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Beatrice Sanalitro - segmenti ginestra la gialla PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 14:35

 

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SEGMENTI

GINESTRA LA GIALLA

di Beatrice Sanalitro
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007





“Esse” di sasso.
“E” di elefante:
Un frammento di fiume, una zolla di pelle.
La “g” di gomena, una barca e il mare; la “m” di mosaico, di mela e di mare.
Una tessera gialla, una tessera blu e una rossa e una gialla e una blu per un’opera sola. Scomparti di treno in un viaggio importante. Segmenti.
La prima stazione di tutto il seg men to?
È quella di “seg”.
“Segreto”, per esempio, inizia con “seg”.
Seg/reto tenuto nascosto sotto strati di fanghi e conchiglie, pensiero mai esposto.
Seconda stazione?
Sta volta si tratta di “men”; fin troppo facile, stereotipato: si tratta di uomini.
Di “for men” ce n’è dappertutto.
Ma se i “men” sono i “men che meno”?
“Men” vicini al nulla: quale sarà la distanza tra piedi e cervello?
Attenti a fermarsi sul punto: si va fuori tema.
Passiamo alla terza stazione.
La parola “segmenti” finisce con “ti”.
“Ti”, a te, complemento di termine; particella pronominale, complemento oggetto, o “ti” riflessivo, “ti” chiamo; ti chiamo “Ti”.
In ogni scomparto un istante; su tutto il treno, una vita.
Accade di sera, durante il riesame, di riandare ai fatti del giorno, ai vari scomparti.
Un incontro, una gioia.
Un contrasto, un fastidio.
Un’intesa, uno sguardo.
Ed ecco l’analisi:
“Accade un fatto, ed è un segmento, creato da un punto che si schifava di stare fermo, spinto da un impulso che soltanto il desiderio di competere con se stesso può giustificare: il mistero di manifestare.
Questa epifania acconcia il tratto in modo del tutto femminile.
Il percorso, che parte da un punto per giungere a un altro, va diritto a un nome: AB”.
Ma io voglio, la linea, chiamarla in un’altra maniera; la chiamo “respiro”: non è, forse, il respiro, un segmento?
La chiamo, se voglio, pensiero, petalo, speme, ma anche Maddalena, Lucrezia, seme. Ginestra la gialla è la prescelta.
Il mio segmento si chiama “ginestra”.
La regola recita: si chiama AB!
Spallucce e torno al riepilogo.
Per il momento della gioia dell’incontro, punto il compasso su G di ginestra e, con ampiezza GA, disegno un arco.
Traccio un’altra linea, puntando su A.
Dall’incontro di due linee si genera un punto e, da lì, due segmenti si uniscono al primo. Il figlio nato è giallo e profumato come un arbusto di ginestra.
E’ un triangolo equilatero sostanzialmente equilibrato.
L’episodio della fastidiosa discussione comporta la comparsa di tre segmenti di diversa lunghezza, come le onde di chi non è in sintonia.
Nasce un triangolo scaleno, bellissimo nella sua diversità, di colore cangiante.
Poi, finalmente, il picco, il triangolo isoscele, alto, slanciato; vertice, scampanio, piacere dell’incontro, del dirsi: ”Ci sei!” o basso, basso, schiacciato, per ben aderire, saldo, all’orizzonte; questo è a losanghe arancio e blu.
Figli realizzati sul piano da percorsi, segmenti, da emissioni di vita, che siano la “S” di sorpresa, la “E” di estasi o la “G” di ghirlanda.
Pezzi che girano attorno a un perno, un fascio di luce.
Ram/mento e com/mento il seg/nato seg/mento seguito: un piccolo pezzo diverso, dello stesso segmento, comporta un’elica nuova, un altro destino e, forse, neanche uno solo. Si potrebbe parlare di inizio, di fine.
O dell’impegno di un segmento predestinato a mettere in contatto A con B.
Ma io, all’importanza di chi fa da ponte, preferisco Ginestra la Gialla.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:14 )
 

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