Home Archivio News-Eventi Silvia Moscati - un buon investimento
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
  • An Image Slideshow
Silvia Moscati - un buon investimento PDF Stampa E-mail
Votazione Utente: / 0
ScarsoOttimo 
cassetto degli articoli - armadio degli articoli
Scritto da Tartamella   
Giovedì 21 Luglio 2011 09:03

 

                                           SMETTERE O CONTINUARE...?


Hai letto questo testo di Scritturalia?

Esprimi il tuo apprezzamento, da scarso a ottimo.
Non è un concorso. Non c’è nessun premio. Tu e l’autore non vincerete nulla.
Perché votare allora? Semplicemente perché il tuo giudizio di lettore anonimo,
onesto, schietto e disinteressato, potrà essere utile all’autore.
La tua disponibilità a un semplice click come stimolo per lo scrittore/scrittrice
a ripensare e a migliorare la propria scrittura…

 

scritturaliafoto

Affresco romano "Donna con stilo e libro" (detta Saffo)
Pompei, 50 dopo Cristo. (Napoli-Museo Archeologico Nazionale)

che cos’è SCRITTURÀLIA


LEGGI I RACCONTI DI SCRITTURALIA



possibilità di pernottamento
presso la Foresteria “Tiziano Terzani” di Cascina Macondo
a costi di Bed and Breakfast

 

LOGO
Cascina Macondo
Centro Nazionale per la Promozione della
Lettura Creativa ad Alta Voce e Poetica Haiku
Borgata Madonna della Rovere, 4  -  10020 Riva Presso Chieri - Torino - Italy
Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. www.cascinamacondo.com

 

 

 

