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Laura Vicenzi - Herb Garret PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 10:54

 

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
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HERB GARRET

di Laura Vicenzi
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007




Un week-end fuori dal mondo forse sarebbe stato la soluzione giusta per evitare l’implosione. Mi capitava poco di frequente, ma quando accadeva era un deflagrare pericoloso che iniziava in me, nella parte più rettile dell’encefalo, e poi si propagava a onde sussultorie verso chi mi era più vicino. Era sempre una carica di energia incontrollata, sconosciuta, che proveniva da chissà dove e che riusciva a far sparire in cocci, in una perenne nuvola di gesso, le strutture prefabbricate dei miei rapporti sociali. Solo i muri eretti a freddo, quelli costruiti con pazienza, sasso dopo sasso, con pietre abbracciate l’una all’altra e legate assieme dai misteriosi collanti della vita, resistevano eroicamente al bombardamento nevralgico, ma non intelligente, conseguente al segnale di tilt. Dovevo allontanarmi, e in fretta, prima che accadesse di nuovo.
L’inserzione parlava di una beauty farm con servizio all-inclusive installata sulle rive del Tamigi proprio nel centro di Londra. Mi aveva affascinato subito l’esistenza segreta di quell’isola di pace, un’oasi protetta bagnata dall’acqua color leone del fiume, uno scoglio che resisteva alle onde ad alta frequenza di una città dove avevo sempre avvertito aleggiare in ogni angolo un potere smisurato. Nei miei brevi soggiorni trascorsi a Londra per lavoro, avevo sempre percepito con estrema certezza in ogni londinese con cui avevo incrociato lo sguardo l’esatta convinzione di essere il padrone del mondo. Era un barlume luciferino che inspiegabilmente balenava anche negli occhi neri che luccicavano delle Chinatown, e nei ristoranti indiani, ovunque, forse bastava al contagio il solo fatto di essere lì. Avevo bisogno di piazzarmi per qualche attimo proprio nel mezzo di quel confluire di polarità opposte, protetta dal guscio corazzato di un cinque stelle, per ricevere un piccolo elettroshock.
Il volo era stato veloce e indolore: un’iniezione d’ossigeno d’alta quota subìta dal mio corpo anestetizzato senza sussulti.
Al trasferimento all’Hotel paradossalmente mancava l’audio: il taxi non poteva essere così insonorizzato, ma quasi non riuscivo a percepire i rumori, le voci, lo sferragliare dei tram. Viaggiavo di un acquario, seguendo inerme la sua falsa corrente.
Una doccia caldissima, che ha preceduto di poco il mio ingresso al Centro benessere, ha fatto uscire il primo suono del giorno da una bocca muta dalla sera precedente: niente di rassicurante, un lamento simile allo stridio delle aragoste gettate nell’acqua bollente.
L’asciugamano steso sul lettino profumava di latte, di culla, apriva lentamente la porta del sonno. La massaggiatrice in piedi accanto a me ha immerso le mani in un catino di acqua calda e profumata, le ha asciugate accuratamente con un movimento rotatorio e lungo, ipnotico, da danzatrice indiana, e poi le ha inondate di olio profumato. Il massaggio delicato, buono, di quelli che drenano le lacrime nascoste a lungo nei canali di linfa che percorrono i nostri corpi, era accompagnato da un canto leggero. Quella signora alta e forte, della quale non riuscivo a ricordare il viso, ma che sapevo non giovane, non bella, stava intonando piano una nenia, una musica antica intessuta di parole non comprensibili, arricchita di suoni articolati per infondere pace anche negli strati più profondi, vibrazioni da risonanza magnetica che hanno rallentato per qualche attimo le tigri in corsa nel mio cervello.
A un tratto ha iniziato ad agitare con una mano, sopra di me, dei mazzetti di erbe secche dall’aroma intenso, ne ha sfogliato alcuni nell’olio e poi ha continuato il massaggio. Sentivo il grattare leggero delle foglioline e dei petali sminuzzati contro la mia pelle ed è venuta a galla, inattesa, una risata: mi ero immaginata per un attimo unta e cosparsa di spezie misteriose pronta per l’arrosto di quella fattucchiera con l’osso nascosto tra i capelli a chignon!
