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Cinzia Revelli - il muro PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 10:21

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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IL MURO

di Cinzia Revelli
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007





    La donna annodata a se stessa cullava i suoi pensieri guardando il muro davanti a lei, nudo e immenso, senza limiti, ladro di sguardi, parete incombente che costringeva la vita in un tozzo di terra. Non c’erano varchi, nessuna porta, nessun passaggio. Da sempre infrangeva corpi e sogni: aveva assassinato tutti quelli che avevano provato ad abbatterlo o a valicarlo, ormai dalle sue radici germogliava il terrore.
    Aldilà un luogo senza contorni, un mondo che neppure la fantasia riusciva a disegnare.
    Dalla nascita, prima tra le braccia di sua madre, poi con passi che crescevano pian piano, Zaira aveva percorso il sentiero sdrucito intorno alla barriera, l’aveva esplorato cercando una breccia, un minuscolo foro. Appoggiava l’orecchio alla scorza ruvida aspettando di raccogliere un fruscio, un bisbiglio, ma ogni volta i suoi desideri si infrangevano su un crudo silenzio e lei tornava a casa pesante di tristezza.
    Gli altri la credevano folle, la evitavano, lasciavano che le sue speranze marcissero nella solitudine.
    Steli di pioggia nel mattino a dilavare tutto, solo un’ombra per strada con addosso un velo di speranza. Gli occhi di Zaira, fievoli lanterne nella tempesta, scandagliano il cemento. Rivoli d’acqua scorrono allegri, giovani torrenti vanno in cerca di un alveo, scavano, penetrano, si insinuano nella crosta arida del muro, nel suo ventre assetato e spalancano un sorriso inatteso, una minuscola crepa. Zaira la scorge, si volta, corre via, entra in casa lasciando pozze di impronte, rovista, fruga e, infine, trova ed è di nuovo sola nella pioggia.    La fenditura le sta di fronte, nella sua linea scura è tracciato il destino del muro. Zaira sistema il cuneo e lo attanaglia, poi fa cantare il martello. La traccia si allarga e si allaga di cascatelle sottili. Zaira non smette, il suo cuore segna il ritmo dei colpi. Cede la malta, la fessura si ingrossa, ora è uno squarcio. Zaira si ferma, ride ed è in quel momento che capta un battito nuovo. TUMP – TUMP. Non è il suo sangue che inonda le vene. TUMP – TUMP. Qualcuno batte la parete dall’altro lato. TUMP – TUMP. Lo stesso sogno. TUMP – TUMP. La stessa determinazione. Zaira alza il braccio ed è ancora più forte. Il muro è ferito da parte a parte. Zaira infila lo sguardo nella falla. Occhi curiosi riflettono i suoi. Le mani artigliano il cemento, lo solcano, lo frantumano, ancora qualche centimetro e potranno sfiorarsi.





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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:18 )
 

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