.
Ho sete. Acqua non ce n'è, appena un'umida melma d'ombra in fondo al barile. Forse dovrei tacere, Vassili, smetterla con queste storie. Non c'è ombra di salvezza all'orizzonte. Fa caldo. Il sole a picco. Speriamo che la sera porti un po' di vento, almeno, nelle manovre della navigazione, avremmo l'illusione di andare da qualche parte.
Vassili, dove sei? Vassili. Vassili!
Ho dormito? Bastardo sole assassino stai calando. Sembra quasi più fresca l'ombra della sera. Vassili. Vassili! Vorrei voltarmi, Vassili, per vederti a poppa, magari addormentato sulla barra del timone, ma non ho più forze. Ho sete. Non ho più sete. Vorrei dormire. Dove sei, Vassili? Sei al timone? Hai visto qualcosa laggiù all'orizzonte? Io di qui non vedo nient'altro che il mare. Mi è sembrato di scorgere l'ombra di un gabbiano. Hai visto, Vassili? E' un gabbiano?
Ho sognato la pioggia. La pioggia di Parigi, il cielo grigio, quel vento leggero di primavera che non pesa sugli ombrelli, ma che dirige la pioggia, che bagna. Ti ho visto, Vassili, vagare, magro di fame, nei vicoli dietro al teatro. Ti ho visto con quella giacca elegante trovata nell'immondizia sul retro. Ti ho visto con quel cappello a bombetta consunto e scucito che hai trovato nell'immondizia sul retro. Ti ho visto imbracciare un vecchio violino senza corde e un archetto senza crine trovato nell'immondizia sul retro. Quante cose si trovano nell'immondizia sul retro di un teatro. Ti ho visto posare il cappello a bombetta sul selciato all'angolo. Ti ho visto appoggiare a terra un ritaglio di cartone con scritto: "sono un povero sordomuto eppure canto". Ti ho visto cantare a squarciagola, Vassili, romanze, liriche, leader, chanson, macinando note immaginarie sul tuo violino muto. E qualcuno a vederti cantare, te sordomuto, sotto la pioggia, indifferente, con tale trasporto, senza parola né musica che non fosse nel tuo spirito, qualcuno la lasciava cadere, una moneta, nel cappello.
Vassili. Vassili! Dove sei? Sei là dietro al timone?
Raccontami, Vassili, della contessa di Babulonne, di come l'hai trovata sul marciapiede quella sera, morta ammazzata. Raccontami di quando ti hanno visto là, tu con la giacca, il cappello a bombetta, il violino, sotto la pioggia. Raccontami come ti hanno preso. Raccontami, prima che il sole affoghi a occidente, Vassili, come hai cercato di difenderti, tu sordomuto, come hai cercato di comprendere le accuse che ti rivolgeva quella folla vociante silenziosa di avvocati, gendarmi, giudici, carcerieri. Raccontami il giudizio, la condanna. Raccontami quanto hai gridato la tua innocenza, in quelle segrete, in quelle catene, tu, innocente muto!
Vassili. Vassili!
Il giorno è andato, Vassili, il peggio è passato, almeno per oggi. Il sole è basso ormai sull'orizzonte. Tra poco verrà il fresco della sera. Sei lì, Vassili? Mi pare, ma forse è solo un sogno, che la vela sbatta, si tenda, si gonfi. Sta calando l'ombra o sono i miei occhi stanchi di vedere? A occidente, Vassili, sotto il sole calante, mi pare di scorgere una striscia d'ombra. Cos'è, una scogliera? Montagne? Una spiaggia? O nuvole di tempesta?
Vassili, sei al timone? Sei lì?
Sono troppo stanco per venirti ad aiutare. Dirigi a occidente, Vassili. Mi ascolti? Devi dirigere a occidente. Sono troppo stanco per fare un gesto. Ho bisogno d'acqua, di pace, di riposo. Parlo, non mi senti. Dirigi a occidente, Vassili, prendi il vento. Ecco, così, bravo, così. Lasca un po' la scotta, che la vela chiede vento. Ecco, ancora un po', bravo, Vassili, così. Così va bene. Attento, è una bolina stretta. Dirigi su quell'ombra all'orizzonte che al calare del sole si fa più netta. Poggia, adesso. Poggia ancora un poco. Lasciala andare, lasciala andare così, che va bene. Vedi che il fiocco è sventato? Poggia appena. Ecco. Lascia che si tenda. Troppo. Orza un poco, stringi il vento, così, Vassili, così. Ecco. L'albero sbanda. Lo senti il vento? Lo senti il vento, Vassili? Lo senti il mare che scivola sotto il fasciame? La senti la spinta? Li senti gli schizzi d'oceano sul viso? Stiamo volando, Vassili! Mantieni la rotta! Cazza appena il fiocco, Vassili! E un po' anche la randa, che andiamo, andiamo, andiamo! Tieni la rotta.
Quella è terra, Vassili, quell'ombra, sotto il disco del sole, quella è terra! E' un paese, Vassili, pieno di gente, di storie, di ombre, di libertà. Vai così, Vassili, vai così.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:13 )
 

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