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Alessandra Gallo - il pentolino dal manico scheggiato PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 14:26

 

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IL PENTOLINO DAL MANICO SCHEGGIATO

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 15 aprile 2007





Sono le quattro e Gianna si sta preparando un tè.
Ha messo l’acqua sul fuoco nel pentolino di alluminio, quello basso con il manico scheggiato e che ha un bozzo sul lato. Non ricorda più com’era stato che si era formato quel bozzo. Tutto a un tratto era lì, un bel bozzo rigonfio verso l’interno. Prima non c’era e poi invece sì, e lei non aveva idea di come ci fosse arrivato.
Il manico, quello sì che se lo ricorda. Il pentolino le era scivolato di mano, mentre risciacquava i piatti, una sera che avevano mangiato pomodoro e fagiolini sulla tovaglia a fiori gialli, quella che qualche anno dopo si è macchiata di succo di fragola e non è venuta più pulita.
Chissà in quale cassetto l’ha messa, quella tovaglia, non lo ricorda più.
Comunque, il pentolino le era scivolato di mano con tutta la schiuma dentro e lei aveva lasciato andare la spugna e aveva cercato di afferrarlo al volo, ma quello le era sgusciato via dalle mani insaponate ed era rotolato sul ripiano di marmo accanto al lavello, tre bei giri lisci e veloci che sembrava che pattinasse sul ghiaccio e allora Franco, suo marito, aveva allungato la mano destra per riprenderlo un’altra volta, ma quello non ne voleva sapere ed era sfuggito anche alla sua presa, per poi atterrare sul pavimento e rimbalzare due volte, prima sul fondo e poi sul lato e non si sa come ma il manico s’era scheggiato. Lei si era sciacquata le mani e insieme a Franco avevano cercato quel pezzo di bachelite nello scarico, dietro al lavello, sotto al ripiano, dentro ai cassetti, sotto il tavolo, ma niente. Sparito. Andato. Puff.
L’acqua sta bollendo. Gianna spegne il fuoco sotto il pentolino, riempie il colino con due cucchiaini di tè, lo richiude. Ha un buon odore, passa attraverso i buchi e rimane sulle mani per un po’. Gianna mette il colino nella teiera, poi rovescia l’acqua calda sopra il colino e la richiude.
Incrocia le braccia e guarda fuori dalla finestra aperta. Fuori in strada un gruppo di bambini urla a squarciagola correndo dietro a un pallone rosso. Tirano calci, sollevano un mucchio di polvere. Gianna socchiude la finestra brontolando qualcosa e torna verso la teiera.
Ancora un minuto e sarà pronto.
Apre la credenza, tira fuori una tazza di porcellana sottile col bordo in oro zecchino. La rigira fra le mani, poi la rimette a posto e tira fuori una vecchia tazza marrone dall’interno smaltato di bianco. Appoggia tazza e piattino sul tavolo, tira fuori dal frigo mezzo limone, ne taglia una fetta, la mette nella tazza, si annusa le mani prima di asciugarsele sul grembiulino.
Finalmente versa il suo tè. Le si appannano gli occhiali, e allora li toglie e li appoggia, ripiegati, sul tavolo. Aggiunge un cucchiaino di miele e comincia a mescolare, quando bussano alla porta.
Istintivamente guarda l’orologio sul mobile. Le quattro e dieci. E adesso che sa che ora è la situazione non cambia. Il suo tè è pronto da bere, e lei non aspetta nessuno, e adesso questi colpi sulla porta, chi diavolo può mai essere. Toglie il cucchiaino dalla tazza e lo appoggia sul piattino cercando di non fare rumore. Magari, chiunque sia, se ne andrà, se pensa che in casa non c’è nessuno. Il cuore le batte nelle orecchie e il suo respiro fa un chiasso spaventoso.
Bussano ancora.
- Signora! - sente chiamare a bassa voce dalla finestra. Ma non si vede nessuno.
- Signora, mi vieni ad aprire per favore?
Gianna si alza, infila le pantofole e striscia fino alla finestra, sporgendosi appena in avanti. Nessuno.
- Signora!
Adesso il richiamo è gracchiante, nervoso.
- Signora, ti prego! Mi apri?
Gianna scosta la tendina di pizzo con un dito, si sporge ancora più avanti e li vede: due occhi verdi accesi in mezzo a una faccia rossa striata di bianco, come se fosse graffiata. Forse è solo sporca. C’è della terra, anche, sul naso, sulle guance, sotto l’attaccatura dei capelli, rossi anche quelli. Non è una faccia, rimugina fra sé. E’ un gigantesco cespo di trevigiana che viene a disturbarla mentre lei vuole soltanto prendere il suo tè.
- Signora, dai, vieni, apri la porta, è già a cinquantatré!
E poi il cespo di trevigiana schizza via da sotto la finestra e ricominciano i colpi sulla porta.
Gianna guarda la sua tazza di tè.
Ancora colpi. Tre, quattro. Cinque.
- Signora! E dai!
Le quattro e un quarto. Il tè sarà già quasi tiepido, caspita.
- Signora!
Sei, sette, otto, nove.
Gianna si avvicina alla porta, la apre e la lascia accostata, fa tre passi indietro.
- Oh. Era ora!
Il bambino si intrufola dentro casa come una lucertola che sparisce fra due sassi. Chiude la porta rumorosamente, sbuffa, passandosi la mano lercia sulla fronte sudata.
- Fiuuuu…
Scatta verso la finestra, la chiude, si aggrappa alla tendina con quelle manacce luride e guarda fuori, poi, la lascia ricadere e ghigna ansimando.
- Cosa bevi, signora?
- Io?
- No, mia nonna.
- Un… tè.
- Bleah! Non ce l’hai della coca-cola?
- Io… No, non ce l’ho.
- Aranciata?
- Ho dell’acqua. Frizzante.
- Di frigo?
- No.
- Bah. Vabbé. Ne prendo un bicchiere lo stesso.
Gianna guarda il suo tè che non fuma più. Ora non sarà più buono, e poi si è dimenticata il limone dentro la tazza, diventerà acido.
Si affretta a versare un bicchiere d’acqua frizzante, lo appoggia sul tavolo.
Il bambino la guarda. Glielo avvicina un po’, poi ritira la mano e si siede a bere il suo tè.
- Non ci mangi i biscotti, col tuo tè?
- Io… veramente, no.
- Io li gradirei, due biscotti. Se ce li hai.
Gianna butta giù un sorso di tè, guarda la credenza, poi scuote la testa.
- Secondo me ce li hai ma non me li vuoi dare.
Gianna sente le guance bruciare.
- Ha ha, lo sapevo. Dove sono, qui?
E il bambino si precipita ad aprire la credenza, tirandone fuori il sacchetto dei biscotti di riso.
- Aspetta! Lavati almeno le mani.
- Naah. Tutti anticorpi, l’ha detto la maestra. Vuoi saperne di più della maestra?
Gianna rimane a bocca aperta con la tazza in mano. Una goccia di tè scivola dal bordo lungo tutto il lato della tazzina, poi cade sul tavolo disfacendosi in mille schizzi marroncini stretti e bislunghi. Gianna si alza, posa la tazzina nel lavandino, pulisce il tavolo con uno straccio bagnato.
Il bambino mastica dietro di lei, che sente irrigidire le spalle e arrivare un vago mal di testa dalle tempie.
- Perché non ti siedi, che mi fai le briciole? - vomita fuori, all’improvviso, in tono secco.
- Che palle. Comunque non ne voglio più. Fanno schifo, ‘sti biscotti. Cosa sono, quelli per i diabetici?
- Be’, sei un gran maleducato, sai?
Il bambino alza le spalle.
- Come ti chiami, signora?
Gianna non risponde.
- Signora, vai a guardare fuori se ha finito di contare, per favore?
- Perché non ci guardi tu da solo...
- Mica son scemo, poi mi becca.
Il bambino va a sedersi al tavolo, scrollandosi le briciole dalla maglietta con la mano aperta.
- Io mi chiamo Paolo. Che figata, ‘sto nascondiglio, eh? Mai più gli viene in mente di cercarmi dalla zitella.
- Gianna.
- Eh?
- Mi chiamo Gianna. E sono vedova.
- Che vuol dire “vevoda”?
- “Vedova”. Che mio marito è morto. Tanti anni fa.
- Ah. Che peccato.
- Già.
Gianna si avvicina alla finestra e scosta le tendine.
- Non si vede nessuno. Secondo me puoi andare a liberarti.
- No. Facciamoli diventare matti ancora un po’.
Gianna sospira. Guarda l’orologio. Le quattro e venticinque.
All’improvviso, qualcuno bussa alla porta.
Gianna e Paolo si guardano.
- Dietro al frigo? - sibila lei.
- No, è troppo stretto, mi trova subito. Di là in camera?
- Adesso non esageriamo.
Ancora colpi.
- C’è qualcuno in casa?
- Cacchio, è lui! E’ proprio Andrea.
- Non dire parolacce in casa mia, signorino.
- Scusa - bisbiglia Paolo.
- Sotto il tavolo?
