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Michele Bertolotto - fu grazie a quel colpo di sonno PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 11:07

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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FU GRAZIE A QUEL COLPO DI SONNO

di Michele Bertolotto
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007




E' passata già da un po’ la mezzanotte e quel maledetto tram non arriva. Ma perché sto aspettando un tram? Non dovevo essere a cena con mio fratello e con gli amici? È sicuramente più di mezz'ora che me ne sto qui impalato, su questa pensilina sgangherata con disegnato in terra il gioco della settimana, qui c'è un foglio con gli orari, vedo che una linea doveva passare alle 23.50 e adesso solo le 00.45, un ritardo così non si verifica mai. Non c'è un pedone e dopo l'auto passata mezz'ora fa, silenzio assoluto: adesso una leggera nebbia comincia pure a salire dall'asfalto e pian piano diventa fittissima, non si vede un accidente.
Mi sono quasi rassegnato a rientrare a casa a piedi (sapessi solo da che parte andare) quando sento da dietro la curva della strada il campanello del metrò in fondo alla piazza, finalmente, sono salvo, esco da qui. Accidenti mi sono sbagliato, non era in arrivo, se ne va lentamente sferragliando un po’ più del solito nel silenzio di tomba della notte. Che sfiga!


nebbia profonda
il campanello del tram
si allontana


Ma che faccio? Adesso divento poetico? Non ci sono portato io per queste cose, carino però, devo ricordarmelo… Decido di attraversare la strada, sul lato opposto c’è la scala mobile che scende alla metropolitana, non mi sono mai piaciuti i treni e i loro simili.
Sono davanti alla banchina, dopo una decina di minuti arriva il metrò che lentamente s'arresta davanti a me, con un sibilo d'aria compressa che sfugge s'apre la portiera, nessuno scende, e chi vuoi che scenda a quest' ora in questo posto del cazzo?
Salgo, c'è parecchia gente stanotte sul metrò, mi scelgo un sedile vuoto e mi siedo accanto al finestrino. Silenziosa la metro riparte per il giro panoramico notturno della città, guardo fuori del finestrino, rilassandomi e cercando di scorgere prima o poi un luogo familiare, così da riprendere l'orientamento. Seduto davanti a me c’è un anziano signore, ha in mano una torcia elettrica che accende e spegne a impulso verso la parete del metrò… sì: punto linea punto… punto punto linea… linea linea punto… è sicuramente codice morse e io, da buon radioamatore, cerco di tradurre, il vecchio capisce e parte con una serie di lettere “ C R E T I N O  C O S A  G U A R D I ?” ma vaffanculo! Mi sta prendendo in giro!
Mi risveglio di soprassalto, ho avuto un incubo, mi sono sognato un incidente con mio fratello morto schiacciato dall'auto che s'è ribaltata mentre si andava verso un pub. Sono tutto sudato, il cuore mi batte all'impazzata, ma non dovevo essere a cena con gli amici? Mi guardo attorno preoccupato: quanto avrò dormito? Sicuramente la mia fermata l'avrò saltata da un bel pezzo. Ma il cielo è sempre nero, d'un nero intenso, la notte è ancora fonda, allora mi sarò appisolato solo per pochi minuti. Il vecchio con la torcia non c'è più, se ne sarà andato a rompere le balle a qualcun’altro.
Il metrò sembra ora diverso, più grande, i sedili sono riccamente imbottiti e poi c'è molta gente, troppa. Non ho mai visto così tanti passeggeri nelle ore notturne.
Il metrò (ma sono sempre sul metrò?) si è fermato, è entrata dalla porta spalancata una ragazza di colore, (come di che colore?) color cioccolato no? E’ molto giovane carina e con una minigonna vertiginosa. Sicuramente una zoccola che rientra dal lavoro per strada. Si guarda attorno un po’ sorpresa, penso per l'affluenza, mi guarda, sorride e s'avvicina verso di me, sono in piedi davanti al sedile lei sorride, la porta si chiude, mi risiedo, estrae un pacchetto di sigarette e un accendino, mi fa cenno se ne voglio una e mi rivolge alcune parole incomprensibili: ovvio, è un'extracomunitaria, è qui da noi per darla e farci un po’ di grana. Però non è poi così male, le sorrido e accetto la sigaretta, lei me l'accende. Stiamo entrambi fumando, ma non era vietato sui servizi pubblici? E chi se ne frega, se qualcuno si risente faccio anch'io l'extracomunitario e poi la spengo. Sto fumando, (ma io fumo?) onestamente non me lo ricordo, intanto lei seguita a sorridermi, ogni tanto dice qualche parola in quella sua strana lingua e io le rispondo con sorrisi o le faccio cenno che non ho capito un bel niente di quello che mi vorrebbe dire. Do un'occhiata al finestrino, ma seguito a vedere nero: buio totale. Tiro fuori di tasca il cellulare e