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Fabia Binci - senza mani PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 10:41

 

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SENZA MANI

di Fabia Binci
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007




Era un angelo nel girone infernale del Centro Ustioni il prof. Bersini. Si muoveva leggero come se avesse le ali, svolazzando benefico col suo camice verde, del colore delle foglie appena nate.
Ti avvolgeva con il suo sguardo mite, sfiorando appena l’orrenda putrida piaga che l’infermiere ripuliva con nitrato d’argento.
E non mancava mai la battuta, sorniona e arguta che ti tirava su e ti faceva ridere, anche se il dolore ti perforava il cranio.
- Cosa stava cucinando, mia bella signora? - e intanto asportava delicatamente qualche lembo di tessuto necrotico.
- Preparavo la cioccolata per mia figlia.
- Mm, peccato, si sarà bruciacchiata tutta…
E così, di medicazione in medicazione fino all’intervento chirurgico e all’innesto di cute sulla mano ustionata, l’orrore quotidiano veniva stemperato dalle battute del prof. Bersini.
- Non siamo ancora attrezzati per fare a meno delle mani. Stia attenta signora - mi aveva detto l’ultimo giorno, al momento del congedo - non bruci più la cioccolata. È il cibo degli dei, non sia sacrilega.
- Non succederà più - lo avevo rassicurato.
- Mai più senza mani - aveva con enfasi ribattuto il professore e queste ultime parole, chissà perché, da allora si sono conficcate nella mia testa con la potenza di un’ossessione. Certi giorni come un tarlo triturano, saltabeccando qui e là, mozziconi di idee. Non riesco a formulare nessun pensiero di senso compiuto, il timore di perdere l’uso delle mani soffoca tutto.
Oggi, per esempio, è uno di questi giorni, anche se ormai l’ustione dovrebbe essere un ricordo dai contorni sfocati.

“Senza mani”, che orrore! Mi è già sembrato un inferno arrangiarmi con una mano sola… però me la sono cavata abbastanza bene, io che spesso ho invidiato la dea Kalì per le sue molte mani.
Sì, sono stata brava, riuscivo ad arrangiarmi e fare quasi tutto con l’aiuto degli avambracci e anche della bocca, se si trattava di afferrare qualcosa. Da allora ho imparato ad avere un grande rispetto per le mie mani e le curo con amorosa sollecitudine: creme, cremine, massaggi, emulsioni, guanti di pelle, di gomma o cotone per proteggerli dal freddo, dagli insulti dei detersivi e dai graffi della mia dispettosa bouganville. Nemmeno a vent’anni ho curato così le mie mani.

“Senza mani”, come farfalle controvento mulinano le parole in testa e ronzano fastidiose. Vorrei pensare ad altro, ma non ci riesco. Il vento rovente di questa estate “africana” spettina i corbezzoli e acuto giunge il fischio di un merlo. Mi affaccio alla finestra e lo vedo appollaiato tra i rami di un limone: il suo becco giallo si confonde con i frutti maturi.
Una volta ho visto sul mio terrazzo un merlo con le ali spezzate che incespicava goffo e non riusciva a riprendere il volo. Senza ali! Che pena!
Lo scirocco spinge in casa un odore amarognolo di fiori che appassiscono nella brocca, un vento che ha sfiorato il cuore delle corone funerarie nel vicino cimitero.
“Senza nari”. Qualche volta sarebbe utile. Come rinunciare, però, al profumo della frutta matura, del gelsomino e del legno, all’asprigno dei mandarini spruzzati in viso, all’odore della salsedine, alla fragranza della rosa canina, della salvia, del timo…?
E che buono l’aroma dell’erba fragolina e del fiorrancio che borda le aiuole del giardino!

“Senza mani”. Come perle sfilate da un rosario di granito rotolano le parole e abbattono fragili catene di altri pensieri.
E come potrei scrivere, usare il computer, cucire, ricamare… Lo sguardo si posa sul cestino del cucito e sulle matassine multicolori del mouliné. Crocetta dopo crocetta ti concentri sulla tela e non pensi ad altro. Pagina dopo pagina prendi a prestito vite altrui e ti rilassi.
Nemmeno senza occhi potrei farcela e non vedrei più la luce del sole che saetta sul mare o il miele che cola sui tetti dalle stelle. O le bacche lucenti del sambuco. Una notte rapace e senza tempo inghiottirebbe il mio mondo.

