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Anna Di Paola - sacco di iuta serbi verdi sogni.. PDF Stampa E-mail
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Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 09:50

 

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SACCO DI IUTA

SERBI VERDI SOGNI E ANTICHI DONI

di Anna Di Paola
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007

 


Sacco di iuta
serbi verdi sogni e
antichi doni.



In un sacco di iuta, legato stretto da un laccio, ho riposto i miei sogni di fanciulla innamorata insieme all’anello di fidanzamento, al girocollo, tuo dono di nozze, alla fede nuziale, e alle lettere che ti scrivevo, che profumano ancora di viola.
Le mie dita ora sono libere di salutare chicchessia e il mio collo libero di girare altrove.
La scelta di lasciarti è stata mia, ma tu hai messo molto di tuo per arrivare a tanto.
Il nostro amore si è logorato piano come l’onda che ha levigato quei pezzi di vetro che conservo nel vaso di cristallo, raccolti durante le passeggiate sulla battigia.
La vita ha giocato sporco con noi.
Quanti tsunami sono passati nella nostra casa, hanno travolto in un battibaleno tutto di me e di te, le nostre cose, il nostro entusiasmo, le nostre certezze, il nostro modo di fare le solite cose di sempre, il nostro essere Anna e Marco.
Cinque anni d’inferno ci separano dalla nostra ultima vacanza.
Ho imparato a conoscere quasi tutti gli ospedali della capitale.
Appena sposata, catapultata nella metropoli da un ridente e tranquillo paesino montano dell’Umbria, non ho saputo fare i conti con il caos, le file, le dimensioni di strade palazzi centuplicate in ogni chilometro quadrato lo stress e… quante volte ti ho rinfacciato di avermi rovinato la vita portandomi via dal mio luogo natio.
Mi era difficile spostarmi sia in macchina sia a piedi considerato il mio senso d’orientamento pressoché nullo e la difficoltà a ricordare i tremilacinquecentoventitre nomi delle strade. È per questo che avevo escogitato un espediente unico per ricordare i percorsi, li abbinavo a bar pasticcerie e pizzerie. Per ritrovarci i mie punti fermi erano il bar Vanni, la pasticceria Ruskena, il Gianfornaio, il chiosco di Ponte Milvio, il bar dello Sport. I tragitti per tornare a casa dal lavoro (solo poche alternative in verità) venivano scelti a seconda della specialità culinaria che in quel momento mi faceva più gola (il mio fiuto per le leccornie non mi ha mai tradito).
Dopo la nostra ultima vacanza i nostri punti di ritrovo sono diventati l’ospedale Forlanini, il S. Camillo, il Gemelli, il S. Spirito, il S Giacomo.
Che tristezza e quanta sofferenza vissuta e vista vivere!
Non contenti abbiamo sconfinato anche in un’altra città.
L’ultima nostra tappa è stata a Pisa al Cisanello.
Cancellerei tutto di quel periodo, tranne il giorno in cui sei venuto trafelato a trovarmi prima dell’intervento e siamo rimasti seduti nell’atrio, incollati l’uno all’altro in silenzio con le nostre teste così vicine da sentire il frastuono dei nostri pensieri.
Abbiamo vinto tante battaglie, ma in esse abbiamo profuso tutte le nostre energie per non soccombere e ben poco ci è rimasto per alimentare il fuoco della passione, per curare il nostro rapporto, anzi, più le situazioni precipitavano e più la disperazione ci costringeva a fare cose e a dire parole che niente e nessuno potranno mai cancellare.
E pensare che eravamo un duo quasi perfetto, belli dentro e fuori per l’invidia di molti.
Ricordo ancora il nostro paradiso terrestre, lontano da occhi indiscreti, così difficile da raggiungere sia a nuoto sia a piedi, quella grotta scavata nella roccia ricoperta d’acqua dai mille colori, il posto del nostro primo bacio pieno di salsedine.
Allora il cuore batteva forte e il mio corpo era tutto un fremito.
L’autore di questo disegno all’inizio deve essersi complimentato con se stesso per aver reso tutto perfetto.
Poi l’inferno.
Non siamo capaci di raccogliere i cocci, di rimettere in piedi la nostra storia, ora che il tempo ha segnato il suo corso sul nostro corpo, ora è meglio separarsi.
Ma che scherzo il destino! Ora che sono libera di salutare chicchessia e di girare il collo dove voglio non ho più i miei vent’anni, mi è rimasto solo un sacco di iuta legato stretto da un laccio dove ho riposto i miei sogni di ghiaccio.






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 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:19 )
 

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