digito il numero di mio fratello: non c'è campo, e ti pareva? Mi sento sempre più inquieto, lei intanto s'è tolta i sandali alti di quelli con le zeppe e ha disteso le gambe sul sedile accanto a me, butta la cenere sul pavimento con la massima indifferenza. La osservo, le sue gambe sono proprio ben fatte, lei si lascia osservare e sorride. La minigonna è già salita fin troppo in alto e i miei occhi s'incollano proprio lì, lei allora la tira su del tutto e il suo sesso è proprio davanti a me, niente biancheria intima. Imbarazzato mi guardo attorno e non c'è più nessuno nello scompartimento, non c'è proprio niente di normale stanotte. Il metrò s'è nuovamente fermato, accarezzo allora le gambe alla mia bella extracomunitaria e a ogni carezza m'avvicino sempre di più alla sua cosina: bella nera e col pelo lì biondo! Sono entrati due giovani e stanno animatamente parlando in napoletano, ci sorpassano e non ci degnano d' uno sguardo anche se lei è sempre lì con la topa di fuori, si dirigono verso gli scompartimenti più avanti. Lei intanto sta accarezzando il suo sesso e mi lancia gridolini d'invito, poi decisamente mi prende una mano e la struscia contro di lei. Sento la sua pelle morbida e a quel punto non mi frega più niente di niente: mi sbottono i pantaloni e mi lancio in un amplesso, lei m'accoglie. la situazione è troppo strampalata ed eccitante. Le chiedo scusa d'esser venuto subito, ma tanto questa qui non capisce un cazzo (o forse quello lo capisce bene), mi rimetto in ordine, mi guardo intorno, sèguita a non esserci più nessuno, le prendo un'altra sigaretta, l'accendo, le faccio un cenno come dire ritorno subito, e m'avvio verso un altro vagone, mi sembrava fossero solo altri due, il metrò era composto di tre vagoni, e io ero salito sull'ultimo. Vado avanti: i vagoni sono troppi e poi sembra un treno invece che un metrò, è un vero e proprio vagone ferroviario come quelli d'una volta, quasi tutti in legno, col corridoio e gli scompartimenti a lato. Sporgo la testa fuori dal finestrino e mi ritrovo a spingere in una sostanza densa che oppone pure un po’ di resistenza e mi lascia appena respirare. Impaurito mi ritraggo di scatto e chiudo il finestrino spingendo la maniglia verso l'alto, sul pavimento vedo dei cellulari abbandonati e un giornale, lo prendo e l'apro: è scritto, mi sembra in cirillico. Lo poso sul sedile di fronte al mio, afferro un cellulare, l'accendo, è fuori rete. Dal lato che da sul corridoio, semi-oscurato da pesanti tende nocciola, vedo passare un uomo alto con un berretto con fregi rossi e mi è sembrato in uniforme, è il bigliettaio penso, “se mi chiede il biglietto voglio ridere...”. Mi fiondo comunque fuori dal compartimento per parlare con lui, per dirgli che voglio scendere, non m'importa a quale fermata, voglio scendere e basta.....
Mi scuoto e m'avvio verso l'altro vagone, ma questo sembra non finire mai, più cammino, più il corridoio sembra allungarsi, mi ricorda l'interno dell'Orient Express, sì il vecchio film in bianco e nero, anche qui sembra tutto in bianco e nero, fuori poi c'è solo il nero.
E vedo una porta strana là in fondo, sono sicuro che prima non c'era… la raggiungo e la apro: incredibile! È un vagone ristorante! Ma non ero su un metrò? E c'è anche un bar. Un cameriere nero dietro al banco sta preparando degli aperitivi, mentre ai tavoli vi sono solo quattro persone il resto è vuoto. Vorrei delle sigarette, lo dico al barman, ma lui mi risponde con uno strano linguaggio. Adopero il linguaggio universale dei gesti e lui mi mette davanti un pacchetto di sigarette. Lo prendo e lo guardo con curiosità, è un pacchetto di color azzurro e sopra non c'è scritto nulla, neppure che t'ammazza, solo dei ghirigori in oro che comincio a pensare siano una scritta. L'apro, sono sigarette sottili col filtro, mi accendo la sigaretta, buona (ma fumo? e da quando?). Mi siedo a uno dei tavoli, il tempo passa e dopo una ventina di minuti un altro cameriere si fa vivo, questo è un orientale, chiedo del vino, e questo se ne va senza spiccicare una parola, ma torna poco dopo con una bottiglia di birra bionda formato famiglia: l'etichetta sembra quella del pacchetto di sigarette. Non so l'ora, ma non mi sembra l'ora di pranzo, e neppure quella di cena, forse è per questo che c'è pochissima gente qui.
Saluto e me ne vado senza pagare, nessuno trova niente da ridire, vago per il corridoio, le luci sono leggermente azzurrate ed emanano una luminescenza morbida, alle pareti della cabina vi sono affisse sotto vetro delle stampe con disegnati i soliti arabeschi in verde, in celeste e in oro e senza figure, ma l'ultima stampa a sinistra ha delle scritte normali, mi avvicino e la leggo:


tela d’autunno
l’odore dei cavalli
a punto erba


notte d’agosto
di stelle un ramo carico
strega la gatta


all’improvviso
profumo di tim
sotto le scarpe


il lago all’alba
la luna sopra di me
la luna sotto


vento di luglio
nella vecchia fontana
due rane secche



Sotto la poesie, piccolino, piccolino, c'è scritto, tra parentesi il nome degli autori, ma insomma io per queste cose non ci sono mica portato, non ci sto con la testa per queste cose, per me questa scritta è uguale agli arabeschi, o al giornale in cirillico che ho trovato prima, Rimugino e rimugino, passo al sonno senza neanche accorgermene… sono in auto, sto guidando, è la solita auto dei miei incubi: è notte, l'auto è piena d'amici si sta tornando dalla cena, eravamo alla Topìa del Bugin, giù in paese, noto per le tipiche specialità gastronomiche. La cena era stata una favola e adesso si va verso Torino e ci si ferma in un pub. C'è una curva a sinistra, forse la sto prendendo un po’ troppo forte, forse ho bevuto un po’ troppo o forse c'è qualcosa che non va alla trasmissione: l'auto sbanda, sfiora un palo, s'impenna, salta un canale poi si ribalta due volte in un campo di granturco, nella carambola la portiera di destra si spalanca, mio fratello Antonello che è seduto accanto a me viene sbalzato fuori dall'abitacolo. L'auto si ferma infine sulle quattro ruote. Tutto s'è svolto in un attimo, ma lo rivedo come al rallentatore, con mille dettagli che si fanno sempre più nitidi. Usciamo fuori, contusi ma illesi, non vediamo Antonello, lo chiamiamo "ANTONELLO.... .ANTONELLO… DOVE SEI?" Non riusciamo a capire dove sia finito, anche Francesco il nostro amico checca cui Antonello piace molto lo chiama disperato “ANTONELLINO!! ANTONELLINO BELLO, DOVE SEI?... LINOOOOO!!!”. Solo dopo una decina di minuti ci accorgiamo che l'auto s'è fermata proprio sopra di lui che giace semiaffondato nel campo, una ruota è proprio sulla sua testa... anzi, è al posto della sua testa... Cerchiamo di spostare l'auto, ma non c'è più nulla da fare. Disperati giriamo impotenti attorno all'auto......
Mi risveglio all'improvviso col cuore che mi batte all'impazzata, questo sogno, questo maledetto sogno, l'ho già fatto altre volte... è ricorrente. Vedo al finestrino una ragazza, la raggiungo, le chiedo se sa dove stiamo andando, lei mi guarda con un’ espressione seria e mi dice sottovoce due o tre parole intraducibili, in una lingua che non ho mai sentito e che non credo neppure esista... questa qui non è extracomunitaria, sembra un'italiana puro sangue come me, ma perché parla strano? E' bella, molto bella, ma i suoi occhi sono assenti, la guardo a lungo, le sorrido, lei mi prende a braccetto passeggiamo per il treno. Mi indico e a lei dico “Franco, Franco” lei annuisce e poi dice “Frano” e io “FRANCO” ben scandito, al che ripete il nome quasi in maniera giusta, poi con un dito indica se stessa e mormora “Pierrakt”. Cerco di tradurre e dico “Piera, va bene Piera?” “PIERRAKT!”
Senti, cerchiamo si semplificarci l'esistenza, io Franco, tu Piera, parla quasi come la mia amica Annette, ma lei è tedesca e questa qui no. Siamo intanto arrivati a un wagon lit, troviamo un letto vuoto (sono quasi tutti vuoti) e ci accomodiamo. Lei mi coccola come fossi un bambino, mi accarezza, ma non accenna un sorriso. Chissà da quanto tempo è rinchiusa qua dentro, la vita di treno non dev'essere un granché, ci credo che abbia terminato i sorrisi.
Tutte le volte che mi addormento seguito a fare il mio sogno, anzi, il mio incubo e se l'incubo procede, procedono pure le mutazioni che lentamente riesco a inserire nell’incubo.
All'inizio avevo la coscienza di ciò che stava per accadere, ma non riuscivo a intervenire in alcun modo, poi pian piano sono riuscito a introdurre dei piccolissimi movimenti sì da interrompere l'immutabilità della sequenza. Se tentavo di rallentare o di frenare, ciò risultava sempre impossibile, avevo allora, sogno dopo sogno iniziato a variare qualcosa, la prima volta introdussi un colpo di tosse, poi uno sbadiglio, infine una parola, due parole, fu una vittoria quando dissi “Mi accendo una sigaretta” e riuscii realmente ad accenderla prima dell'incidente.
