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Antonella Filippi - Attila PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 14:32

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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ATTILA

di Antonella Filippi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007




Mi chiamo, o meglio mi chiamano, perché io non mi chiamo mai, non ne ho bisogno, tanto mi trovo sempre, a volte ci provo, eh, a perdermi, chiudo gli occhi e resto immobile, non roteo neanche gli occhi, che se lo faccio con le palpebre abbassate mi viene la nausea, ma se lo faccio a occhi aperti sembro proprio cattivo, così sto tutto fermo, ma appena riapro gli occhi mi ritrovo sempre. Che noia! Allora mi diverto a rompere un po’ di roba.
Sei un flagello, mi dicono, sei un Unno!
E che, due pensate che sia? Non ci vedete bene?
Cosa vi dicevo? Ah, si, mi chiamano Attila, non ricordo neppure quale sia il mio nome iniziale, tanto è lontano nel tempo quel tempo in cui qualcuno mi chiamava con un altro nome.
A volte mi sembra una cosa triste, poi mi viene in mente che qualcuno una volta ha detto che se una cosa non ti riesce con il tuo nome devi farla con un altro nome, e allora sono contento, perché quello che voglio è spaccare tutto.
Quando passo vicino a un vaso di vetro e accidentalmente cade, mi piace sentire lo scoppio che fa per terra, e tutte le schegge che scappano e le briciole più piccole, quelle che non si riesce a raccogliere, brillano per un bel po’ appena arriva il sole.
E se cade una pentola? Peccato che non si rompa, ma almeno si ammacca, e fa un suono di campanaccio e il suo coperchio sembra il piatto di una batteria che saltella sul bordo sempre più velocemente, mentre il suono diventa più acuto. Allora mi metto a saltellare anch’io, finché qualcuno non accorre e allora scappo in giardino.
Nel giardino ci sono le galline, ho provato a romperne una, ma sono molli, non fanno neppure rumore quando cadono, anche se protestano a voce troppo alta per le mie orecchie.
Ma le loro uova! Quando riesco ad acchiapparne una è una festa!
Mi sono ingegnato a romperle in modi classici e fantasiosi, sdraiandomici sopra, prendendole a testate, stringendole tra il mento e il collo.
Dopo aver ascoltato il grazioso sciacquio che fanno scuotendole, una volta ho provato a infilarmene una nel naso, ma era davvero troppo grossa.
Allora ho rimediato con un chicco di granoturco, ma si è incastrato e non riuscivano a tirarlo giù, e ci sono riusciti solo quando la pianticella verde è uscita dalla narice.
Mi hanno sgridato come non mai, ma io ero così orgoglioso di avere una piantagione in faccia che mi sono messo a piangere come un pipistrello con il mal di pancia quando l’hanno tolto.
Voi non li sentite mai i pipistrelli?
Io si, apro la finestra di notte, appoggio l’orecchio alle sbarre e le sento vibrare come una marcia di formiche, e i pipistrelli si lagnano che non possono entrare.
E le formiche? Non c’è gusto a romperle, ma mi piace contarle, sono arrivato a cinquantamilaundici, è un numerone, li sento sempre parlare del costo delle cure, è autista, dicono di me, ma mica è vero, io non guido, forse non parlano di me.
Un uomo con una camicia bianca lunga fino alle ginocchia un giorno ha parlato con loro per farmi fare una scuola speciale.
Io non voglio nessuna roba speciale qui, a meno che non mi insegnino a rompere tante cose in modi divertenti.
Nel mio mondo ci sono bipedi e quadrupedi, a volte dei senza piedi, ma quelli strisciano e non mi piacciono, perché non riesco mai a prenderli e a romperli.
Uno dei bipedi si definisce “la mamma”, un altro “il papà”, uno “l’infermiera” e gli altri non me li ricordo, non sono sempre qui; uno dei quadrupedi è “animaltèrapi”, ma a me, a dire il vero, sembra un cane.
Io ho scoperto di essere un bipede quando sto in piedi e un quadrupede quando vado in giro sulle ginocchia, e persino un senza piedi se provo a strisciare, ma non scappo mai veloce come loro.
Bipede la mamma dice che i bipedi sono meglio dei quadrupedi e dei senza zampe, ma allora siamo come le galline e non mi sembra bello mangiarci tra di noi.
Da quando ho capito di essere soprattutto un bipede faccio molta più attenzione, se sono come le galline una volta o l’altra mangiano me.
Quando penso questo mi viene paura e allora vado in giro a cercare qualcosa da rompere.
Una volta bipede la mamma mi ha tenuto stretto, e io non sapevo cosa voleva, così ho avuto ben 13 svenimenti, uno dietro l’altro.
Lei mi stringeva e diceva che mi voleva bene, ma io non so se era un altro modo per dire che voleva rompermi o mangiarmi.
Non voglio essere toccato, però a volte mi piacerebbe se ci fosse qualcuno con cui rompere le cose e ridere forte.
Qualcun altro c’era, li ho sentiti parlare, ma adesso-prima-da un po’ non c’è più.
Forse me lo ricordo vagamente, era piccolo come me, poi non c’è più, ma mica l’ho rotto io!
Forse gli hanno voluto bene più che a me e adesso è nella loro pancia.
Se ci fosse ancora lo chiamerei Due e ce ne andremmo in giro, Unno e Due, e magari non avrei più voglia di rompere tante cose.

 



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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:14 )
 

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