Home Archivio News-Eventi Alessandra Gallo - tutto il tempo del mondo
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Alessandra Gallo - tutto il tempo del mondo PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 09:46

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

TUTTO IL TEMPO DEL MONDO

di Alessandra Gallo
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 17 giugno 2007




- Ti chiedi mai cosa ci sia dopo? - era la domanda che avrei voluto fare a Stefano. Non perché pensassi che potesse rispondermi di sì. Stefano non era il tipo da farsi domande su quale fosse il suo posto nel mondo. Io ero quella che aveva necessità di conferme. E più ne sentivo il bisogno, più mi comportavo come se invece, al contrario, fossi una ragazza molto sicura di sé.
Quindi, non gli chiesi nulla. Me ne restai a guardare la strada nella speranza di vedere arrivare una macchina. L’arsura della giornata si era stemperata, ora che il sole era sceso dietro la montagna più alta.
Fu lui a rompere il silenzio.
- Mi fai fare un tiro?
- Ne vuoi una?
Stefano scosse la testa.
In generale odio quando mi chiedono un tiro. Il sapore del tabacco cambia, dopo. Diventa più pesante. Anche un po’ più amaro. Ovviamente, però, quella volta feci del mio meglio per non sembrare contrariata.
- Solo un tiro - disse, come se mi avesse letto dentro la testa. Nelle sue mani, mentre gli passavo la sigaretta, c’era ancora Stefano tutto intero, così come lo conoscevo io: Stefano che non aveva dubbi; Stefano, con la confidenza di chi raramente si è sentito dire di no.
Negli occhi, però, gli avevo trovato una luce diversa.
Fece una boccata profonda.
Guardandolo aspirare desiderai essere quella sigaretta, ma siccome non volevo che capisse che ero innamorata di lui, mi misi a fissargli le scarpe. Aveva un paio di mocassini estivi marroni, di quella sfumatura scura e semilucida che assume il cuoio dopo che prende la pioggia un paio di volte.
Era senza calze, e da sotto l’orlo dei jeans sbiaditi gli spuntava una peluria riccia e tanto bionda, sulla pelle scurita dal sole, da sembrare traslucida.
La voglia di sfiorarlo si fece così forte che mi sembrò davvero di sentirli, quei peli sotto le dita. Dovette scapparmi un qualche suono a voce alta, perché restituendomi la sigaretta mi guardò con aria interrogativa.
- Allora?
- Allora che? - dissi, scuotendomi dai miei pensieri. Temevo che avesse intuito. Che guaio, se avesse intuito. Meglio che non sapesse niente, piuttosto che il rifiuto.
- Ma no, lascia stare.
- Eh no, adesso sono curiosa - era ciò che avrei voluto dire e che non dissi. Allora, pensavo di avere tutto il tempo del mondo, per dire le cose.
Quando hai diciotto anni, ti sembra che tutto vada piano. Ti sembra che puoi permetterti di restare indietro. Nel caso, puoi sempre iniziare a correre, raggiungere le cose, allungare la mano. Prendere.
Stefano si alzò e guardò la strada che scendeva a valle. Non c’era traccia di vita, a parte noi, in quel tratto di strada e a quell’ora.
- Forse dovremmo scendere in paese a chiedere aiuto. Fra poco sarà buio.
- Forse hai ragione.
- Non lo so - disse lui - è che non ho idea di quanto manchi al paese. Potrebbe volerci un bel pezzo, e allora ci troveremmo da soli sulla strada e al buio. Può essere pericoloso. Qui almeno ci possiamo sedere in macchina.
- Dovremmo mettere il triangolo - dissi io.
- Non ce l’hai, nel bagagliaio.
Mi misi a fissare un grosso soffione che spuntava fra l’erba, sotto il guard-rail dove c’eravamo seduti. L’aria della sera si annunciava a piccoli respiri, troppo deboli per disfarlo e troppo regolari per non essere percepiti dallo stelo, che si piegava avanti e ritornava indietro, elastico, ma intatto. Avrei anche potuto raccoglierlo, ma non lo feci.
- Comincia a far freddo - dissi invece.
Stefano non rispose.
- Cazzo, ma doveva proprio saltarci anche l’impianto elettrico? - disse, calciando via un sasso verso il lato opposto della strada. Il mocassino gli s’imbiancò di terra secca sulla punta. La polvere si alzò, per ricadere a terra subito dopo.
Era la prima volta che lo vedevo nervoso in tutta la giornata.
Quella mattina, ero passata a prenderlo presto a casa dei suoi. Sua madre, ancora in vestaglia, mi aveva aperto la porta e mi aveva fatta accomodare in cucina.
- Dobbiamo pensare che volesse andare a riprendersi quel maledetto ombrello - aveva detto, mentre mi versava un caffè - è l’unica cosa che possiamo fare. Anche per rispetto a sua madre. Glielo dobbiamo.
Poi aveva scosso la testa.
- Non voglio credere che abbia desiderato così - aveva detto, a bassa voce.
Non avevo saputo cosa risponderle. M’ero limitata ad aiutarla ad avvolgere i panini nella carta argentata e a sistemarli dentro lo zainetto, mentre Stefano finiva di vestirsi. Un quarto d’ora dopo c’eravamo infilati in autostrada ascoltando la radio e dopo ore di silenzio eravamo arrivati al cimitero del paese in cui avevano trovato Davide, due settimane prima.