Ho raggiunto il trionfo quando sono riuscito ad accendere una sigaretta anche a mio fratello chiedendogli “Vuoi fumare?”. Adesso sono pronto per il vero mutamento, me lo sento, risolverò il problema, so cosa fare. Sì, ecco nuovamente l'incubo, ma affrontato in piena coscienza... io guido, l'auto sfreccia veloce e non ci provo neppure a frenare, anzi pigio forse un po’ di più l'acceleratore, ancora due curve prima dell'incidente. Non accendo nessuna sigaretta, non chiedo a Antonello se vuol fumare, ma invece ad alta voce con tono autoritario gli intimo: “Allaccia le cinture!”. Il tono è perentorio, da comando, lui mi guarda un attimo un po’ stupefatto, sa che non me le allaccio mai, e guardandomi interrogativamente le allaccia, forse perché strafatto, forse perché intimorito dal tono del fratello maggiore che ordina, o forse per riflesso condizionato, influenzabile anche dall'erba che ha fumato prima. Che so io, ma il fatto è che funziona! Le allaccia! E mentre la cintura scatta, imbocco la maledetta curva a sinistra, ma sto ridendo e non ho neppure le mani sul volante, e l'auto sbanda e urlo “Ce l'ho fatta! VAFFANCULOOO!!!” Sbanda, sfiora il solito palo, s'impenna, salta un canale, si ribalta per due volte in un campo di granturco, nella carambola la portiera di destra questa volta viene strappata del tutto e mio fratello, Antonello, con gli occhi sbarrati resta inchiodato al sedile dalla cintura che lo stringe... l'auto si ferma infine sulle quattro ruote, e gli altri escono e io seguito a ridere mentre guardo mio fratello che ha sempre gli occhi sbarrati e una riga di sangue mi scende dalla fronte. Poi esco, slaccio la cintura di mio fratello, l'aiuto a scendere, l'abbraccio e ballo con lui piangendo e ridendo. ”Che bello! Non ci siamo fatti un cazzo!”.
Mi siedo sull'asfalto, ho visioni d'interno di un treno, con un volto femminile che mi sta scrutando stupito, poi la visione s'allenta e mi ritrovo nella strada con l'auto nel campo che brucia, Antonello m'aiuta ad alzarmi e c'infiliamo nell'auto di Sandro, un amico che ci seguiva e al pub andiamo lo stesso, qualcuno ha già telefonato alla stradale e al carro attrezzi, tanto nessuno s'è fatto nulla, meglio così.
E sono al pub seduto a un tavolo, con accanto una birra e cerco di ricordarmi qualcosa d'importante che è avvenuto prima dell'impatto, ma non mi viene nulla in mente, e se è veramente importante prima o poi lo ricorderò. La serata va avanti senza storia e mi fumo una dopo l'altra, fino a finirle quelle strane, ma buone sigarette, in quel pacchetto azzurro (ma io fumo?). Il mattino ormai s'avvicina e questa strana notte m'ha provato abbastanza, e poi ho finito soldi e sigarette... e l'auto è bruciata… appoggio la testa sul tavolo, mi lascio andare al ritmo martellante della musica… Il pub intorno a me ha improvvisamente un sobbalzo, no sono io che sobbalzo e sono nuovamente alla guida dell'auto, in piena velocità a cento metri da quella maledetta curva a sinistra, guardo verso mio fratello: le sue cinture sono allacciate. Tiro un respiro di sollievo e lascio il volante, tanto so già cosa sta per accadere: l'auto sbanda, sfiora il palo, s'impenna, salta un canale, si ribalta per due volte in un campo di granturco, la portiera del mio lato viene strappata via e nella carambola sono io che volo fuori, sfiorando l'auto per poi pesantemente cadere sulla terra del campo. La terra è morbida, ma l'urto è violento e vedo l'auto arrivare proprio sopra di me e una ruota è sul mio capo, mi colpisce e la testa affonda sotto terra e assieme al buio sento schiocchi di rami secchi che si spezzano, poi il silenzio si somma al buio.
Fu grazie a quel colpo di sonno che riuscii a salvare mio fratello.


nota: gli haiku citati in ordine di apparizione sono di: Franco Galato, Pietro Tartamella, Fabia Binci, Michele Bertolotto, Alessandra Gallo, Antonella Filippi

 




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

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GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:15 )
 

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