UN BUON INVESTIMENTO

di Silvia Moscati
Cascina Macondo - Scritturalia, domenica 18 novembre 2007





Il nonno era morto da due settimane. Dopo lo choc iniziale si susseguirono i giorni frenetici per i preparativi del funerale, la cerimonia e il dopo cerimonia con bigliettini di ringraziamento e quant’altro. Poi arrivò la fase del “cosa facciamo adesso, come sistemiamo le cose?”.
Mio suocero aveva una bella galleria d’arte a Venezia, in pieno centro. Era un commerciante lungimirante, conosciuto e rispettato sia dai tombaroli sia dalla Venezia bene. I due figli maschi non ne avevano mai voluto sapere di arte antica. La moglie era la solita casalinga dedita alla famiglia, che mal aveva sopportato nel corso degli anni gli investimenti del marito. Investimenti in cose che a casa chiamavano vecchie chincaglierie. Aveva fatto dei bei soldi con quelle e aveva pagato fior di studi ai figli: collegio Salesiano, liceo classico e università di economia e commercio l’uno, ingegneria l’altro.
Loro non se ne erano fatti niente delle lauree e avevano aperto, con i liquidi del padre, un’attività commerciale di ricambi per auto, non a Venezia naturalmente, ma in terraferma.
La famiglia risiedeva da molti anni a Mestre e il vecchio Antonio era il solo a recarsi in città  tutti i giorni.
Con la sua morte io perdevo l’unico alleato in famiglia. Noi ci intendevamo bene; ero la sola che visitava la sua bottega, si informava dei nuovi acquisti e fotografava le opere. Stavo catalogandole sul computer: era il nostro segreto, un lavoretto che mi aveva affidato promettendomi qualche opera in regalo.
Ma era morto troppo presto.
Naturalmente io ero la grande esclusa dalle loro riunioni familiari post mortem. Dovevo accudire i bambini mentre loro, mio marito, mia suocera, mio cognato e sua moglie si riunivano in casa per decidere sul da farsi.  
La decisione finale era stata quella di vendere la galleria completa di avviamento e magazzino (chiamavano così le opere  presenti).
I locali erano in affitto e già dopo il funerale qualche mercante si era fatto avanti per rilevare l’attività. Avevo insistito molto con Mario per saperne di più e quando mi disse che ormai erano vicini alla trattativa gli chiesi cosa pensava di fare con le opere trafugate, con quelle non registrate e con quelle di valore non quantificabile.
“E tu cosa ne sai?” mi disse.
Venezia è una soffitta infinita, il paradiso dei rigattieri. Sotto i tetti, nelle sagrestie, nei magazzini delle ostarie, tra gli arredi ereditati si scoprono una miriade di quadri e oggetti antichi, vestiti d’ epoca, merletti ingialliti, ceramiche e suppellettili.
Tra muffe e polvere di tarli una storia antichissima sopravvive per un banale motivo: è troppo faticoso e oneroso liberarsi delle cose vecchie, meglio buttarle in soffitta.
Il trasloco è la bestia nera di Venezia.
Fu così che decidemmo di portar via dei quadri di valore dalla galleria prima che venisse fatto l’inventario, con relativa valutazione, per la vendita.
Avevamo una barca; molti veneziani, anche se abitano in terraferma, possiedono una barca, per le uscite in laguna se è piccola, o per le attraversate in mare per andare in Croazia, se è grande.
Darsene, più o meno in regola, brulicano lungo i canali che dal centro storico di Venezia arrivano fino alla città moderna, Mestre.
La nostra era una pilotina norvegese, semicabinata con un motore entrobordo diesel, poco adatta alla laguna per la sua chiglia a guscio di noce, un po’ troppo profonda per fondali così bassi, ma molto sicura per qualsiasi tipo di mare.
In realtà Mario l’aveva acquistata usata solo perché costava poco e consumava pochissimo. Così passavamo le domeniche ad attraversare i canali lagunari a tre nodi l’ora mentre ci sfrecciavano accanto, sollevando onde fastidiosissime, i fuoribordo degli amici. Raggiungevamo il mare solo per pranzo, mentre gli altri erano lì già da due ore, e dopo un tuffo e un panino ripartivamo per rientrare appena all’ora di cena. I bambini erano contenti perché giocavano a casetta dentro la cabina e io prendevo il sole a prua.
Era novembre, tempo di nebbie e di pioggerellina gelata. Quella domenica splendeva il sole e pensando di approfittare delle ore più calde, eravamo partiti alle undici di mattina. Il tragitto dalla darsena all’ingresso di Venezia, dalla parte del ponte delle Guglie, durava poco più di un’ora. Poi dovevamo entrare in Canal Grande per prendere rio Marin che ci avrebbe portato vicino a campo San Pantaleon dopo un’altra mezz’ora di tragitto tra i palazzi veneziani.
Arrivammo alla galleria intorno alle 14, dopo l’ormeggio e una breve sosta al baccaro vicino al campo.
Sapevamo entrambi cosa dovevamo prendere, ma io non resistetti a mettere in un borsone anche alcuni oggetti dei quali ero la sola testimone dell’esistenza e del valore. Ci sbrigammo presto: avevamo portato delle lenzuola per avvolgere i quadri e alcune valige. Mentre stavamo ancora rovistando dentro il negozio, il tempo si era guastato. Il cielo era tutto coperto e stranamente minaccioso per quella stagione. Nonostante il vento forte le nuvole continuavano a radunarsi su Venezia, sempre più nere. Ci affrettammo a terminare il lavoro e in breve tempo eravamo di nuovo in barca, con la cabina zeppa di quadri e altre opere. Cominciava a piovere e così, prima di mettere in moto, fissammo il tendalino.
La partenza fu precipitosa, ma la marcia lenta come al solito.
Il viaggio di ritorno prevedeva un tragitto diverso a causa di alcuni rii a senso unico. Mario aveva già guardato le carte nautiche a casa, ma la poca dimestichezza con la città ci fece viaggiare alla cieca, alla ricerca di uno sbocco in laguna. Non si vedeva niente, la pioggia era diventata fortissima e un buio precoce avvolgeva tutto. Il fanale posticcio, mai usato prima e in dotazione solo perché obbligatorio, si rivelava un proforma.
Mio marito imprecava e se la prendeva con me che avevo scelto proprio quella  giornata e che volevo portarmi a casa quelle opere. In realtà anche lui ci teneva moltissimo per il solo fatto che erano di valore e avrebbe potuto rivenderle senza pagare tasse.
Dopo un tempo interminabile arrivammo dall’altra parte della città, sul canale della Giudecca. Da lì il viaggio di ritorno sarebbe stato ancor più lungo, ma almeno conoscevamo bene il percorso. O così credevamo.
A causa della pioggia insistente e del forte vento, o per una semplice svista di Mario, sbagliammo l’uscita dal canale della Giudecca e finimmo in uno non navigabile.
Ce ne accorgemmo solo quando la barca si insabbiò. Il colpo fu duro e l’inclinazione della barca assolutamente scomoda. Tutto ciò che c’era dentro, compresi noi, sbatté a destra. E Mario cominciò a tirare giù santi e madonne. La manovra errata era stata sua, anche se giustificabile,  ma la colpa era mia.
Il temporale, assurdo in quella stagione, non dava segni di cedimento, anzi si rafforzava. Ormai tutto il pozzetto era inzuppato d’acqua nonostante il tendalino chiuso. Non sentivo freddo, il sudore mi colava sulla fronte per la tensione. Avevamo entrambi due giacche a vento di buona qualità.
Dopo essersi sfogato, mentre io tacevo, Mario pensò a cosa fare. La soluzione era: niente! Non c’era niente da fare se non aspettare.
Aspettare cosa? Aiuti non ne sarebbero venuti.
I bambini erano dalla nonna e sarebbero stati lì anche a dormire. Nessuno si sarebbe preoccupato del mancato ritorno, almeno fino alla mattina successiva. E se anche qualcuno si fosse preoccupato, che fare? Chiamare la capitaneria di porto per dover poi raccontare, una volta portati in salvo, che eravamo andati in gita a Venezia a trafugare opere già trafugate?
Non c’era niente da fare, solo aspettare che passasse la tempesta e sperare che al mattino una barca con una buona cima ci tirasse fuori da lì.
Spostammo i quadri più grandi fuori dalla cabina per riuscire a ricavarci un piccolo spazio per distenderci. La tensione riusciva a non farci sentire i crampi della fame e a farci pensare ad altro.
Appena prendemmo una posizione semi distesa, guardammo l’orologio: era passata la mezzanotte! Ma come era possibile? Beh, meglio, almeno sarebbe arrivata prima l’alba.
Non ci eravamo neanche accorti che la pioggia battente si era un po’ calmata e il vento aveva lasciato il posto alla nebbia.
“La prima cosa che farò quando torniamo sarà quella di vendere questi maledetti quadri. E spero che almeno abbiano il valore che dici.”
Fu quella la frase che scatenò la tempesta.
Gli rovesciai addosso una pioggia di accuse, rivendicazioni, rimpianti che inconsapevolmente avevo accumulato negli anni. Avevo cominciato parlando piano, ma poi il tono era divenuto più forte e sprezzante. Non ricordo quanto parlai, ma a un tratto mi fermai per il rumore. Mario russava.
Verso le cinque passò la prima barca delle immondizie. Ci tirarono fuori in cinque minuti. Non eravamo solo insabbiati, ma ci eravamo anche incastrati tra due elettrodomestici gettati in acqua per i soliti problemi di trasloco.
Con la vendita dei quadri Mario mi regalò un anello di brillanti.
“È pur sempre un buon investimento” mi disse.