Ma il senso di benessere sovrastava ogni cosa.
Lei ha riso con me, doveva aver letto con la punta delle dita i miei pensieri. Le ho chiesto che erbe stesse adoperando. La voce che avevo usato era quella nascosta da tempo immemore in un’anticamera d’attesa quasi dimenticata, quella da chiacchierio ragazzino, da canzoni intonate in bicicletta pedalando incontro all’estate, da pomeriggio di compiti tra compagne di scuola. Lei mi ha risposto con un racconto a trama fitta, costellato di sussurri, solo ogni tanto, quando si fermava a intingere le mani nell’olio profumato, le sfuggiva qualche punto dall’uncinetto, ma lo rimagliava sicura appena ripartiva con il massaggio.
Una lontana parente, una prozia, le aveva lasciato in eredità una vecchia soffitta in una palazzina del ‘700 che affondava le radici nell’epoca dei Lumi. La “Soffitta dell’erba”, come la chiamava lei, era in realtà la sede di un’antica farmacia. Sapevo che nei tempi passati i farmaci erano ricavati dalle erbe, ma non ero a conoscenza del fatto che in tutta la città proliferassero soffitte anticamente adibite alla coltivazione e al magazzinaggio di erbe curative. Con una parlata fluente che mi giungeva come da una Radio Londra accesa alle spalle, in un notiziario inatteso mi ha informato che nella vicina chiesa di St.Thomas, oltre a un famoso giardino-soffitta restaurato di recente e trasformato in un museo, c’era stato addirittura un luogo preposto a sala operatoria dove si effettuavano gli interventi ai pazienti meno fortunati, i più abbienti si facevano operare in casa, sul tavolo di cucina. I dettagli di quel racconto intrigavano la mia attenzione. I sensi, tornati vigili, stavano attenti a captare e a traslare senza inganno ogni singola parola. Pareva di fare un viaggio nel tempo. La sua descrizione della sala operatoria era talmente ricca e particolareggiata che mi pareva di vedermela davanti, o meglio, vista la mia posizione, di starmene lì sul lettino in attesa del mio turno. La sala ricavata nell’abside della chiesa era attorniata di gradoni a semicerchio dove si sedevano gli spettatori per assistere all’intervento. I chirurghi allora non facevano ricorso agli anestetici, facevano affidamento a una tecnica rapida, alla preparazione mentale del paziente e ad alcool o narcotici, come l'etere o il cloroformio. Non erano conosciute le norme contro la sepsi e la mortalità era altissima, la maggior parte dei casi prevedeva amputazioni che i chirurghi si vantavano di riuscire a svolgere in meno di un minuto. I giardini delle vecchie soffitte servivano a questo: a tentare di eliminare, o almeno di ridurre, tutto quel dolore. Nella sua soffitta, rovistando ovunque ignorando le carezze delle ragnatele, lei aveva trovato tra le erbe secche alcuni semi ancora attivi, li aveva catalogati e aveva ripreso a coltivare con cura e devozione quelle erbe antiche. Tra le vecchie travi aveva trovato nascosti quattro semi di papavero che avevano dato origine a una stirpe di oppiacei che usava con parsimonia e devozione, solo per lenire le ferite dell’anima di chi si rivolgeva alle sue cure. Il lavoro al centro benessere dell’hotel lo aveva trovato da poco, tutti si ritenevano pienamente soddisfatti dai suoi trattamenti ed elogiavano i suoi come i migliori massaggi del Vecchio Continente. Non rivelava mai, a nessuno, le formule segrete dei suoi intrugli d’erbe, dichiarava solo il necessario, il consentito, il resto lo nascondeva negli inviolabili cassettini della memoria. Mi sono girata e l’ho guardata bene in viso, solo allora mi sono accorta che mi ero sbagliata: era alta e forte, e giovane e bella. O forse, solo per un attimo, mi si è rivelata così.
Al ritorno ho deciso di tenere quei racconti per me. A chi mi chiedeva dove ero stata nel week-end per avere quell’aria così sana e rilassata, rispondevo di aver dormito molto, e di aver sognato di farmi cullare dalle nenie di una strega buona.
Il seme di quella varietà antica di papavero è nella mia soffitta, lo bagno solo con acqua di rugiada e attendo, come prescritto... in farmacia.

 




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:16 )
 

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