- Si vede che non hai mai giocato a nascondino, tu.
- Oh, beh, arrangiati un po’ da solo.
Paolo si guarda intorno, poi apre la porta dello sgabuzzino, si infila sotto l’ultimo ripiano, dopo aver spostato la scatola delle bottiglie dell’olio.
- Tiramela davanti.
- Così?
- Sì. Così. Grazie, signora Gianna.
Lei fa per andare ad aprire.
- Aspetta!
- Che c’è ancora?
- La porta. Chiudi la porta!
- Va bene, va bene, ma stai zitto che ti sente!
Tre colpi ancora. Quattro.
- C’è nessuno?
- Arrivo, arrivo. Che diamine!
Gianna apre la porta, e un bambino biondo, basso e quadrato la fissa con gli occhi stretti. Ha una maglietta beige e un paio di calzoncini marrone scuro, ha macchie d’olio ovunque, sparse sui vestiti. Sembra un involtino primavera.
- Salve.
- Ciao.
- Hai visto un bambino coi capelli rossi, signora?
- No.
Andrea si guarda intorno, sospettoso.
- Neanche dalla finestra? Non è che hai visto dov’è andato?
- No.
- Che mangi?
- Io? Niente.
- Cosa sono quelli?
- Cosa? Ah, quelli. Biscotti di riso. Per… diabetici.
- Bleah. Vabbè. Se vedi un bambino coi capelli rossi mi fai un fischio dalla finestra?
- Non so fischiare.
- Be’, fai ‘uhhhh uhhh’ allora.
- ‘Uhhhh uhhh’?
- ‘Uhhhh uhhh’. Andrà benissimo. Allora siamo d’accordo?
- Siamo d’accordo.
- Ciao.
- Ciao.
Gianna chiude la porta d’ingresso e aspetta qualche istante. Poi sbircia dalla finestra.
- Puoi uscire, ora.
Paolo mette la testa fuori dallo sgabuzzino, sorride, esce e richiude la porta.
- Non c’è nessuno fuori. Se vuoi puoi andare a liberarti.
- Ora vado. Ah, ho trovato questo, là sotto.
Paolo allunga la mano aperta. Nel mezzo del palmo, tutto puntini neri di sporco di strada, il pezzo di bachelite saltato via dal manico del pentolino, tanto tempo fa.
Gianna sorride come una scema.
- Dov’era andato a finire? Eppure pulisco tutti i sabati, là sotto.
- Era incastrato dietro alla gamba dello scaffale.
- Be’, che dire, ti ringrazio.
Paolo alza le spalle.
- Grazie a te. Grazie anche per i biscotti. Posso prenderne un altro?
- Prego.
- Vado, eh? Tu controlla che non arrivi mentre esco.
- Vai tranquillo.
Paolo tira su col naso, poi esce con cautela. Si gira ancora una volta, lei gli fa cenno di sbrigarsi con la mano, sempre controllando la situazione dalla finestra. Lui schizza via senza chiudere la porta, sparisce dalla sua vista, poi Gianna lo vede di nuovo, dalla finestra, spuntare nel cortile e correre il più veloce possibile, mentre Andrea arriva da destra ma non ce la fa, Paolo è più veloce, e tocca il muro, nella gioia generale degli altri bambini, che intanto sbucano fuori come i funghi, saltando, ridendo, chiocciando. Dio, come sono luridi.
Gianna va a chiudere la porta di casa, poi riapre la finestra.
Ha ancora in mano il pezzo del manico del pentolino. Apre il cassetto sotto la specchiera, tira fuori un tubetto di collante, ne spreme due gocce sul pezzetto di bachelite, lo tiene premuto contro il resto del manico per un po’.
Poi, guarda per terra.
- Hai visto, Franco? - dice ad alta voce - E’ saltato fuori, finalmente. Non poteva essere sparito, avevi ragione tu.
Si ferma con il pentolino ancora in mano ad ascoltare. Nella casa, l’unico rumore è quello dell’orologio sul mobile. Le quattro e quarantacinque. Fuori, i bambini gridano. Lei chiude la finestra, scosta la tendina per spiarli ancora un po’.
C’è Andrea che sembra arrabbiato, punta il dito verso la sua finestra, rosso in faccia, mentre Paolo scuote la testa con fermezza, negando fino all’inverosimile.
Gianna sorride. Poi apre lo sportello sotto il lavandino, allarga il sacchetto nel bidone dell’immondizia, ci lascia cadere dentro la fetta di limone, le foglie di tè che toglie dal colino, le briciole dei biscotti che ha raccolto dalla tavola. E poi, anche, il vecchio pentolino di alluminio.
Liberi tutti.

 



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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:14 )
 

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