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Marilina Bortolozzi - dall'alto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 10:58

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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DALL’ALTO

di Marilina Bortolozzi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007




“Sali, fatti coraggio, non immagini quanto sia bello vedere il  mondo dall’alto”.
La mia resistenza viene meno. Devo accettare se non voglio sembrare pusillanime.
Salgo. Il mio cuore è un treno impazzito. L’astronave, così mi sembra questo strano velivolo, si stacca da terra e lentamente sale. Una folata di vento la fa tentennare e il mio cuore s’arresta e così il respiro. Poi tutto ritorna normale.
Sale la mongolfiera, sale pavoneggiandosi nei suoi colori e io, piano piano, mi rassicuro. È il momento di guardare giù. Le rondini saettanti mi ricordano la tarda primavera e all’improvviso passa il gelo che si era impadronito del mio corpo. Osservo il mondo, sempre più piccolo, ai miei piedi e non ne vedo le ferite. Gli uomini, ormai formichine, alzano il capo incuriositi. Chissà quali sono i loro pensieri!

La mia eccitazione sale e solo allora mi rendo conto di occupare una postazione privilegiata.
Assorta nei miei pensieri mi soffermo su un volto stranamente familiare.
Stringo gli occhi. Osservo meglio. Ma, ma quella sono io! Cosa ci faccio in quel lungo lago? Il volto è curioso e l’atteggiamento trepidante. Continuo a osservarmi incredula. Vedo il mio viso illuminarsi all’apparire del volto che sa darmi la vita. I suoi baci mi ristorano. Le sue braccia mi cingono la vita e mi accompagnano lungo le rive brumose. Ma chi è quell’individuo che ci insegue? Lo sguardo mi si riempie di terrore. Urlo con tutte le mie forze alla me stessa: “Stai attenta per carità. Tuo, mio, nostro marito è dietro di te….”
Mi vedo arrestarmi all’improvviso. Penso, medito. Raggiungo una piazzola a strapiombo sul lago e mi arresto. Mio marito mi raggiunge furibondo sputandomi addosso gli improperi più volgari. Si scaglia su di me. Mi scanso repentinamente e lui vola di sotto.
Mi affaccio. Di lui non restano che una serie di bollicine che vanno lentamente scemando.

Rabbrividisco, distolgo lo sguardo dalla terra. Vedo gli occhi di mio marito che mi osservano pieni di curiosità. Ma allora! Ho forse sognato? Non so, ma è certo che un’altra volta starò più attenta.




I VOLTI DI MACONDO
 
 
Volti mi guardano
con orbe pupille.
Smorfie di riso,
pianto, dolore.
Nel silenzio obbligato
delle loro parole
si annodano i fili
di un sordo rancore.
Non temono la discesa
verso l’oblio
ma lasciano un segno
nel volto mio.




Raccolgo le tue vesti
grondanti essenza.
Bizzarro collezionista
di emozioni.
Sulla sabbia
rimangono impronte
fatte di vento.
Nell’immatura solitudine
racimolo brandelli
di silenzio.




HAIKU


Un sordo sparo
lacera il meriggio
povero tordo



Nuvole nere
presaghe già di pioggia
corrono al monte



Falchi roteano
solitari guardiani
di mondi immensi



Sei tu che chiami
da tegole tremanti
passero mio

 




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:16 )
 

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