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Fanny Casali Sanna - un etto di prosciutto PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 10:45

 

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UN ETTO DI PROSCIUTTO

di Fanny Casali Sanna
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007

 

 

Tanto tempo fa… avevo quindici anni. - “Che bello!”- verrebbe da dire subito… eri giovane, piena di aspettative, aperta alla vita, piena di entusiasmo… E’ vero, ma… C’è sempre un ma in tutte le situazioni. Il mio “ma” era che, ai miei tempi, a quindici anni, non si aveva tanta libertà e, specialmente per una ragazza, (chissà poi perché per i maschi era così diverso) uscire, vedere gli amici, andare a passeggiare, al cinema, in discoteca, soprattutto se si aveva un padre molto geloso, diventava un problema..
Ormai avevo imparato che era anche inutile chiedere: già all’inizio della domanda: “Papà, posso…” arrivava un bel “No!” prima ancora di sapere quale fosse la mia richiesta.
La mamma, che soffriva con me per questi ingiustificati divieti, un po’ perché ai suoi tempi c’era già passata, un po’ perché vedere i figli scontenti, per noi mamme, è sempre un gran dispiacere, aveva escogitato una scappatoia: quando al mattino andava a fare la spesa, chissà come mai, dimenticava sempre di comprare il latte.
Ora, io non saprei dire se avesse preso spunto dalla canzone di Gianni Morandi “Fatti mandare dalla mamma a prendere il latte” uscita proprio allora o se fosse una sua idea originale, ma fatto sta che, quando erano circa le sei di sera, mi diceva: “Fanny, me lo vai a prendere il latte?”
Dopo un po’ di tempo, poco per la verità, avendo capito che la mia mamma non era diventata improvvisamente smemorata, ma non toccando mai l’argomento direttamente, io, quando arrivavano le cinque e mezza, dopo aver studiato, incominciavo a prepararmi: a pensare a cosa mettermi (a quell’età anche questo è un problema e sembra quasi che la scelta di una maglietta piuttosto che un’altra sia una questione di vita o di morte), poi mi piazzavo davanti allo specchio e incominciavo a truccarmi accuratamente… Allora usava farsi la riga agli occhi con l’eye-liner, trucco tornato di moda anche ai giorni nostri e su cui mia figlia mi ha chiesto insegnamenti, data la mia lunga esperienza…
Alle sei in punto ero pronta per uscire.
Davanti al lattaio mi aspettavano le amiche, anche loro fuori con qualche scusa e insieme, scherzando e ridendo per ogni nonnulla, come si fa a quell’età, ci precipitavamo ad assaporare ogni minuto di quella mezz’ora, al massimo tre quarti d’ora, di libertà. Allora usava passeggiare avanti e indietro per la via principale e questo si chiamava “fare le vasche”.
Quella sera, al momento di uscire, mia madre mi disse: “Ho dimenticato di prendere anche il prosciutto, vai a comprarlo dal Signor Giuseppe, che è un po’ più lontano, ma è più buono.”
Io storsi un po’ il naso, perché la salumeria in questione richiedeva una deviazione dal solito itinerario, ma va beh, pazienza…
Con passo un po’ più veloce andai a prendere il latte e poi il prosciutto; stavo un po’ sulle spine, perché dentro c’erano diverse persone prima di me e io non potevo certo perdere tempo…
Quando uscii dal negozio, mi venne incontro sorridendo un ragazzo che ancora non conoscevo personalmente, ma che avevo già visto altre volte e mi aveva colpito, perché, anche a detta delle mie amiche, -“era proprio un bel ragazzo!” -
Mi tese la mano e mi disse: “Ciao! Io sono Carlo.”
In quel momento io ancora non sapevo che quell’incontro sarebbe stato, per me, “l’incontro”.
Da allora sono trascorsi quarantun anni, tutti passati insieme a quel Carlo lì…
In seguito mi confessò che tutte le sere, alla  “mia ora”, aspettava che passassi e che tante volte avrebbe voluto farsi avanti e parlarmi, ma non aveva mai osato.
Quel giorno, la mia deviazione e la mia sosta dal salumiere gli avevano fatto trovare il coraggio di farsi avanti.
Inutile dire che la mia uscita serale, da allora, diventò di importanza vitale e che niente, né pioggia, vento o neve o influenza con febbre a quaranta avrebbero potuto privarci de nostro latte quotidiano.
Anche il Signor Giuseppe, che era venuto a conoscenza del suo ruolo di Cupido, quando andavamo nel suo negozio, ci guardava con un sorriso carico di simpatia e complicità.
Ecco, l’incontro delle mia vita non ha scenari romantici da lume di candela o luna sul mare o musica soave suonata da violini tzigani o gridata dall’altoparlante di una discoteca… è, molto prosaicamente, legato a un etto di prosciutto, ma, oggi, per me, è diventato ancora più importante, perché fa parte di un grosso bagaglio di ricordi preziosi cui potrò attingere a piene mani quando sarò finalmente riuscita a recuperare un po’ della mia serenità.

P.S. Questo piccolo racconto, tutto rigorosamente vero in ogni sua parola, lo dedico a Carlo, il “mio” Carlo, che non c’è più.
 




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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:17 )
 

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