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Anna Maria Consolo - il passo del tempo PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 09:55

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


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Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

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Il PASSO DEL TEMPO

di Anna Maria Consolo
Cascina Macondo - Scritturalia. domenica 17 giugno 2007




Teresa era una donna sulla cinquantina: brillante, piacevole, ma inconsapevole del proprio fascino, poiché l’unico interesse per lei era il lavoro. Manager di un’industria di abbigliamento sportivo, faceva correre la sua vita tra viaggi, cene e incontri di affari. L’unico suo interesse vitale era concludere, a tutti i costi, ogni trattativa affidata a lei utilizzando qualsiasi mezzo o persona necessaria a raggiungere lo scopo. Non aveva interessi particolari, se non quello di sfogliare riviste di moda e quando la sera crollava su uno dei tanti letti, anonimamente candidi, non riusciva a concedersi neppure un sogno.
Accadde che una sera, di ritorno da Roma, decise di viaggiare tutta la notte proponendosi di arrivare per le sei del mattino successivo a Milano, dove avrebbe avuto un appuntamento con lo stilista per perfezionare un nuovo modello. Era notte fonda mentre attraversava la Toscana lungo l’autostrada, quando si accorse di non farcela più a guidare. Sentiva gli occhi pesanti e a tratti perdeva il controllo dei sensi. Acconsentì che fosse meglio fermarsi, trovare un piccolo ristoro dove recuperare un po’ di energia, anche perché la fitta pioggia, che nel frattempo era intervenuta, rendeva difficile la guida. Non rilevando alcuna indicazione circa un’area di servizio, trovò saggio prendere il primo svincolo e uscire. Faceva fatica a leggere i cartelli stradali e quando improvvisamente si ritrovò su un viale alberato, un cartello le apparve nitido: “Ristoro La Tetta - 10 m sulla sinistra”.
Aveva letto talmente di corsa, non voleva fermarsi, che si disse: “Sicuramente si tratta di un TETTO, non può essere …  una TETTA!”
Proseguì più lentamente secondo l’indicazione che la portò giusto davanti a una costruzione dalla sagoma arrotondata, proprio come una moschea araba, una moschea in miniatura.
“Forse è la tetta davvero!” si disse. L’entrata era illuminata da una fioca luce bianca, fermò l’auto, scese e s’apprestò a suonare. Venne ad accoglierla una giovane donna vestita da odalisca che l’accompagnò verso un piccolo salotto di velluto rosso. Si sedette e avrebbe voluto dormire all’istante tanto si sentiva stanca, ma una donna più anziana della prima le si avvicinò sorridendo. Teresa le chiese subito se poteva restare almeno un paio d’ore, giusto il tempo per recuperare, e si preoccupò a metterla al corrente del suo problema. Malia, così disse di chiamarsi l’anziana, rispose: “Hai scelto il posto giusto per rilassarti, puoi prenderti tutto il tempo di cui hai bisogno, tanto quello è tuo, e poi qui, il tempo proprio non conta!”
Teresa fece una smorfia, magari il tempo potesse fermarsi! Nessuno meglio di lei sapeva quanto fosse inesorabile!
Malia, come se le avesse letto nel pensiero aggiunse: “La cosa più importante della tua vita sei tu. Sei tu che hai la capacità di riempire lo spazio che ti circonda mettendoci dentro tutto quello che vuoi. Per esperienza ti dico che di solito lo riempiamo di tutto quello che abbiamo dentro, è un processo naturale: quando respiri butti fuori ogni cosa. Sei tu che permetti al tempo di occupare il tuo spazio; il tuo tempo dipende da te!”
La smorfia di Teresa si trasformò quasi in stizza: “Ci mancava anche la filosofa notturna! Il tempo è oro, se fosse mio sarei ricca, non vorrei essere scortese, ma se lei uscisse dal mio spazio, ora, magari ne potrei recuperare un po’…”
“Rilassati Teresa, non permettere alla fretta di rubarti la serenità, fai semplicemente camminare il tempo, non farlo correre. Quando corri perdi di vista tutte quelle sfumature che, credimi, danno il tono giusto alla vita. È solo di questo che hai bisogno!”
Spazientita, Teresa non poté fare a meno di essere scortese e rispondere: “Senta Melia o Malia, io lo so di cosa ho bisogno: devo dormire e se lei mi lasciasse sola, mi desse un qualsiasi giaciglio… ecco, mi basterebbe questo divano, la prego, la pagherò tanto quanto l’uso di una camera per tutta una notte!”
Malia sorrise, quasi l’avesse investita un complimento e non un’aggressione. Versò un po’ della bevanda che la ragazza-odalisca le aveva portato e con un inchino delicato si allontanò: Teresa sorseggiò la tisana calda e declinò il capo sul divano addormentandosi all’istante. Sognò una bimba in fasce dagli occhi vispi e dalle guance rosse, con le piccole mani aggrappate al seno nudo della mamma… sua madre??!! Sì, era il viso della madre di Teresa: sorridente e senza rughe, illuminato dagli occhi chiari… era bellissima! Teresa si sentì fissare da quello sguardo come quando era bambina e, come allora, sentì la calda voce di sua madre che le sussurrava una dolce nenia ormai dimenticata. Le braccia la cingevano affettuosamente, cullandola nello spazio di un tempo che pareva infinito. Si sentiva felice, serena, una sensazione che non ricordava più; aveva preso il posto della bimba in fasce e starsene attaccata a quel seno le pareva la cosa più naturale, più appagante e importante, anche perché sentiva che quel benessere le proveniva dalla madre stessa. Non seppe mai quanto durò quel sogno, quanto lungo fosse quel piacere, le parve eterno quando si svegliò perché si sentì completamente rigenerata e piena di buon umore e, allo stesso modo, le sembrò breve poiché avrebbe desiderato non finisse mai.
Il salotto era privo di presenza, a parte i raggi del sole che filtravano dalla finestra e la miriade di pulviscoli illuminati che danzavano nell’aria. Come sentirsi sola? Come non percepire lo spazio e il tempo intorno a sé? Come non aver voglia di danzare e cantare dopo essersi liberata del suo “dentro” che la rendeva cieca e sorda e, così dannatamente veloce. Che voglia di fermarsi e guardare all’infinito i raggi del sole che fanno danzare la polvere. Mentre era avvolta da questi nuovi pensieri, notò che sul tavolino, appoggiato alla tazza quasi vuota, c’era un biglietto: NELLA TUA VITA, PUOI SENTIRE IL PASSO DEL TUO TEMPO.
Inaspettatamente Teresa sentì il suo cuore più leggero, pensò a Malia e alle sue parole… “non farlo correre”, si rese conto che improvvisamente tutta la sua fretta di arrivare si era dileguata. Percepì dell’umido in bocca, ci passò sopra la mano e notò che sapeva di latte. Possibile? Eppure aveva bevuto del semplice tè! Si ricordò del sogno e replicò la propria incredulità scuotendo il capo.
Si chinò a raccogliere un altro biglietto sul quale lesse:  GUARDA IL PIEDE QUANDO CAMMINI STANCA E, SORRIDIGLI! Si ritrovò a fissare i suoi piedi sebbene non fosse stanca… sorrise.
Chiamò Malia, Malia, Malia, con dolcezza, senza fretta, in uno stile che le procurava piacere, nessuno le rispose. In altre occasioni avrebbe aperto la borsa, compilato un assegno e se ne sarebbe andata chiudendosi dietro la porta, ma si sorprese a chiamare:
“Malia, Malia, Malia, Malia”, dolcemente, senza fretta… attese. Era bello aspettare e ricordò l’attesa delle sue feste di compleanno quand’era bambina, la meraviglia di scartare i regali, rammentò il suo ultimo Natale, i sorrisi… il suo primo incontro d’amore. Riscoprì le trepidazioni… i sussulti… i sospiri avvertiti e si compiacque di avere compreso… di aver riconosciuto il passo del tempo. Ora aveva capito! Meno correva, più guardava, assaporava… ricordava… sperava… fermava il tempo.
Malia apparve improvvisamente col suo solito sorriso: “Oggi è buono, questo il cuore dice: tempo felice!”
Teresa uscì dalla piccola moschea accompagnata da Malia, felice. Si fermò a fissare i fiori colorati e a respirarne il profumo, aveva smesso di piovere e le gocce di rugiada brillavano sull’erba come piccoli diamanti, notò che la giornata era straordinariamente limpida e punteggiata da stormi di uccelli che pensò gai, proprio come lei.
Sorrise a Malia mentre la salutava e si avviò lentamente verso la sua auto.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:19 )
 

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