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Gian Maria Vinci - il camino di casa vomitò PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 10:50

 

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IL CAMINO DI CASA VOMITÒ

di Gian Maria Vinci
 Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007




Mi chiamo Sigismondo Aperitivo e sono uno degli ultimi neurochirurghi addestrati per i voli interplanetari. Il mio file dice così.
La medicina è il mestiere di famiglia, si tramanda che nella notte dei tempi un mio avo fu arso vivo perché faceva intrugli con le erbe, ma non era uno stregone, nella realtà era un oste che cercava di fare un amaro, un digestivo insomma, era il figlio che lo vendeva sui mercati come elisir di lunga vita.
Da lì nacque la tradizione, il primogenito, maschio o femmina che fosse, si sarebbe dedicato alla medicina. Alcuni miei antenati furono anche famosi, chi sostituì cuori, chi arti, i cervelli toccarono a me.
Dopo il sisma planetario causato dalla quattordicesima luna del pianeta Cannabis che, schizzata fuori dall’orbita, innescò il processo di distruzione dei mondi, fui trasferito sull’ospedale stellare con il compito di espiantare e impiantare il cervello nei corpi assemblati con le parti ancora utilizzabili dei morti nelle operazioni di soccorso e appena completati dai chirurghi plastici.
Da tempo, infatti, si era persa l’abitudine di fare bambini. Non esistevano le nuove leve, si riciclavano le parti dei morti. Sulle astronavi si moriva o si invecchiava.
Con il passare degli anni, dopo aver visto andare alla deriva decine di astronavi, ci ritrovammo in due sull’ultima nave ancora in grado di volare. Una splendida nave famosa per la sua semplicità, un tubo conico che permetteva di volare in più dimensioni. Qualcuno, all’ammiragliato, la chiamava amichevolmente “dodici cartine”. Ma anche lei bruciò lentamente le sue ultime energie.
Con non poche difficoltà, il mio compagno e io riuscimmo ad atterrare in una foresta, grande, umida, intricata, piena di piccoli e fastidiosi animaletti, simili a scimmie, ma con pochi peli, che gesticolavano tutto il tempo emettendo in continuazione suoni e rumori.
Questi animaletti, dopo un primo momento di manifesta diffidenza, si avvicinarono offrendo contenitori pieni di cose colorate che l’analisi chimica classificò come commestibili.
Molti di loro passavano ore a osservare le nostre manovre per riparare una delle navette da esplorazione.
Ogni tanto uno dei loro cuccioli si avvicinava mostrando i denti, ma non per mordere.
Nonostante gli sforzi le nostre splendide macchine non davano segni di vita.
Decidemmo di costruire un ricovero all’esterno della nave.
Iniziammo così ad andare al fiume con gli animaletti per catturare altri animaletti che, dopo una paziente cottura, erano prelibati da mangiare.
I nostri ospiti ogni tanto si radunavano, si agitavano per tutta la notte e bevevano un gradevole liquido rossastro. Il mio compagno e io cominciammo a seguire le loro abitudini.
Dopo qualche tempo il mio compagno si ammalò. La mia esperienza in campo medico a nulla valse, con la farmacia e la sala operatoria ermeticamente sigillate dalla mancanza di energia.
Lippo Pedalino, ufficiale di rotta, morì all’età di 187 anni in una foresta grande e umida.
Rimasto solo, mi dedicai con accanimento a testare gli impianti della nave. Dopo tre mesi di lavoro lo schermo del gigantesco computer di bordo si accese. Ripensando a Lippo Pedalino, ufficiale di rotta, chiesi al computer di indicarmi il quadrante e le coordinate per stabilire dove mi trovavo.
Il computer non rispose. Dopo qualche minuto chiese di verificare il mio DNA. Sentii con chiarezza le gallerie pneumatiche espellere le sonde per l’analisi del terreno.
Curiosità e ansia si impadronirono di me. A un tratto lo schermo si mise a ridere. Avete mai visto uno schermo ridere?
Poi mi disse: “Sei tornato a casa”. E si mise a cantare “O sole mio”.
In 220 anni di vita non avevo mai provato un’emozione così forte.
O forse si. Un’altra volta, ancora giovane cadetto, quando mi dissero: “Scrivi due righe su “Il camino di casa vomitò”.

 




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:16 )
 

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