“Senza mani”. Parole che graffiano come rovi artigliati.
Non succederà più. Avevo il timore di perdere la sensibilità, ma non è avvenuto: se si posa leggero un batuffolo di lentisco sul dorso ne avverto il contorno globoso, capto il peso di un soffione che sfiora le dita. E mi diverto a riconoscere il ruvido e il vellutato e il fiore setoso dell’artemisia mi manda in sollucchero. E sento lo zucchero a velo della sabbia che scorre tra le dita.
Il tatto è salvo. Alla faccia di quel corvaccio di fisiatra che mi diceva che non lo avrei recuperato del tutto. Sono a posto come sensi. E questa è cosa buona e bella.

Il tonfo secco dei rami spezzati dal vento mi distrae per un attimo. Diceva il mio vecchio prof di filosofia, cieco dalla nascita, che è meglio essere ciechi che sordi e certo non si riferiva al fatto che non avverti in tempo il ronzio delle vespe che ti inseguono. Mentre il cieco, diceva, è come una casa senza finestre, ma illuminata dentro, il sordo vive completamente isolato e questo causa sofferenza e una scadente qualità della vita. Fasciati di silenzio: impossibile non impazzire. Io ci sento bene per fortuna, anche troppo, sento anche quello che non dicono, a volte, leggo i pensieri e capto le intenzioni.
Un po’ strega lo sono sempre stata. Ma dal rogo delle mani mi sono salvata.
L’udito è buono e anche a gusto sono messa bene. Dicono che i gatti non amino il dolce perché le loro papille gustative non lo avvertono. Sarà, ma il mio si rimpinza della cioccolata che lascio in giro. Non glielo hanno detto di non interessarsi al dolce. E poi è il gatto di una strega e non muore avvelenato come dicono che succeda ai cani, per colpa di un certo alcaloide. Dicerie. Il mio gatto se ne fa un baffo.

Ecco le mie mani: due, sane, tutte e due sane, senza artrosi e reumatismi, senza tunnel carpali, tendiniti, pruriti, pomfi, ustioni, orticaria, verruche, vitiligine e chi più ne ha più ne metta. Mani di una persona che al mattino si sveglia felice di ritrovarle, vispe, senza torpori e chiazze, rosee, lisce, curiose, pronte a obbedire e a esplorare il mondo.
Mani che si abbracciano e intrecciano grate le dita in preghiera come un cuore che pulsa; mani che stringono con vigore la mano amica o la mano umida che sguscia via come un pesce molliccio.
Mani che sanno con gusto mescolare gli ingredienti per preparare la cioccolata, per cui sono famosa, con l’aggiunta di spezie, come la cannella, che viene dalla Cina, e l’assenzio, la fatina verde per cui andavano in estasi Rimbaud, Van Gogh, Hemingway. E anche Picasso, pare. Con il peperoncino e la vaniglia che già gli Aztechi mescolavano al cacao.
Ho voglia di cioccolata, sì, ora, anche se la finestra non incornicia arabeschi di gelo e la neve cremosa non ricopre i cespugli del mirto.
È un attimo: la pentola è sul fuoco, un pentolone fuligginoso, da strega, che sa di cioccolata perfino nel colore. Il gatto rizza il pelo e gonfia la coda, il latte bolle…
Inciampare quando la testa è svagata e i pensieri fanno capriole leggere è uno scherzo da ragazzi. Rovesciare la pentola anche.

- A volte ritornano - diceva Bersini, l’angelo professore e si riferiva agli ustionati. - Attenta alle mani!
Non c’è Foille che tenga ormai. Sarà di nuovo un terzo grado e su tutte e due le mani investite in pieno dal liquido bollente.
Già vedo le bolle sierose gonfiare fino a scoppiare e impregnare le garze di liquido nauseabondo.

“Senza mani”, senza le mie mani.
Questa volta - se non altro - sono coperta dall’assicurazione…




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IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

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Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:17 )
 

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