5x100
 
 
 

 LA FORESTERIA "TIZIANO TERZANI" DI CASCINA MACONDO

IL SALONE "GIBRAN" DI CASCINA MACONDO

GLI SPAZI INTERNI DELLA CASCINA

GLI SPAZI ESTERNI DELLA CASCINA

 

 

Il nome "Macondo" che abbiamo dato alla nostra Cascina nel 1992
proviene dal libro "Cent'anni di solitudine" di Gabriel Garcia Marquez

" Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche.  Il mondo era così  recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito. Tutti gli anni verso il mese di marzo,  una famiglia di zingari cenciosi piantava la tenda vicino al villaggio, e con grande frastuono di zufoli e tamburi faceva conoscere le nuove invenzioni. Prima portarono la calamita. Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquìades, diede una truculenta manifestazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l'ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia.  Andò di casa in casa trascinando due lingotti metallici, e tutti sbigottirono vedendo che i paioli, le padelle, le molle del focolare e i treppiedi cadevano dal loro posto,   e i legni scricchiolavano per la disperazione dei chiodi e delle viti che cercavano di schiavarsi,  e perfino gli oggetti
perduti da molto tempo comparivano dove pur erano stati lungamente cercati,  e si trascinavano in turbolenta sbrancata dietro ai ferri magici di Melquìades…"

 

Si ringrazia Gabriel Garcia Marquez per aver scritto e regalato agli uomini un così grande libro. A lui la nostra gratitudine e il nostro affetto.
 
 
 
 

 

 

Ultimo aggiornamento ( Lunedì 01 Agosto 2011 09:20 )
 

Time Zone Clock

Sondaggio

Accentazione ortoèpica lineare