I suoi avevano voluto che restasse lì.
La tomba di Davide era la più pulita e c’erano fiori freschi nell’urna di marmo rosso.
Avevamo chiuso gli occhi davanti a quella tomba, e ciascuno di noi due aveva o non aveva detto cose, senza parlare affatto.
Le prime parole, io e Stefano ce l’eravamo scambiate un’ora più tardi, appoggiati coi gomiti al muretto di cinta del santuario. Oltre quel muro, c’era un dirupo.
- Ha scelto un bel posto, per morire - mi aveva detto Stefano.
Io avevo fatto segno di sì con la testa, ma nelle orecchie continuavo a sentire la voce di sua madre che ripeteva all’infinito “glielo dobbiamo”.
Due settimane prima, giù da quel pendio, un gruppo di visitatori aveva visto qualcosa, fra i cespugli, e aveva dato l’allarme giù in paese.
I soccorritori avevano ritrovato Davide solo qualche ora più tardi, morto da un paio di giorni. Le gambe gli si erano piegate all’indietro come quelle di una bambola. Dicevano che gli occhiali gli erano caduti mentre rotolava giù, e che si erano rotti e che la mano destra gliela avevano trovata aperta, che puntava dritto verso un ombrello verde scuro, una decina di metri più sotto.
Io ero lì, adesso, appoggiata a quel muretto, con Stefano che guardava giù, e non sapevo se fosse giusto piangere, ma neanche se fosse giusto non piangere.
Lui guardava giù nel vuoto e io non sapevo nemmeno se fosse giusto chiedersi che cosa fosse giusto fare.
Ero sgombra di emozioni. Tutto il dolore e l’incredulità dei giorni precedenti erano spariti.
Per quanto mi sforzassi, non riuscivo a provare nulla e la cosa mi faceva paura. Mi chiedevo cosa provasse Stefano. Dopotutto era il suo migliore amico.
Io, in fondo, Davide lo conoscevo appena.
Dopo un po’ ce ne eravamo risaliti in macchina e ci eravamo avviati giù per la strada che riportava al paese. L’idea era quella di trovarci una panchina all’ombra, per mandar giù un boccone e parlare un po’ di Davide. Per vedere se riuscivamo a capirci qualcosa, a ragionare sui segnali, se mai ne avesse mandati.
Ma qualcosa era andato storto.
Avevamo preso una pietra, nemmeno troppo grande, con una delle ruote davanti.
La macchina aveva sobbalzato e, quando era tornata stabile sulla strada, s’era spento tutto di colpo: la radio, le luci del cruscotto, i fari. Tutto.
Avevamo sbandato e c’eravamo fermati contro il guard-rail, cavandocela con un fanale rotto e con il paraurti ammaccato. Ma l’avviamento non funzionava più.
Così adesso ce ne stavamo lì da ore, aspettando che arrivasse qualcuno.
Avevamo scartato i panini e avevamo mangiato e bevuto appoggiati a quel guard-rail, in silenzio.
Guardai ancora il soffione. Mi ritornò la voglia di raccoglierlo, e di disperderlo nell’aria con il mio fiato. Ma quando feci per chinarmi, il venticello della sera mi batté sul tempo e lo lasciò guasto ad ondeggiare, mentre un nugolo di corpuscoli bianchi si allargò sotto di noi, volando, rotolando, andando a posarsi sulla strada più sotto, verso valle.
A un certo punto Stefano mi prese la mano e mi guardò dritto negli occhi. Quel momento me lo ricorderò per tutta la vita. Non perché li vidi improvvisamente bagnati, anche se solo per un attimo. Nemmeno per quella luce nuova che ci trovai dentro, che mi diceva che forse ce ne erano anche stati, di segnali, ma lui non li aveva colti e ora forse si odiava per questo. E non certo perché non era chiaro cosa volesse dire quel gesto, nonostante le mie speranze andassero tutte nella stessa direzione. Poteva essere un approccio, ma poteva anche essere soltanto bisogno di conforto. E io non mi sentivo affatto alla sua altezza, anche se era tutt’altra l’impressione che continuavo a dare di me.
Me lo ricorderò, quel momento, perché fu allora che, avrei capito più tardi, smisi di essere una bambina.
Se c’è una cosa che non è infinita, è il tempo. E a volte, anche se ci mettiamo a correre per raggiungere le cose, siamo irrimediabilmente in ritardo. Perché certi momenti non tornano. Mai più. Solo che quando quei momenti arrivano, non ce ne accorgiamo che quando sono passati.
Io allora non lo sapevo, però mai più ci saremmo trovati così, io e Stefano: da soli, la faccia in faccia, le mani nelle mani, il fiato nel fiato e quella fame infinita di baci che non mi diede e che non gli diedi.
Pensando che ci fosse tempo per capire.
Continuando a cercare inutili conferme.
Poi, dalla curva, i fari di un’auto che saliva verso il santuario.
A bordo, due uomini sulla cinquantina, che ci caricarono sul sedile di dietro e ci portarono giù in paese, prima di andare a chiamare l’immancabile amico elettrauto che, per combinazione, era in paese per il week-end e avrebbe sistemato la macchina prima che arrivasse la notte.






5x100
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:19 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare